Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_capitolo_7

 

militare_01 Clemente VI non abbandonò Giovanna e si adoperò per riavvicinarla al marito. Venne stabilito un compromesso secondo il quale alla sovrana fu restituita una delle due chiavi del tesoro e il sigillo per gli atti amministrativi e, in cambio, Ludovico poteva cingere la corona e compartecipare al governo del regno. Nel giorno della Pentecoste, Ludovico, con uno scettro d'argento dorato, vestito di seta bianca, con una tunica rossa fregiata di gigli d'oro, in una solenne funzione nella chiesa di santa Chiara, fu incoronato re. Ma la sua gioia fu turbata da un incidente: durante il corteo, il suo cavallo si imbizzarrì, cadde e tre fregi della corona si spezzarono. Non fu un buon presagio. Il regale ricevimento si svolse a Castel Nuovo, con danze e canti, suoni di liuti e ricche vivande e con straordinarie esibizioni di un funambolo, mentre in una stanza della reggia una bambina ammalata, Francesca, nata dal matrimonio dei due sovrani, moriva senza che la festa fosse interrotta.

Giovanna e Ludovico, il 7 aprile del 1352, per imporre la pace nel regno, così pesantemente provato dalla guerra, decisero di amnistiare tutti i baroni che si erano schierati con gli Ungheresi, perdonando loro tutti i delitti e tradimenti commessi. Il popolo delle campagne, purtroppo, continuò a pagare gli strascichi della guerra, perché angariato dagli abusi e dalle violenze di bande organizzate dai mercenari rimasti nel regno.

Tra i baroni filoungheresi perdonati e riammessi nei loro antichi feudi, vi era anche Pietro Pipino a cui fu riconosciuta la comestabulia sulla città di Lucera e il diritto di ricevere tutti i frutti e i redditi della città di Sansevero, così come era stabilito nello stesso testamento della regina Sancia, che dichiarava legittimo proprietario del feudo il Pipino; gli fu, inoltre, concesso di esercitare il "mero e misto imperio" - cioè il diritto di giudicare i suoi sudditi - nelle terre di Torremaggiore.
In questa atmosfera di riconciliazione, Giovanna e Ludovico non erano in grado di pagare il censo dovuto alla Curia avignonese, segno di come le casse regie fossero vuote, e invitarono inutilmente lo stesso Clemente ad amministrare direttamente il regno. Per far fronte alle sue esigenze, Giovanna si vide costretta a vendere Prato ai Fiorentini per diciassettemilacinquecento fiorini d'oro.
Tutto lasciava presupporre che per il regno si prefigurasse un periodo di pacifica e tranquilla esistenza. Non fu così: il ritorno dall'Ungheria dei principi cugini, tarantini e durazzeschi, riaprì vecchi e nuovi contenziosi. I principi pretendevano ricche donazioni, come ricompensa per la prigionia subita, e per ottenerle non lesinarono atteggiamenti di sfida nei confronti dei sovrani. Roberto di Taranto, che non aveva dimenticato l'affronto subito per essere stato sostituito come consorte di Giovanna dal fratello, ridicolizzò pubblicamente la regina non presentandosi al suo cospetto per renderle i dovuti omaggi. Roberto Durazzo, appena mise piede sul suolo napoletano, inopinatamente lanciò il guanto di sfida a Luigi di Ungheria che, informato, minacciò una nuova invasione. Ludovico fu costretto ad adoperarsi con un grande sforzo diplomatico per chiudere l'incidente senza conseguenze. Ludovico Durazzo, ancora più inquieto, preferì ritirarsi nelle sue fortificazioni del Gargano, a Monte Sant'Angelo, per meditare la sua personale vendetta.

Un episodio di violenza giunse a turbare l'opinione pubblica napoletana. Giannotto Stendardo, un importante feudatario napoletano, si era invaghito di sua nipote: più che delle sue grazie, delle ricchezze ereditate per la morte del padre Jacopo Cantelmo. Rapì la fanciulla, non ancora quindicenne, e la violentò, facendola poi sua sposa.
Il pontefice invitò i sovrani ad un atto di giustizia favorevole agli eredi di Cantelmo, ma Giannotto fu, invece, difeso e giustificato da Ludovico. Il padre della ragazza, violentata, Jacopo Cantelmo, era infatti divenuto cognato di Giannotto avendo rapito, a sua volta, la sorella di questi, quando la fanciulla aveva solo tre anni!

