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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Clemente VI non abbandonò Giovanna e si
adoperò per riavvicinarla al marito. Venne stabilito
un compromesso secondo il quale alla sovrana fu
restituita una delle due chiavi del tesoro e il sigillo
per gli atti amministrativi e, in cambio, Ludovico
poteva cingere la corona e compartecipare al
governo del regno. Nel giorno della Pentecoste,
Ludovico, con uno scettro d'argento dorato, vestito
di seta bianca, con una tunica rossa fregiata di gigli
d'oro, in una solenne funzione nella chiesa di santa
Chiara, fu incoronato re. Ma la sua gioia fu turbata
da un incidente: durante il corteo, il suo cavallo si
imbizzarrì, cadde e tre fregi della corona si spezzarono. Non fu un buon presagio. Il regale ricevimento si svolse a Castel Nuovo, con danze e canti,
suoni di liuti e ricche vivande e con straordinarie
esibizioni di un funambolo, mentre in una stanza
della reggia una bambina ammalata, Francesca,
nata dal matrimonio dei due sovrani, moriva senza
che la festa fosse interrotta.
Giovanna e Ludovico, il 7 aprile del 1352, per
imporre la pace nel regno, così pesantemente
provato dalla guerra, decisero di amnistiare tutti i
baroni che si erano schierati con gli Ungheresi,
perdonando loro tutti i delitti e tradimenti commessi. Il popolo delle campagne, purtroppo, continuò
a pagare gli strascichi della guerra, perché angariato
dagli abusi e dalle violenze di bande organizzate
dai mercenari rimasti nel regno.
Tra i baroni filoungheresi perdonati e riammessi
nei loro antichi feudi, vi era anche Pietro Pipino a
cui fu riconosciuta la comestabulia sulla città di
Lucera e il diritto di ricevere tutti i frutti e i redditi
della città di Sansevero, così come era stabilito
nello stesso testamento della regina Sancia, che
dichiarava legittimo proprietario del feudo il Pipino;
gli fu, inoltre, concesso di esercitare il "mero e
misto imperio" - cioè il diritto di giudicare i suoi
sudditi - nelle terre di Torremaggiore.
In questa atmosfera di riconciliazione, Giovanna
e Ludovico non erano in grado di pagare il censo
dovuto alla Curia avignonese, segno di come le
casse regie fossero vuote, e invitarono inutilmente
lo stesso Clemente ad amministrare direttamente
il regno. Per far fronte alle sue esigenze, Giovanna
si vide costretta a vendere Prato ai Fiorentini per
diciassettemilacinquecento fiorini d'oro.
Tutto lasciava presupporre che per il regno si
prefigurasse un periodo di pacifica e tranquilla
esistenza. Non fu così: il ritorno dall'Ungheria dei
principi cugini, tarantini e durazzeschi, riaprì vecchi e nuovi contenziosi. I principi pretendevano
ricche donazioni, come ricompensa per la prigionia subita, e per ottenerle non lesinarono atteggiamenti di sfida nei confronti dei sovrani. Roberto di
Taranto, che non aveva dimenticato l'affronto subito
per essere stato sostituito come consorte di Giovanna dal fratello, ridicolizzò pubblicamente la
regina non presentandosi al suo cospetto per renderle i dovuti omaggi. Roberto Durazzo, appena
mise piede sul suolo napoletano, inopinatamente
lanciò il guanto di sfida a Luigi di Ungheria che,
informato, minacciò una nuova invasione. Ludovico
fu costretto ad adoperarsi con un grande sforzo
diplomatico per chiudere l'incidente senza conseguenze. Ludovico Durazzo, ancora più inquieto,
preferì ritirarsi nelle sue fortificazioni del Gargano,
a Monte Sant'Angelo, per meditare la sua personale vendetta.
Un episodio di violenza giunse a turbare l'opinione pubblica napoletana. Giannotto Stendardo, un
importante feudatario napoletano, si era invaghito
di sua nipote: più che delle sue grazie, delle ricchezze ereditate per la morte del padre Jacopo Cantelmo.
Rapì la fanciulla, non ancora quindicenne, e la violentò, facendola poi sua sposa.
