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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Carlo I d'Angiò fu un re energico ed attivo, a tal
punto che riteneva il sonno una inutile perdita di
tempo. Nel giro di soli tre anni edificò a Napoli il
Castel Novo, utilizzando la mano d'opera locale,
obbligata a turni pesantissimi, minacciando di distruggere le abitazioni se i muratori si fossero
assentati dal lavoro.
Napoli, che contava circa trentamila abitanti,
con l'avvento della dinastia angioina ebbe un nuovo
e rinnovato sviluppo, tanto da divenire ben presto
sede di una delle Corti più importanti dell'Europa
medievale.
L'Angioino favorì, inoltre, la nascita di industrie
laniere e di tintorie, rese più attivi i commerci
potenziando la flotta. Tentò di riconquistare la Sicilia
due anni dopo i Vespri, inviando nell'isola il figlio
Carlo II che fu, invece, sconfitto e imprigionato
dagli Aragonesi.
Alla notizia della sconfitta angioina, il popolo di
Napoli insorse per inneggiare al vincitore, Pietro III
d'Aragona, uccidendo e saccheggiando le case dei
nuovi dominatori.
Il nuovo Vespro fu soffocato nel sangue, grazie
all'appoggio determinante della Chiesa. Centocinquanta rivoltosi vennero impiccati sui pali posti
intorno alla piazza: il crudele spettacolo voleva
essere un duro ammonimento ai sudditi.
Il ceto popolare napoletano pagava le tasse
almeno per il 65% del valore totale, la classe media,
costituita da notabili, funzionari, commercianti e
figure seminobili, versava il 25%, e solo il 10%
dell'onere fiscale era riservato alla nobiltà' (nota 1).
La città era organizzata in Seggi o Sedili (approssimativamente costituivano una specie di decentramento amministrativo) per lo più controllati
dai Nobili, come quelli del Nido e di Capuana, o
dalle corporazioni, come quella del Porto; ve ne era
anche uno che rappresentava tutto il popolo della
città, docile strumento in mano alla nobiltà. Il
Seggio, oltre a preoccuparsi dell'inventario e del
controllo dei soggetti da tassare, eleggeva il Capitano di Piazza, provvedeva a dirimere le liti che
avvenivano tra i mercanti di generi alimentari,
sovrintendeva alle corporazioni di arti e mestieri,
distribuiva i sussidi rivenienti dalla tassa sul sale.
Tra gli addetti alla riscossione della tassa sul
sale, compare, nei documenti del 1280, Nicola
Pipino; suo figlio, Giovanni Pipino, dopo aver studiato ed appreso le conoscenze minime per stendere atti amministrativi, divenne, a Barletta, un
"piccol e vil notaiolo" al servizio del signore di
quella città, Giozzolino della Marra.
Come era costume di tutti i funzionari dell'epoca, cercò anch'egli di ottenere vantaggi personali
dalle proprie mansioni. Il notaio Giovanni Pipino
(che in seguito chiameremo Pipino il Vecchio) nel
1282 venne processato per una estorsione a danno
di alcuni commercianti. Fu assolto, ma probabilmente a suo favore giovò il fatto che tra gli imputati vi era il figlio dello stesso Giozzolino della
Marra.
L'abilità del giovane funzionario non sfuggì al re
che era sempre alla ricerca di una burocrazia efficiente, esperta in tutte le sottigliezze per la riscossione e l'amministrazione del pubblico denaro, a
cui non doveva mancare l'inventiva per fronteggiare le continue necessità del tesoro regio, impegnato a fronteggiare i debiti assunti dal sovrano con
i banchieri fiorentini e con lo stesso pontefice. Nel
1283, Pipino il Vecchio diventò un funzionario di
Corte con il modesto ma rispettabile stipendio di
due once, undici tari e cinque grana (nota 2). Per dare
un'idea del valore del suo stipendio, si può dire
che, all'epoca, con due grana si poteva acquistare
un chilogrammo di grano, con un tari trenta polli,
con due o tre tari una pecora e con due once d'oro
un discreto cavallo da traino, all'epoca mezzo di
locomozione di una certa importanza.