Giovanna riuscì a trovare una intesa con i cugini tarantini. Filippo, già sposato con Maria d'Angiò, fu nominato giustiziere dell'Abruzzo. Chi fece le spese di questa decisione fu il feudatario di L'Aquila, Lallo Camponesco. Filippo, infatti, era andato a trovarlo nella sua città, ospitato con grandi onori. Lallo Camponesco, alla fine della visita, si offrì di riaccompagnare Filippo sulla strada del ritorno, e giunto il momento del commiato il principe tarantino, a tradimento, lo uccise.

Sembra che Giovanni Pipino, in questo frangente, fosse stato catturato in uno scontro con truppe residue ungheresi, insieme al conte Ruggero Sanseverino, e che entrambi fossero tenuti prigionieri, per breve tempo, a Viségrad.
Giovanna e Ludovico ne approfittarono e il 23 maggio del 1353, affidarono a Roberto di Taranto gli importanti feudi di Bari, Giovinazzo, Molfetta, Bisceglie e Potenza. Proprio quelli che erano stati precedentemente concessi ai Pipino, in cambio della loro alleanza contro gli Ungheresi: ancora una volta Giovanni Pipino si vedeva privato, senza apparente motivo, dei feudi a lui concessi. Di questo certamente ne gioivano, e probabilemnte non ne erano nemmeno estranei, i Sanseverino e i del Balzo, che invece, grazie all'appoggio di Acciaioli, consolidavano a Corte il loro potere e la loro influenza.
Ludovico Durazzo, che insieme al fratello Roberto, nulla aveva ottenuto, si era adirato per il matrimonio di Filippo di Taranto con la cognata Maria d'Angiò. Più volte il Durazzo scrisse al papa per ottenere la tutela dei figli della cognata, nati dal matrimonio con il fratello Carlo Durazzo, e tenuti letteralmente in ostaggio da Ludovico di Taranto.

Clemente VI, strenuo difensore di Giovanna, che tanto si era impegnato per mantenere unito il regno napoletano, morì. A succedergli fu Innocenzo VI, papa severo ed austero che volle moralizzare l'ambiente avignonese, troppo incline a soddisfare le esigenze temporali e personali di papi e cardinali. Giovanna, nonostante il parere contrario del nuovo pontefice, non avendo mai abbandonato la sua aspirazione di riconquistare la Sicilia, affidò a Niccolò Acciaioli, nominato Gran Siniscalco, il compito di riconquistare l'isola.
Il Fiorentino, più per una serie di fortunose circostanze che per abilità, riuscì nell'impresa, e il 20 aprile del 1354 conquistò Palermo. Giovanna, ricevuta la notizia, volle coinvolgere i sudditi napoletani nella sua gioia, invitandoli ad accendere una candela, da porre nella notte, sui davanzali delle finestre. Le cronache dell'epoca non dicono, però, con quello che costavano le candele e la poco florida situazione economica del regno, se tale iniziativa ebbe successo.
I Durazzo, che nulla avevano ottenuto dai sovrani, continuarono a coltivare i loro sentimenti di rivalsa, decidendo di ribellarsi.

Roberto Durazzo si recò in Provenza e, con soli ottanta uomini, conquistò l'imprendibile castello di Le Beaux, dei del Balzo, alleati fedeli dei tarantini. Fu una impresa notevole non solo per l'esiguo numero di soldati di cui disponeva il principe durazzesco, ma anche perché quel castello, oggi ancora visibile, è situato su una ripida e scoscesa rocca.
Ludovico Durazzo, invece, lasciò Monte Sant'Angelo per attaccare le città pugliesi fedeli a Giovanna e recuperare il feudo di Gravina, che era sempre appartenuto ai Durazzo, e che, grazie al matrimonio di Maria d'Angiò con Filippo, era ora controllato dai tarantini. Ludovico Durazzo cercò alleati alla sua causa e ne trovò uno nello scontento Giovanni Pipino: tornato dalla sua breve prigionia dall'Ungheria, il Palatino si era trovato destituito dei suoi feudi, passati nelle mani di Roberto di Tarante.