Il pontefice invitò i sovrani ad un atto di giustizia
favorevole agli eredi di Cantelmo, ma Giannotto fu,
invece, difeso e giustificato da Ludovico. Il padre
della ragazza, violentata, Jacopo Cantelmo, era
infatti divenuto cognato di Giannotto avendo rapito, a sua volta, la sorella di questi, quando la
fanciulla aveva solo tre anni!
Giovanna riuscì a trovare una intesa con i cugini
tarantini. Filippo, già sposato con Maria d'Angiò,
fu nominato giustiziere dell'Abruzzo. Chi fece le
spese di questa decisione fu il feudatario di L'Aquila, Lallo Camponesco. Filippo, infatti, era andato
a trovarlo nella sua città, ospitato con grandi onori.
Lallo Camponesco, alla fine della visita, si offrì di
riaccompagnare Filippo sulla strada del ritorno, e
giunto il momento del commiato il principe tarantino, a tradimento, lo uccise.
Sembra che Giovanni Pipino, in questo frangente, fosse stato catturato in uno scontro con truppe
residue ungheresi, insieme al conte Ruggero
Sanseverino, e che entrambi fossero tenuti prigionieri, per breve tempo, a Viségrad.
Giovanna e Ludovico ne approfittarono e il 23
maggio del 1353, affidarono a Roberto di Taranto
gli importanti feudi di Bari, Giovinazzo, Molfetta,
Bisceglie e Potenza. Proprio quelli che erano stati
precedentemente concessi ai Pipino, in cambio
della loro alleanza contro gli Ungheresi: ancora
una volta Giovanni Pipino si vedeva privato, senza
apparente motivo, dei feudi a lui concessi. Di questo
certamente ne gioivano, e probabilemnte non ne
erano nemmeno estranei, i Sanseverino e i del
Balzo, che invece, grazie all'appoggio di Acciaioli,
consolidavano a Corte il loro potere e la loro influenza.
Ludovico Durazzo, che insieme al fratello Roberto, nulla aveva ottenuto, si era adirato per il
matrimonio di Filippo di Taranto con la cognata
Maria d'Angiò. Più volte il Durazzo scrisse al papa
per ottenere la tutela dei figli della cognata, nati
dal matrimonio con il fratello Carlo Durazzo, e
tenuti letteralmente in ostaggio da Ludovico di
Taranto.
Clemente VI, strenuo difensore di Giovanna, che
tanto si era impegnato per mantenere unito il regno
napoletano, morì. A succedergli fu Innocenzo VI,
papa severo ed austero che volle moralizzare l'ambiente avignonese, troppo incline a soddisfare le
esigenze temporali e personali di papi e cardinali.
Giovanna, nonostante il parere contrario del
nuovo pontefice, non avendo mai abbandonato la
sua aspirazione di riconquistare la Sicilia, affidò a
Niccolò Acciaioli, nominato Gran Siniscalco, il
compito di riconquistare l'isola.
Il Fiorentino, più per una serie di fortunose circostanze che per abilità, riuscì nell'impresa, e il 20
aprile del 1354 conquistò Palermo. Giovanna, ricevuta la notizia, volle coinvolgere i sudditi napoletani
nella sua gioia, invitandoli ad accendere una candela, da porre nella notte, sui davanzali delle finestre. Le cronache dell'epoca non dicono, però, con
quello che costavano le candele e la poco florida
situazione economica del regno, se tale iniziativa
ebbe successo.
I Durazzo, che nulla avevano ottenuto dai sovrani, continuarono a coltivare i loro sentimenti di
rivalsa, decidendo di ribellarsi.
Roberto Durazzo si recò in Provenza e, con soli
ottanta uomini, conquistò l'imprendibile castello di
Le Beaux, dei del Balzo, alleati fedeli dei tarantini.
Fu una impresa notevole non solo per l'esiguo
numero di soldati di cui disponeva il principe
durazzesco, ma anche perché quel castello, oggi
ancora visibile, è situato su una ripida e scoscesa
rocca.
Ludovico Durazzo, invece, lasciò Monte Sant'Angelo per attaccare le città pugliesi fedeli a
Giovanna e recuperare il feudo di Gravina, che era
sempre appartenuto ai Durazzo, e che, grazie al
matrimonio di Maria d'Angiò con Filippo, era ora
controllato dai tarantini. Ludovico Durazzo cercò
alleati alla sua causa e ne trovò uno nello scontento Giovanni Pipino: tornato dalla sua breve prigionia dall'Ungheria, il Palatino si era trovato
destituito dei suoi feudi, passati nelle mani di
Roberto di Tarante.