Pipino il Vecchio svolse con diligenza i suoi
compiti a Corte, tanto che Roberto d'Artois, Vicario
del regno durante la prigionia di Carlo II in Sicilia,
lo considerava già dilectus consiliarius et familiaris
noster e gli affidò la riscossione delle tasse della Puglia. Poco più tardi, Carlo II gli donava i feudi
di Accettura, in Basilicata e alcuni beni immobili
a Barletta. Iniziava così per Pipino, umile ed oscuro
funzionario di Corte, una sorprendente ascesa sociale. Nel 1289 fu decorato del "cingolo di miles",
cioè cavaliere. Il titolo gli permetteva di essere
elevato al rango di nobile, e due anni più tardi il
re, come premio per la sua fedeltà, lo nominò
Mastro Razionale della Magna Curia, l'ufficio di
maggiore autorità e dignità che si occupava della
gestione delle finanze.
Che fosse un uomo abile, lo testimonia uno
scambio di palazzi effettuato a Barletta con i frati
della chiesa di santa Maria Maggiore. Pipino sulla
base di una donazione di una casa distrutta riuscì,
alla fine, ad ottenere un immobile di notevole valore,
in cambio di dodici once d'oro e quindici tari che
il frate cantore Pietro avrebbe dovuto utilizzare, a
sua volta, per acquistare beni per la chiesa e ceri
da accendere a suffragio dei famigliari defunti di
Pipino.
Ma l'ambizione di Pipino non si esaurì a questo
punto. Per essere considerato un nobile in tutto e
per tutto gli mancava un matrimonio rispettabile.
Per consolidare la sua posizione a Corte, Giovanni sposò la nobile Sibilla di Bisceglie, figlia
ereditiera di un valoroso capitano provenzale di
Carlo I, fatto prigioniero da Corradino di Svevia
nella battaglia di Ponte a Valle, in Toscana. Dal
matrimonio nacquero quattro figli, il primogenito
Niccolo', Angiola, Margherita e Maria. Le figlie furono
sposate con cavalieri appartenenti a famiglie nobili
e influenti nella Corte: Angiola, si coniugò con
Niccolo' della Marra, Margherita con il conte di Terlizzi Gasso Dionisio, Maria con il conte di Ascoli
Adinolfo D'Aquino.
Con i matrimoni delle figlie, la scalata sociale
di Giovanni era ormai completata. Nessuno più
osava, a Corte, ricordare le umili origini di questo
potente funzionario del re. Pipino il Vecchio, successivamente, approfittò della sua nomina ad
esecutore testamentario di Giovanni Sparano di
Bari, signore del potente e ricco feudo di Altamura,
per unire in matrimonio, il 28 novembre del 1296,
suo figlio Niccolo' con una delle figlie del defunto
Giovanni, Giovannella, contessa di Vico. Quest'ultima, in seguito alla morte della sorella Cecca,
ereditò tutti i feudi famigliari che costituirono la
sua ricchissima dote nuziale.
Pipino il Vecchio, che si era ormai affermato
nella ristretta cerchia dei nobili più importanti del
regno, compì viaggi in compagnia del re in Provenza, funse da testimone in importanti atti della
Corte, come quello relativo all'infeudazione a Filippo di Taranto, fratello del re, del principato
d'Acaia, nel Peloponneso, del ducato di Atene e
del regno di Albania.
Ma l'impresa che più di ogni altra portò prestigio
alla sua casata, fu la conquista di Lucera, la colonia agricola voluta da Federico II per insediarvi
i guerrieri saraceni superstiti, dopo lo sterminio
ordinato in Sicilia.
Per sottolineare l'importanza di tale impresa ricorderemo, per sommi capi, le vicende di questa
cittadina.