Giovanna e Ludovico sembravano, però, preoccuparsi poco delle inquietudini durazzesche, tanto che si guardarono bene dal sospendere le feste di carnevale, pur avendo le frontiere del regno minacciate dalla terribile compagnia di ventura del conte Lando, richiamato dal ribelle Roberto Durazzo e da Giovanni Pipino.
Innocenzo VI non nascondeva i suoi dissapori con la Corte angioina, causati da questioni non marginali: era rammaricato per l'atteggiamento del re tarantino che aveva perdonato Giannotto Stendardo per il rapimento della figlia di Jacopo Cantelmo; era, altresì, stufo delle continue sollecitazioni di Giovanna, tendenti alla restituzione di Avignone. I tentativi, inoltre, della Corte napoletana di ritoccare i confini del ducato di Benevento, che il papato riteneva inviolabili (essendo questo feudo direttamente amministrato da Avignone) provocarono il fortissimo risentimento del papa, che si dispose a dare una severa lezione ai suoi regali vassalli.
La ribellione dei Durazzo trovò, inizialmente, largo favore ad Avignone, grazie anche all'opera dello zio, il cardinale Talleyrand, che aveva persuaso il pontefice ad appoggiare la rivolta.

In occasione di una visita alla basilica di san Nicola di Bari, i sovrani avevano tentato, in vista dell'impresa siciliana, una riappacificazione con il Durazzo, ma il tentativo non ebbe successo per il fermo rifiuto di quest'ultimo a presentarsi al loro cospetto. Ludovico e Giovanna inviarono Giannotto Stendardo e il vescovo di Trani, quali loro ambasciatori, al conte Palatino per invitarlo ad un incontro. Giovanni accettò, però chiese, per salvaguardare la sua incolumità, che gli stessi ambasciatori rimanessero ostaggi nel suo castello di Minervino, sino al suo ritorno. L'incontro non sortì alcun risultato. Il Palatino, difatti, voleva in cambio della pace, il feudo di Monopoli e il ducato di Bari, impegni che Ludovico di Taranto non era in grado di assumere, essendo queste città sotto la giurisdizione di suo fratello Roberto. Le pretese di Pipino erano state formulate, probabilmente, con il preciso scopo di ottenere un rifiuto.
Durante la trattativa tra il re e il Palatino, a Barletta, furono rubati sessanta muli, con tutto il carico, furto che fu interpretato come un affronto architettato per screditare i sovrani.

Il 25 aprile del 1355, giunse a Napoli l'annuncio della scomunica a Giovanna e Ludovico, con relativa interdizione. Il severissimo provvedimento, giustificato dal papa con il mancato pagamento del censo dovuto alla Curia, favorì politicamente l'insurrezione dei Durazzo e di Giovanni Pipino. La notizia raggiunse i sovrani proprio durante gli ennesimi svaghi di Ludovico in quel di Pozzuoli. Il disegno papale era chiaro: la scomunica serviva a delegittimare i sovrani, che, come era già successo in passato a Federico II, dovevano umiliarsi e osservare fedelmente, per conservare il regno, le volontà di Avignone.
Ludovico Durazzo e il Palatino ne approfittarono subito per innalzare le insegne pontificie, per legittimare politicamente la loro sollevazione e perseguitare le città costiere pugliesi, fedeli al partito dei tarantini.
La ribellione dei Durazzo riprese con più vigore. Mentre Roberto portava lo scompiglio in Provenza, Ludovico, con i fratelli Pipino, agiva in Puglia. Gli insorti disponevano di discrete risorse, se furono in grado di assoldare le truppe mercenarie del conte Lando e di Annichino di Baumgarten. Riuscirono anche a fare proseliti portando dalla loro parte il conte di Caserta, Francesco Della Rath, al quale furono offerte cinquecento barbute e il feudo di Montecassino. Il barone Della Rath, accettata l'offerta, estese la rivolta in Terra di Lavoro e in quella di Otranto. Lo stesso Palatino non disdegnò di scrivere a Luigi di Ungheria, invitandolo ad intervenire nuovamente nel regno. Le sue missive, però, furono intercettate dalle spie angioine e consegnate al papa, che si preoccupò non poco, poiché tutto poteva tollerare, tranne un nuovo coinvolgimento del sovrano ungherese nelle faccende napoletane.