Giovanna e Ludovico sembravano, però, preoccuparsi poco delle inquietudini durazzesche, tanto
che si guardarono bene dal sospendere le feste di
carnevale, pur avendo le frontiere del regno minacciate dalla terribile compagnia di ventura del
conte Lando, richiamato dal ribelle Roberto Durazzo
e da Giovanni Pipino.
Innocenzo VI non nascondeva i suoi dissapori
con la Corte angioina, causati da questioni non
marginali: era rammaricato per l'atteggiamento del
re tarantino che aveva perdonato Giannotto Stendardo per il rapimento della figlia di Jacopo
Cantelmo; era, altresì, stufo delle continue sollecitazioni di Giovanna, tendenti alla restituzione di
Avignone. I tentativi, inoltre, della Corte napoletana
di ritoccare i confini del ducato di Benevento, che
il papato riteneva inviolabili (essendo questo feudo
direttamente amministrato da Avignone) provocarono il fortissimo risentimento del papa, che si dispose a dare una severa lezione ai suoi regali vassalli.
La ribellione dei Durazzo trovò, inizialmente,
largo favore ad Avignone, grazie anche all'opera
dello zio, il cardinale Talleyrand, che aveva persuaso il pontefice ad appoggiare la rivolta.
In occasione di una visita alla basilica di san
Nicola di Bari, i sovrani avevano tentato, in vista
dell'impresa siciliana, una riappacificazione con il
Durazzo, ma il tentativo non ebbe successo per il
fermo rifiuto di quest'ultimo a presentarsi al loro
cospetto. Ludovico e Giovanna inviarono Giannotto
Stendardo e il vescovo di Trani, quali loro ambasciatori, al conte Palatino per invitarlo ad un incontro. Giovanni accettò, però chiese, per salvaguardare la sua incolumità, che gli stessi ambasciatori
rimanessero ostaggi nel suo castello di Minervino,
sino al suo ritorno. L'incontro non sortì alcun risultato. Il Palatino, difatti, voleva in cambio della
pace, il feudo di Monopoli e il ducato di Bari,
impegni che Ludovico di Taranto non era in grado
di assumere, essendo queste città sotto la giurisdizione di suo fratello Roberto. Le pretese di Pipino
erano state formulate, probabilmente, con il preciso scopo di ottenere un rifiuto.
Durante la trattativa tra il re e il Palatino, a
Barletta, furono rubati sessanta muli, con tutto il
carico, furto che fu interpretato come un affronto
architettato per screditare i sovrani.
Il 25 aprile del 1355, giunse a Napoli l'annuncio
della scomunica a Giovanna e Ludovico, con relativa interdizione. Il severissimo provvedimento,
giustificato dal papa con il mancato pagamento
del censo dovuto alla Curia, favorì politicamente
l'insurrezione dei Durazzo e di Giovanni Pipino. La
notizia raggiunse i sovrani proprio durante gli ennesimi svaghi di Ludovico in quel di Pozzuoli. Il
disegno papale era chiaro: la scomunica serviva
a delegittimare i sovrani, che, come era già successo in passato a Federico II, dovevano umiliarsi
e osservare fedelmente, per conservare il regno, le
volontà di Avignone.
Ludovico Durazzo e il Palatino ne approfittarono
subito per innalzare le insegne pontificie, per legittimare politicamente la loro sollevazione e perseguitare le città costiere pugliesi, fedeli al partito
dei tarantini.
La ribellione dei Durazzo riprese con più vigore.
Mentre Roberto portava lo scompiglio in Provenza,
Ludovico, con i fratelli Pipino, agiva in Puglia. Gli
insorti disponevano di discrete risorse, se furono
in grado di assoldare le truppe mercenarie del
conte Lando e di Annichino di Baumgarten. Riuscirono anche a fare proseliti portando dalla loro
parte il conte di Caserta, Francesco Della Rath, al
quale furono offerte cinquecento barbute e il feudo
di Montecassino. Il barone Della Rath, accettata
l'offerta, estese la rivolta in Terra di Lavoro e in
quella di Otranto. Lo stesso Palatino non disdegnò
di scrivere a Luigi di Ungheria, invitandolo ad
intervenire nuovamente nel regno. Le sue missive,
però, furono intercettate dalle spie angioine e consegnate al papa, che si preoccupò non poco, poiché
tutto poteva tollerare, tranne un nuovo
coinvolgimento del sovrano ungherese nelle faccende napoletane.
