Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_conclusioni

 

militare_01 Pipino, ormai vicino ai sessant'anni, aveva giocato tutte le sue carte appoggiando la ribellione dei durazzeschi nella vana speranza, forse, di divenire "re di Puglia", anche se, probabilmente, quel titolo gli era stato appioppato solo per irriderlo. La sua alleanza con i durazzeschi, che rivendicavano il loro diritto al trono di Napoli, era una scelta obbligata; difatti nel partito dei tarantini, vi erano i del Balzo, Sanseverino e l'influente Acciaioli, tutti a lui ostili. Niccolò Acciaioli era il vero detentore del potere di Corte e ispiratore occulto, anche se questo non è possibile provarlo, dell'omicidio di Andrea. Mettersi contro la politica e il potere dell'Acciaioli, per Pipino fu un gravissimo errore.
Le vicende dei fratelli Pipino vanno, quindi, interpretate e inserite nella più ampia e complessa situazione politica del regno napoletano e non possono essere semplicemente ridotte ad un episodio di "anarchia feudale", uno fra i tanti che si verificarono nell'Italia Meridionale.

Giovanni Pipino era espressione del partito guelfo nella Corte angioina, legato al riconoscimento dei diritti feudali del papa sul regno, e costituì, più o meno consapevolmente, una rilevante pedina nella strategia diplomatica del papato, e a questa sua collocazione politica si mostrò fedele, sino a pagare prima con la prigione, poi con la morte (nota 1). Nessuno, oggi, può dire esattamente cosa egli pensasse veramente; alcuni storici lo hanno tratteggiato come un personaggio triste, sanguinario e turbolento.
Nella cultura popolare locale, l'immagine di Giovanni Pipino ha risentito del giudizio dei suoi avversari, e quindi oggetto di biografie e riferimenti non corrispondenti al vero. Per esempio:

"... di brutte forme costui, ambizioso e crudele, ricattatore di fuoriusciti, e di altra gente maligna, malvagio egli stesso, sovra ogni credere..." (nota 2).
In altri casi vengono confusi gli avvenimenti:

"...costei [la regina Giovanna] una sedicenne dispotica e capricciosa, essendo venuta in contrasto con il marito, Andrea di Ungheria, aveva, tra le sue tante leggerezze, liberato dal carcere Pipino di Barletta, un prepotente e feroce feudatario già avverso alla corona, per farlo suo socio contro il marito..." (nota 3).

Che il Palatino fosse di "brutte forme" nessuno lo può affermare, poiché non esistono ne iconografie ne descrizioni in alcuno dei documenti storici a noi pervenuti; più probabilmente doveva essere persona atletica, considerando che Giovanni partecipava ai tornei cavaliereschi della Corte e agli assalti; non fu nemmeno "socio" di Giovanna per combatterne il marito, da cui, invece, ottenne la liberazione dalla prigionia di Castel Capuano.
Lo stesso notar Domenico, di Gravina, testimone degli avvenimenti e avversario dichiarato di Giovanni, non addebita mai al cavaliere pugliese l'atrocità degli stupri di massa e le torture del tipo "strappar i denti" che, invece, erano largamente e ignominosamente praticati dalle regie truppe, sia angioine che ungheresi, nei confronti dei cittadini pugliesi.

Con questo non si vogliono assolvere gli atteggiamenti di un barone medievale, che certamente, come tutti i baroni, vessava i suoi sudditi e assediava le città avversarie, pretendendo riscatti e vincendo le loro resistenze con lotte e devastazioni.
Semplicemente, si vuole ristabilire una interpretazione più aderente alla realtà di quei tempi, definendo meglio il ruolo che, indubbiamente, il Palatino ebbe nelle vicende del regno: la ribellione per consolidare i suoi spazi dalle interferenze degli altri baroni; l'interessamento di Petrarca e del papa alle sue vicende, la cacciata del tribuno Cola di Rienzo da Roma. Avvenimenti che danno una dimensione storica alle sue azioni e sottolineano aspetti certamente meno ristretti e angusti di quelli che caratterizzavano, in generale, la vita di altri baroni del regno, seppure influenti.

Giovanni fu uno spirito inquieto. Passò la sua esistenza sempre combattendo, sempre destreggiandosi tra le fazioni, avversato dagli altri baroni di Corte, "condottiero e signore napoletano" lo definisce Emile Léonard, autorevole ed indiscusso storico del periodo angioino napoletano, che conferma come non corrette alcune interpretazioni sul cavaliere pugliese (nota 4).

Morì da eroe o da ribelle? Fu un "sovversivo" per le decadenti istituzioni angioine, o un "rivoluzionario" che voleva, magari, fare della Puglia un feudo autonomo, affrancandosi dal vassallaggio dei regnanti napoletani?
L'aspirazione del feudatario pugliese di affrancarsi dal vassallaggio angioino era tanto forte, che rende plausibile l'ipotesi, sostenuta dai suoi avversari, di voler dominare la sua terra con il titolo di re.
Nell'azione di Pipino, difatti,

"non è impossibile ... cogliere intenti o obiettivi non soltanto più ambiziosi, ma anche più calcolati, quali la costituzione di una signoria indipendente su basi territoriali ampie quanto la stessa Terra di Bari, della cui omogeneità strutturale e delle cui tendenze il Palatino sembra consapevole almeno quanto delle proprie forze" (nota 5).