Ad Avignone, però, le cose mutarono. Il cardinale Talleyrand aveva preso posizione in favore dei giovani principi cardinali, la cui condotta morale e relativi privilegi avevano suscitato l'ira di Innocenzo VI. La cosa sfociò in uno scontro, tanto che il papa fu costretto a lasciare Avignone e, attraversato il Rodano, a rifugiarsi a Villeneuve. Alla fine, l'energico pontefice prese il soppravvento e riuscì ad imporre la sua volontà, ponendo fine ai lussi e alle gaie compagnie dei giovani cardinali avignonesi.
Dopo lo scontro con il cardinale Talleyrand, Innocenzo VI mitigò il suo dissenso con Ludovico e Giovanna, revocando la scomunica, ma non l'interdetto, e inviò l'inquisitore Francesco da Messina per colpire Ludovico Durazzo, che aveva aperto le porte alla eresia dei fraticelli: il principe durazzesco aveva ospitato a Monte Sant'Angelo il loro vescovo, con l'ambizioso obiettivo di unificare i vari movimenti che si ispiravano a san Francesco.

I fraticelli costituivano un ordine minore dei Francescani e godevano, come ordine mendicante, il favore delle genti più povere; per questo il Durazzo li favoriva in quanto gli consentiva di rendere più popolare la sua insurrezione. L'ordine si ispirava al poverello di Assisi ed era considerato un movimento eretico dalla Curia di Avignone, a causa delle loro severe critiche al potere temporale. In tema di ortodossia teologica, i fraticelli ritenevano che un sacerdote caduto in peccato non potesse ne confessare, ne celebrare l'eucarestia, ne, tantomeno, pretendere l'obbedienza da parte dei fedeli. Tesi che non potevano assolutamente essere tollerate dal clero avignonese, in gran parte poco incline ad osservare i voti di castità e povertà. La scomunica per eresia, nel Medioevo, costituiva la più severa condanna che il clero potesse comminare, e poteva comportare pene e torture atroci. In molti casi, significava essere cancellati dalla società. Gli Angioini, molto devoti a san Nicola e san Francesco (non è un caso che Ludovico d'Angiò, canonizzato, fosse un francescano), diedero sempre ospitalità ai fraticelli, difendendoli dalle accuse di eresia.

Luigi di Taranto aveva affidato all'Acciaioli il compito di contrastare la ribellione del Pipino e dei suoi alleati. Il Gran Siniscalco si presentò con tremila barbute nella pianura di Barletta ma, a sua insaputa, il re era sceso a patti con il conte Lando, proponendogli il pagamento di circa centomila fiorini d'oro in cambio della sua partenza dalle terre del regno. Il sovrano, però, non disponeva di tale somma e pensò di recuperarla imponendo una tassa di dieci carlini su ogni tomolo di sale; il popolo napoletano si ribellò, ritenendo ingiusto il tributo, che fu subito soppresso.

Il 23 maggio del 1355, Innocenzo VI, dopo aver precedentemente sollecitato (nel mese di febbraio) i sovrani napoletani affinchè si adoperassero per la restituzione del feudo di Minervino a Raimondo del Balzo, e quale segno del mutato clima politico ad Avignone, inviò una missiva a Giovanni Pipino e ai suoi fratelli:

"Sono stato informato che per ignote ragioni siete scontenti del re e della regina, per questo non solo favorite ma siete i principali direttori delle scellerate genti straniere le quali, pur essendo di diverse nazionalità, si sono riunite in compagnia spinte dalla cieca avidità. Sono meravigliato di questo vostro agire, poiché in epoche precedenti avete combattuto a favore dei sovrani, avendo sopportato a causa loro le tribolazioni della prigionia. Ed ora che serve di più il vostro aiuto, data la misera condizione in cui è ridotto il regno, ora che avreste dovuto più strenuamente combattere contro le orde straniere per cacciarle dal regno, non solo avete abbandonato i reali, ma vi siete schierati contro. Se volete evitare le pene spirituali e temporali, serve che mutiate atteggiamento per difendere la patria, per la quale Catone diceva che bisognava morire! E mio desiderio, comunque, la vostra salvezza a onore del vostro nome, e pregandovi di abbandonare l'errore interverrò a vostro sostegno per quello che ritenete giusto chiedere ai sovrani. Vi raccomando di esporre i vostri desideri al Vescovo di Trani scelto quale mio referente".