Ad Avignone, però, le cose mutarono. Il cardinale Talleyrand aveva preso posizione in favore dei
giovani principi cardinali, la cui condotta morale e
relativi privilegi avevano suscitato l'ira di Innocenzo VI. La cosa sfociò in uno scontro, tanto che il papa
fu costretto a lasciare Avignone e, attraversato il
Rodano, a rifugiarsi a Villeneuve. Alla fine, l'energico pontefice prese il soppravvento e riuscì ad
imporre la sua volontà, ponendo fine ai lussi e alle
gaie compagnie dei giovani cardinali avignonesi.
Dopo lo scontro con il cardinale Talleyrand,
Innocenzo VI mitigò il suo dissenso con Ludovico
e Giovanna, revocando la scomunica, ma non
l'interdetto, e inviò l'inquisitore Francesco da
Messina per colpire Ludovico Durazzo, che aveva
aperto le porte alla eresia dei fraticelli: il principe
durazzesco aveva ospitato a Monte Sant'Angelo il
loro vescovo, con l'ambizioso obiettivo di unificare
i vari movimenti che si ispiravano a san Francesco.
I fraticelli costituivano un ordine minore dei Francescani e godevano, come ordine mendicante, il
favore delle genti più povere; per questo il Durazzo
li favoriva in quanto gli consentiva di rendere più
popolare la sua insurrezione. L'ordine si ispirava al
poverello di Assisi ed era considerato un movimento eretico dalla Curia di Avignone, a causa delle loro
severe critiche al potere temporale. In tema di ortodossia teologica, i fraticelli ritenevano che un sacerdote caduto in peccato non potesse ne confessare,
ne celebrare l'eucarestia, ne, tantomeno, pretendere l'obbedienza da parte dei fedeli. Tesi che non
potevano assolutamente essere tollerate dal clero
avignonese, in gran parte poco incline ad osservare
i voti di castità e povertà. La scomunica per eresia,
nel Medioevo, costituiva la più severa condanna che
il clero potesse comminare, e poteva comportare
pene e torture atroci. In molti casi, significava essere
cancellati dalla società. Gli Angioini, molto devoti a
san Nicola e san Francesco (non è un caso che
Ludovico d'Angiò, canonizzato, fosse un francescano), diedero sempre ospitalità ai fraticelli, difendendoli dalle accuse di eresia.
Luigi di Taranto aveva affidato all'Acciaioli il
compito di contrastare la ribellione del Pipino e dei
suoi alleati. Il Gran Siniscalco si presentò con tremila barbute nella pianura di Barletta ma, a sua
insaputa, il re era sceso a patti con il conte Lando,
proponendogli il pagamento di circa centomila
fiorini d'oro in cambio della sua partenza dalle terre
del regno. Il sovrano, però, non disponeva di tale
somma e pensò di recuperarla imponendo una
tassa di dieci carlini su ogni tomolo di sale; il
popolo napoletano si ribellò, ritenendo ingiusto il
tributo, che fu subito soppresso.
Il 23 maggio del 1355, Innocenzo VI, dopo aver
precedentemente sollecitato (nel mese di febbraio)
i sovrani napoletani affinchè si adoperassero per
la restituzione del feudo di Minervino a Raimondo
del Balzo, e quale segno del mutato clima politico
ad Avignone, inviò una missiva a Giovanni Pipino
e ai suoi fratelli:
"Sono stato informato che per ignote ragioni
siete scontenti del re e della regina, per questo non
solo favorite ma siete i principali direttori delle
scellerate genti straniere le quali, pur essendo di
diverse nazionalità, si sono riunite in compagnia
spinte dalla cieca avidità. Sono meravigliato di
questo vostro agire, poiché in epoche precedenti
avete combattuto a favore dei sovrani, avendo
sopportato a causa loro le tribolazioni della prigionia. Ed ora che serve di più il vostro aiuto, data
la misera condizione in cui è ridotto il regno, ora
che avreste dovuto più strenuamente combattere
contro le orde straniere per cacciarle dal regno,
non solo avete abbandonato i reali, ma vi siete
schierati contro. Se volete evitare le pene spirituali
e temporali, serve che mutiate atteggiamento per
difendere la patria, per la quale Catone diceva che
bisognava morire! E mio desiderio, comunque, la
vostra salvezza a onore del vostro nome, e pregandovi di abbandonare l'errore interverrò a vostro
sostegno per quello che ritenete giusto chiedere ai
sovrani. Vi raccomando di esporre i vostri desideri
al Vescovo di Trani scelto quale mio referente".