Lucera contava trentamila abitanti, quasi tutti
musulmani, che l'avevano trasformata da piccolo
borgo in città ricca e fiorente, dove veniva coltivato
intensamente il grano. Questa città riconosceva al
sovrano un censo annuale di quattrocentocinquanta
once d'oro: da solo, costituiva un quarto circa di
tutto quello che pagava l'intera Capitanata. Carlo I
aveva tentato, inutilmente, di insediare nella città i
suoi cavalieri provenzali, approfittando dell'assenza dei guerrieri saraceni da lui impegnati nell'assedio di Durazzo. I Francesi, però, trovarono il clima
troppo caldo e preferirono trasferirsi sull'Appennino
dauno, a Celle e a Faeto. Ancora oggi, in quei
luoghi si parla un idioma provenzale, testimone
dell'antico insediamento di quei cavalieri.
La città saracena costituiva una spina nel fianco
per la politica degli Angioini e del papa, in quanto
ricordava non solo la presenza della fede
musulmana in un regno considerato feudo pontificio, ma era una visibile testimonianza del periodo
federiciano. Inoltre, Lucera, per risolvere i suoi
problemi demografici, cercava nuove terre da coltivare, cosa che incontrava l'aperta ostilità dei borghi
vicini.
L'impresa tentata da Carlo I, doveva riuscire a
Carlo I, che, nel 1300, affidava all'abile Pipino il
compito di conquistare la città con un esercito
forte di tremila cavalieri. Pipino, però, doveva
autofinanziare l'impresa e, a tal fine, avviò contatti
con le città della Capitanata che furono concordi
nell'immischiarsi in simili faccende. I Saraceni, infatti, disturbavano le campagne pugliesi con alcune scorrerie, erano invidiati per la loro ricchezza
e costituivano, soprattutto, un modello di società
poco gradito ale popolazioni cattoliche delle città vicine. Pipino, per farsi finanziare la spedizione, si impegnò a concedere vantaggi territoriali agli alleati, frutto della conquista della cittadina saracena.
L'impresa fu preparata con molta cura. Carlo II
lanciò un anatema: "Lucera dei Saraceni lurida
conca di fiere e divenuta agli occhi di tutti pantano
di infetto contagio, anzi dura peste di tutta la Puglia";
si attese che gli agricoltori musulmani raccogliessero ed ammassassero il grano nella città dopo la
mietitura. Il 15 agosto, giorno dell'Assunta, Pipino
il Vecchio lanciò l'assalto, costringendo i soldati
saraceni a rifugiarsi nel poderoso castello della
città. Per sconfiggerli, ricorse ad uno stratagemma,
fingendo una fuga in modo che i guerrieri musulmani
uscissero dalle mura. Era il 25 agosto. Lo stesso
Pipino rischiò la vita. Fu circondato da un nugolo
di soldati saraceni e disarcionato da cavallo. Nel
momento dell'estremo pericolo raccomandò l'anima sua a san Bartolomeo, il santo del giorno, e
mentre stava per essere ucciso, sopraggiunsero i
suoi cavalieri. La giornata si concluse con un pieno
e completo successo militare delle truppe angioine.
Grande fu il prestigio che questa impresa portò alla
famiglia dei Pipino.
Ci furono notevoli perdite umane da ambo le
parti. I Saraceni fatti prigionieri furono costretti ad
abiurare la loro fede; coloro che si rifiutarono furono passati a fil di spada; quelli che accettarono
il battesimo furono chiamati marrani, e circa
diecimila di loro furono venduti come schiavi ad
un'oncia d'oro ciascuno (nota 3), realizzando, così, un
bell'incasso per le assetate finanze del sovrano
angioino.
Il bottino fu ingente, tanto che, a lungo, se ne
favoleggiò nelle cronache dell'epoca. Broccati di
seta, oro cesellato, vasellame d'argento, pietre
preziose, perle, attrezzi agricoli, bestiame, costituirono l'ingente affare regio.
Soprattutto, furono recuperate immediatamente, almeno trentamila salme di grano, di cui seimila
spedite a Napoli, che stava soffrendo in particolar
modo per una carestia, mille salme andarono in
Sicilia, alle truppe di Roberto, figlio di Carlo II, che
stava conducendo l'ennesima battaglia in Sicilia
assediando Catania, e il resto venduto ai mercanti,
con notevole guadagno. Furono ovviamente, alienati tutti i beni e gli animali dei Saraceni.