Dalla lettera, nella quale il papa riconosce i Pipino come "principali direttori" della ribellione durazzesca, si può ipotizzare che Innocenzo VI era seriamente preoccupato dalla piega che avevano preso gli avvenimenti e che potevano degenerare, sino al punto di riaprire gli interessi degli Ungheresi sulle vicende del regno napoletano. Di qui l'esortazione ai fratelli pugliesi di desistere dal loro atteggiamento, affidando al vescovo di Trani, vice cancelliere del regno, il compito di svolgere una intermediazione tra i Pipino e la Corte.
Ludovico Durazzo, forte dell'appoggio delle truppe del conte di Caserta e dei mercenari del conte Lando, era entrato, senza nessun contrasto, in Terra di Lavoro, giungendo sotto le porte di Napoli. Gli insorti erano tanto sicuri di avere ormai in pugno la situazione che, in attesa degli eventi e del pagamento di un notevole riscatto chiesto a Ludovico di Taranto, si dilettavano ad uccellare.

Nel marzo del 1356, l'insurrezione era ancora attiva, lo si deduce da una lettera di Acciaioli inviata a suo fratello:

"Là dove io pensavo che dovessimo possedere queta pace, ne converrà fare guerra. Ma se lo re vorrà faticare un poco e venire qua, siccome io ho scritto, tutto sarà per lo meliore; perché a li ordini che si prenderanno, si castigherà la pazzia e li tradimenti de lo Palatino; e ipso castigato, sarìa reformato tutto questo reame; ma se lo re volerà questo negligere, ipso ne sarà lo primo ripenituto".

E ancora evidente che Giovanni Pipino, nella contesa, rappresentava una parte rilevante, difatti anche la lettera di Acciaioli sembrava assegnargli, nella vicenda della ribellione dei durazzeschi, un ruolo centrale.
Con l'aiuto del legato pontificio, il cardinale soldato Egidio di Albornoz, l'Acciaioli riuscì a raccogliere delle truppe e ad accamparsi a ridosso dei ribelli, attendendo che da Napoli Ludovico si decidesse ad uscire, per stringere in una morsa l'esercito nemico. Il re angioino, invece, preferì continuare a rallegrarsi con divertimenti e danze e, nuovamente, tentò l'accordo con il conte di Lando; accordo che, questa volta, fu raggiunto con un esborso di trentacinquemila fiorini, subito, e altri settantamila da consegnare in due rate.

Ludovico, che di faticare aveva poca voglia, assoldò dal Lando ottocento barbute e le inviò contro il Palatino. Si scontrarono a Barletta, in una drammatica battaglia dalle alterne vicende; infine, grazie al coraggio di due mercenari del Palatino, Muscherada e Matarazzo, le truppe regie e i mercenari del di Lando subirono una disfatta.
Acciaioli, dopo questa sconfitta, aveva fretta di intavolare trattative di pace con il forte Pipino, poiché la ripresa della guerra in Sicilia lo richiamava a nuovi e urgenti compiti. In una lettera inviata a suo fratello nel luglio del 1356, il Gran Siniscalco affermava:

"Non posso estimare ancora lo fine, [della guerra] imperò che nulla cosa infirma potè essere firma, e lo Palatino è costante in inconstantia e in ogni perditione".

L'accordo fu raggiunto con Acciaioli, con la cessione di due suoi importanti feudi a Giovanni Pipino, Matera e Ginosa.
Il Durazzo, vistosi isolato, pervenne a più miti atteggiamenti e il mercenario conte Lando, alla fine del 1356, passava i confini del regno "con le sue oltre duemila barbute, ben montate e ben in arme, e gran quantità di cavallari saccomanni in ronzini e somieri, e barattieri [giocatori o saltimbanchi], femmine di mondo, più altra gente sudicia e vile, bene più di seimila".