Impresa che, invece, un secolo più tardi, riuscirà in parte a Raimondello del Balzo-Orsini, coraggioso e valoroso cavaliere pugliese, seppure per un breve periodo, concluso con la sua prematura morte, e con l'amaro destino che toccò a sua moglie, la nobile regina salentina Maria d'Enghien.
Questa, però, è un'altra storia.

Una cosa è certa: i dominatori che diedero la morte al cavaliere pugliese non erano affatto migliori di lui, anzi contribuirono sempre più, con il loro inesorabile declino, a peggiorare le sorti delle genti pugliesi (e meridionali), già compromesse dalle precedenti dominazioni.
Federico II, entrato nel mito come un "Grande Imperatore", grazie anche ad una sapiente operazione di rivalutazione dei suoi storici, impedì ai baroni meridionali qualsiasi autonoma gestione dei loro feudi, a differenza degli Angioini che furono, in questo, più tolleranti, ma si distinsero, almeno durante la seconda metà del Trecento, per mediocrità e abulia politica. Se con Federico II, il Sud fu avviato alla subordinazione storica e politica, gli ultimi Angioini ne consolidarono i presupposti per quella economica e sociale.

Luigi Pipino, venuto a conoscenza della sorte del fratello, si rifugiò nel castello di Minervino, ma non passò qualche mese che anch'egli fece una tragica fine. Tradito da uno dei suoi capitani, corrotto da Roberto di Taranto, fu fatto precipitare dalla torre del castello.
Pietro Pipino trovò, invece, rifugio e ospitalità ad Avignone, dove morì nel 1361. Innocenzo VI scrisse ai sovrani angioini affinchè riammettessero nel regno il figlio di Pietro, Giacomo, insieme alla madre, Margherita Ceccano e a Vannella Pipino. Giovanna acconsentì al loro rientro, aiutandoli con una provvigione di cento once d'oro.

Altamura passò nelle mani del principe Roberto, e altri feudi finirono per essere donati ad Arcuccio da Capri, altro presunto amante di Giovanna, il quale, nel 1376, si accordò con gli eredi dei fratelli Pipino, che avanzavano pretese. Fu raggiunta una transazione bonaria per millecinquecento once d'oro, con l'approvazione della regina.

Poi, di loro non vi è più traccia nei documenti. Tutti gli attori principali di questa tragedia non subirono sorte diversa.

Ludovico di Taranto, pochi anni dopo, fu annientato da un male incurabile, forse peste o malaria.

Ludovico Durazzo, dopo un altro tentativo fallito di ribellione, morì imprigionato ed avvelenato in Castel dell'Ovo, per mano dei suoi cugini rivali.

Giovanna I, dalla tiepida bellezza, "ne magra ne robusta, con il viso tondetto", non riuscì mai a caratterizzare politicamente il suo governo ed ebbe una vita sentimentale assai travagliata. Si difese come poteva, in una situazione di tragici avvenimenti e lotte fratricide, contesa e ambita da baroni e principi, che volevano divenire suoi amanti con l'unico scopo di sottrarle il potere. Tutto sommato fu una donna infelice. Soltanto in età matura, con il quarto marito, Ottone di Brunswick, un attempato e valoroso cavaliere senza feudi, conobbe un compagno fedele e disinteressato; ma anche quella fase della sua vita fu densa di guerre e combattimenti.

La Chiesa si trovava in pieno clima scismatico, e la regina dovette scegliere, schierandosi con l'antipapa francese Clemente VII, contro l'italiano Urbano VI, vescovo di Bari. Fu una scelta sofferta, ma obbligata che si rivelò, purtroppo, sbagliata, e le procurò una fine tragica. Finì i suoi giorni soffocata tra due cuscini di piume ad opera di soldati ungheresi, per ordine di suo cugino, Carlo III Durazzo, da lei designato quale suo erede. Giovanna non ebbe tomba, non ebbe ricordo (nota 6).

E per cancellare dalla memoria le imprese di Giovanni Pipino, cavaliere piede scalzo, i dominatori angioini lo consegnarono alla Storia, con la peggiore delle accuse, quella di eretico (nota 7), proprio lui, "Patrizio, liberatore di Roma e dei principi romani, illustre guerriero e difensore della Santa Chiesa".

Note:

  1. G. CONIGLIO, Feudatari di Puglia in un diploma di Roberto d'Angiò, "Archivio Storico Pugliese", voi. Vili, 1958, pag. 658.
  2. G. FIRRAO, Cenni stona sulla città di Altamura, Andria 1880, pag. 27.
  3. M. COSMAI, Stona di' Bisceglie, Molfetta 1960, pag. 37.
  4. E. LÉONARD, Gli Angiomi di Napoli, Varese 1937, pag. 444 e nota 19 di pag. 458.
  5. F. PORSIA, Le province, in "Storia del Mezzogiorno", voi VII, Roma 1986, pag. 480.
  6. C. ANGELILLIS, Nuove luci sulle vicende della regina Giovanna I, Monte Sant'Angelo 1977. L'autore sostiene suggestivamente la collocazione della tomba della regina nel castello di Monte Sant'Angelo, all'epoca roccaforte dei durazzeschi.
  7. G. CONIGLIO, op. cit., pagg. 660-65.

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