Dalla lettera, nella quale il papa riconosce i
Pipino come "principali direttori" della ribellione
durazzesca, si può ipotizzare che Innocenzo VI era
seriamente preoccupato dalla piega che avevano
preso gli avvenimenti e che potevano degenerare,
sino al punto di riaprire gli interessi degli Ungheresi
sulle vicende del regno napoletano. Di qui l'esortazione ai fratelli pugliesi di desistere dal loro atteggiamento, affidando al vescovo di Trani, vice
cancelliere del regno, il compito di svolgere una
intermediazione tra i Pipino e la Corte.
Ludovico Durazzo, forte dell'appoggio delle truppe del conte di Caserta e dei mercenari del conte
Lando, era entrato, senza nessun contrasto, in Terra
di Lavoro, giungendo sotto le porte di Napoli. Gli
insorti erano tanto sicuri di avere ormai in pugno
la situazione che, in attesa degli eventi e del pagamento di un notevole riscatto chiesto a Ludovico
di Taranto, si dilettavano ad uccellare.
Nel marzo del 1356, l'insurrezione era ancora
attiva, lo si deduce da una lettera di Acciaioli
inviata a suo fratello:
"Là dove io pensavo che dovessimo possedere
queta pace, ne converrà fare guerra. Ma se lo re
vorrà faticare un poco e venire qua, siccome io ho
scritto, tutto sarà per lo meliore; perché a li ordini
che si prenderanno, si castigherà la pazzia e li
tradimenti de lo Palatino; e ipso castigato, sarìa
reformato tutto questo reame; ma se lo re volerà
questo negligere, ipso ne sarà lo primo ripenituto".
E ancora evidente che Giovanni Pipino, nella
contesa, rappresentava una parte rilevante, difatti
anche la lettera di Acciaioli sembrava assegnargli,
nella vicenda della ribellione dei durazzeschi, un
ruolo centrale.
Con l'aiuto del legato pontificio, il cardinale soldato Egidio di Albornoz, l'Acciaioli riuscì a
raccogliere delle truppe e ad accamparsi a ridosso
dei ribelli, attendendo che da Napoli Ludovico si
decidesse ad uscire, per stringere in una morsa
l'esercito nemico. Il re angioino, invece, preferì
continuare a rallegrarsi con divertimenti e danze e,
nuovamente, tentò l'accordo con il conte di Lando;
accordo che, questa volta, fu raggiunto con un
esborso di trentacinquemila fiorini, subito, e altri
settantamila da consegnare in due rate.
Ludovico, che di faticare aveva poca voglia,
assoldò dal Lando ottocento barbute e le inviò
contro il Palatino. Si scontrarono a Barletta, in una
drammatica battaglia dalle alterne vicende; infine,
grazie al coraggio di due mercenari del Palatino,
Muscherada e Matarazzo, le truppe regie e i mercenari del di Lando subirono una disfatta.
Acciaioli, dopo questa sconfitta, aveva fretta di
intavolare trattative di pace con il forte Pipino,
poiché la ripresa della guerra in Sicilia lo richiamava a nuovi e urgenti compiti. In una lettera
inviata a suo fratello nel luglio del 1356, il Gran
Siniscalco affermava:
"Non posso estimare ancora lo fine, [della guerra] imperò che nulla cosa infirma potè essere firma, e lo Palatino è costante in inconstantia e in
ogni perditione".
L'accordo fu raggiunto con Acciaioli, con la
cessione di due suoi importanti feudi a Giovanni
Pipino, Matera e Ginosa.