Si comprende quale forza d'urto rappresentassero queste bande per il regno e, in modo particolare, nei confronti delle popolazioni. Sembrava, così, che alla fine dell'anno la pace fosse stata ristabilita, anche se alcuni mercenari del conte Lando saccheggiarono le città di Rapallo e Venosa.
Acciaioli, nel mese di novembre, raggiunta la pace con Giovanni Pipino, lasciò la Puglia per conquistare Messina dove, il 24 dicembre, fu raggiunto dalla regina e da Ludovico. Il successo fu effimero. A Catania, la flotta angioina si fece sorprendere da quella aragonese e venne completamente affondata. Per la corona angioina la Sicilia ancora una volta fu fonte di lutti, dolori ed amarezze.
Durante la ritirata, Ludovico di Taranto passò per la Puglia. Si rese conto che ormai Giovanni Pipino poteva costituire un serio pericolo per la corona. Non solo rappresentava il dissenso dei piccoli baroni pugliesi, ma anche le loro aspirazioni autonomistiche e, soprattutto, contribuiva in modo determinante a rafforzare politicamente la ribellione dei durazzeschi. L'Angioino nominò vicario per la Puglia il fratello Roberto, affidandogli il compito di sconfiggere il Palatino.

Roberto comprese che avere ragione del conte di Minervino non era cosa semplice e, certamente, comportava rischi affrontarlo in aperta battaglia. Preferì usare l'arma della corruzione intessendo rapporti con alcuni mercenari del conte. Roberto riuscì nel suo intento affidando ad un suo cavaliere fiorentino, Betto de Rossi, il compito di comprare, riuscendovi, la fedeltà di alcuni capitani di Giovanni. Questo consentì di sorprendere il Palatino, costretto a rifugiarsi nel castello di Matera, subito assediato dalle ingenti truppe angioine. Per la seconda volta, Giovanni tentò audacemente la carta della solenne umiliazione. Si presentò al principe angioino in camice e con un cappio al collo, sperando di ottenere il perdono.
Invano. Roberto lo fece legare sul dorso di un mulo per condurlo ad Altamura. Sul suo capo venne posta una corona di legno verniciata in oro e al collo un cartello, con su scritto "re di Puglia". Giunto ad Altamura, il principe angioino decise, dopo una sommaria sentenza, di impiccarlo sui merli delle mura. Il Palatino ebbe un moto di orgoglio, non voleva morire impiccato:

"Non sono di legnaggio di essere appeso, moneta falsa coniata non ho, ne devo portare mitria; se dato è per il mio malaffare che io mora, tagliatemi il capo"

Il principe rispose:

"Per le tue stomacherie il re Roberto ti imprigionò in perpetuo carcere; lo re Andrea ti liberò e funne amaramente morto; da le mani de li regali campare non potevi; solo Roma ti recepeo e ti salvò; tu le togliesti suo buono stato e tornasti in grazia dei regali; poi ti facesti capo di Grande Compagnia; arcieri e arrobatori allocavi in tue terre; tutto il reame consumavi e derubavi et predavi; re di Puglia ti facevi. Dunque degna cosa è che tua vita fine aggia laida e vituperosa, come hai meritato".

Giovanni Pipino non vide il Natale del 1357. Venne impiccato sui merli delle mura di Altamura e, dopo qualche giorno, il suo cadavere fu squartato e le sue parti esposte sulle quattro porte della città. I resti non trovarono sepoltura e furono dispersi nella campagna. Sulla porta della città orientata verso Matera, venne scolpita la coscia di Pipino, che lì era stata appesa, a perenne ammonimento dei sudditi pugliesi.
La ribellione del conte di Minervino, Palatino di Altamura, principe di Bari, si concluse nella maniera più tragica, senza processo e con una vittoria dell'Angioino, frutto dell'inganno.

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Copyright(c) . Created: Saturday 4 August 2001 Updated: Saturday 7 July 2007 at 20.05.32