Con la conquista di Lucera, il pontefice e Carlo
II acquisirono un ottimo risultato finanziario-politico. Il movente della sanguinosa persecuzione dei
Saraceni non fu certo l'ardente desiderio di rendere
cristiana quella città, ma un vero e proprio business,
per soddisfare, da un lato, le assetate esigenze di
cassa del sovrano, dall'altra per recuperare ingenti
provviste di granaglie, a costo zero, per soddisfare
la fame dei Napoletani.
Carlo II annunciò al papa l'avvenuta conquista
quale suo contributo al giubileo, che in quell'anno
si stava celebrando, cambiando il nome di Lucera
con quello di Santa Maria della Vittoria.
Pipino il Vecchio, da uomo accorto, trasse ovviamente qualche vantaggio patrimoniale. Accanto a quelli meno noti e tenuti segreti, ottenne in
dono dal re le terre di Tertiveri appartenute al capo
musulmano Abdelasisio, il castello di Ceglie di
Gualdo, la terza parte di Solete, feudo salentino,
e la comestabulìa (una specie di governatorato)
della città appena conquistata con diritto ereditario, più cento once d'oro sull'attività delle saline di
Puglia.
In cambio, Pipino il Vecchio si impegnò ad edificare una cattedrale ed un convento, questo dedicato a san Bartolomeo, e a donare simbolicamente al re una vacca nel dì dell'Assunta, un
maiale nel giorno di san Bartolomeo, un ariete in
quello di Pasqua. La vacca rappresentava l'abbondanza promessa, il maiale i Saraceni sconfitti, l'ariete la resurrezione cristiana di Lucera. Fu subito
avviata una colonizzazione per ripopolare la città
conquistata distribuendo terreni e case ai cavalieri
provenzali e ai cristiani disposti a trasferirsi, insieme a privilegi quali l'esenzione decennale delle
tasse e il diritto a vendemmiare e impastare liberamente nelle cantine e nei molini domestici.
L'ascesa di Pipino il Vecchio continuò con
l'acquisizione di vari feudi, tra i quali Cerignola, e
con l'autorizzazione di papa Clemente V ad ampliare con opere sumptuose la chiesa di santa Maria
Maggiore di Barletta. Questa città era tra le più
ricche del regno; il suo censo era di
cinquecentonove once d'oro, ben superiore a quello
di Bari. Per questo, Pipino aveva tutto l'interesse
ad affermare la sua influenza nella città, al punto
che anche una concessione di Carlo II di un oliveto
a favore dei frati barlettani lo vide coinvolto come
esecutore della volontà regia.
Quando Pipino ormai fu all'apice della sua scalata sociale, nel 1308 scoppiò uno scandalo a
Corte. Il figlio del re, Filippo principe di Taranto,
aveva sposato Ithamar, una principessa bizantina
che gli aveva portato in dote molte città dell'Epiro.
La principessa fu accusata di una relazione extra-coniugale con Bartolomeo Siginulfo, Gran
Camerario della Curia, ovvero responsabile del
tesoro di Carlo II. Inutilmente Siginulfo si protestò
innocente, anzi fu accusato anche di aver cospirato contro la stessa vita di Filippo di Taranto.
Probabilmente, però, quell'adulterio era inesistente; fu utilizzato con il triplice scopo di ridimensionare l'accresciuta influenza del Gran Camerario,
consentire il ripudio della principessa Ithamar per
favorire lo scioglimento del nodo matrimoniale in
vista di una nuova unione coniugale più vantaggiosa. Il terzo obiettivo era quello di lanciare un
messaggio inequivocabile ai funzionari di Corte
affinchè fossero ligi e strumento docile dei sovrani.
Ammonimento che valeva anche per Pipino il
Vecchio, uomo prudente e ossequioso ai voleri
regi, che si era lasciato coinvolgere nelle lotte del
suo Seggio parteggiando per una fazione, quella
degli Alopa contro i Grisso.