Il Durazzo, vistosi isolato, pervenne a più miti
atteggiamenti e il mercenario conte Lando, alla
fine del 1356, passava i confini del regno
"con le sue oltre duemila barbute, ben montate e
ben in arme, e gran quantità di cavallari saccomanni
in ronzini e somieri, e barattieri [giocatori o saltimbanchi], femmine di mondo, più altra gente sudicia
e vile, bene più di seimila".
Si comprende quale forza d'urto rappresentassero queste bande per il regno e, in modo particolare, nei confronti delle popolazioni. Sembrava,
così, che alla fine dell'anno la pace fosse stata
ristabilita, anche se alcuni mercenari del conte
Lando saccheggiarono le città di Rapallo e Venosa.
Acciaioli, nel mese di novembre, raggiunta la
pace con Giovanni Pipino, lasciò la Puglia per conquistare Messina dove, il 24 dicembre, fu raggiunto
dalla regina e da Ludovico. Il successo fu effimero.
A Catania, la flotta angioina si fece sorprendere da
quella aragonese e venne completamente affondata. Per la corona angioina la Sicilia ancora una volta
fu fonte di lutti, dolori ed amarezze.
Durante la ritirata, Ludovico di Taranto passò
per la Puglia. Si rese conto che ormai Giovanni
Pipino poteva costituire un serio pericolo per la
corona. Non solo rappresentava il dissenso dei
piccoli baroni pugliesi, ma anche le loro aspirazioni autonomistiche e, soprattutto, contribuiva in
modo determinante a rafforzare politicamente la
ribellione dei durazzeschi. L'Angioino nominò vicario per la Puglia il fratello Roberto, affidandogli
il compito di sconfiggere il Palatino.
Roberto comprese che avere ragione del conte
di Minervino non era cosa semplice e, certamente,
comportava rischi affrontarlo in aperta battaglia.
Preferì usare l'arma della corruzione intessendo
rapporti con alcuni mercenari del conte. Roberto
riuscì nel suo intento affidando ad un suo cavaliere
fiorentino, Betto de Rossi, il compito di comprare,
riuscendovi, la fedeltà di alcuni capitani di Giovanni. Questo consentì di sorprendere il Palatino,
costretto a rifugiarsi nel castello di Matera, subito
assediato dalle ingenti truppe angioine. Per la
seconda volta, Giovanni tentò audacemente la carta
della solenne umiliazione. Si presentò al principe
angioino in camice e con un cappio al collo,
sperando di ottenere il perdono.
Invano. Roberto lo fece legare sul dorso di un
mulo per condurlo ad Altamura. Sul suo capo
venne posta una corona di legno verniciata in oro
e al collo un cartello, con su scritto "re di Puglia".
Giunto ad Altamura, il principe angioino decise,
dopo una sommaria sentenza, di impiccarlo sui
merli delle mura. Il Palatino ebbe un moto di orgoglio, non voleva morire impiccato:
"Non sono di legnaggio di essere appeso, moneta falsa coniata non ho, ne devo portare mitria;
se dato è per il mio malaffare che io mora, tagliatemi il capo"
Il principe rispose:
"Per le tue stomacherie il re Roberto ti imprigionò in perpetuo carcere; lo re Andrea ti liberò e
funne amaramente morto; da le mani de li regali
campare non potevi; solo Roma ti recepeo e ti
salvò; tu le togliesti suo buono stato e tornasti in
grazia dei regali; poi ti facesti capo di Grande
Compagnia; arcieri e arrobatori allocavi in tue terre;
tutto il reame consumavi e derubavi et predavi; re
di Puglia ti facevi. Dunque degna cosa è che tua
vita fine aggia laida e vituperosa, come hai meritato".
Giovanni Pipino non vide il Natale del 1357.
Venne impiccato sui merli delle mura di Altamura
e, dopo qualche giorno, il suo cadavere fu squartato e le sue parti esposte sulle quattro porte della
città. I resti non trovarono sepoltura e furono dispersi nella campagna. Sulla porta della città orientata verso Matera, venne scolpita la coscia di Pipino,
che lì era stata appesa, a perenne ammonimento
dei sudditi pugliesi.
La ribellione del conte di Minervino, Palatino di
Altamura, principe di Bari, si concluse nella maniera più tragica, senza processo e con una vittoria
dell'Angioino, frutto dell'inganno.
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