Nello stesso anno, morto Carlo II (del quale
Pipino il Vecchio fu tra gli esecutori testamentari),
salì sul trono il figlio Roberto, detto il Saggio, che
perfezionò il secondo matrimonio del fratello Filippo di Taranto, dopo il ripudio di Ithamar, con
Caterina di Courtenay, una fanciulla dodicenne,
nata zoppa, sorella del futuro re di Francia, con in
dote il simbolico titolo di imperatrice di
Costantinopoli. Un figlio di Filippo di Taranto, nato
dal primo matrimonio con Ithamar, sposò a sua
volta, per suggellare la complessa operazione
dinastica, la sorella di Caterina. Si potrebbe paragonare questa operazione a quello che oggi potremmo definire un "incrocio azionario" tra società.
E indubbio che i Provenzali, come i precedenti
dominatori, portarono nella loro Corte usanze e
costumi piuttosto disinvolti; non c'è stato sovrano
angioino, maschio o femmina, che non abbia avuto
le sue brave concubine o amanti, ma senza uguagliare Federico II che, oltre alle tre mogli, ebbe
qualche amante e fu accusato di disporre di una
specie di harem, (si trattava, di danzatrici che
allietavano la sua Corte).
Pipino il Vecchio fu confermato nelle sue funzioni e nominato consigliere a latere da re Roberto,
il quale gli restituì il feudo di Minervino che gli era
stato tolto dal fratello di Carlo II, Raimondo
Berengario, deceduto qualche anno prima. Il re giustificò, secondo usanza, la sua donazione, con
la necessità di provvedere a rimedio e salvezza
dell'anima degli stessi eredi di Berengario, come
se il suo fedele funzionario fosse stato un santo o
un'opera pia.
Nel 1310, Pipino ottenne altri feudi: le contee
di Potenza, Troia e Vico, divenendo uno dei baroni
più importanti del regno. Negli anni successivi,
Pipino il Vecchio incrementò ulteriormente i suoi
possedimenti, il cui elenco diviene ora troppo lungo
citare. Intervenne, con il maggior numero di cavalieri, a fianco del fratello del re, Giovanni, duca di
Durazzo, impegnato a combattere in Sicilia, e fu
testimone dell'accordo di pace concluso da Roberto con i Pisani, nel giugno del 1316. Fece ancora
in tempo a ricevere un altro dono feudale, il castello di Biano, e nell'agosto dello stesso anno
passò a miglior vita.
Il suo corpo fu tumulato nel convento di San
Pietro a Maiella, ad Aversa; sul sepolcro fu inciso
un epitaffio che ricordava la sua impresa contro i
saraceni:
Per quem barbarica damnata gente subacta,
gaudet Luceria iam nunc Christicola facta
(con il suo intervento, sottomessa la popolazione
barbarica e dannata, esulta Lucera città fatta cristiana).
Non mancarono le condoglianze del pontefice ai famigliari.
Il primo settembre, re Roberto firmò il decreto
di successione dei beni di Pipino il Vecchio al figlio
Niccolò, pattuendo una tassa di successione pari
a trecentotrentatrè once d'oro e quindici tari, più
il riconoscimento delle spese per il mantenimento
di trentatrè cavalieri per il regio ospizio.
Niccolo Pipino, che era sposato a Giovannella
di Altamura, divenne, così, uno dei primi signori
del regno. Alla fine dell'inverno si recò in Provenza,
in occasione della cerimonia di canonizzazione di
Luigi d'Angiò, fratello di re Roberto. Successivamente, Niccolò partì per la Sicilia, a combattere
l'eterna guerra degli Angioini contro gli Aragonesi,
precedentemente interrotta per soccorrere Genova, minacciata dai ghibellini. In questa circostanza,
Pipino ottenne dal re la revoca della tassa di venticinque once sul feudo di Minervino, borgo situato
nel bel mezzo della Murgia barese che, all'epoca,
contava tremila abitanti, e fu insignito del titolo di
conte della città con il riconoscimento del diritto
di successione. Il sovrano gli confermò, inoltre, le
cento once d'oro annue provenienti dalle saline di
Puglia e la comestabulìa di Lucera.
In occasione della minacciosa discesa in Italia
del ghibellino Ludovico il Bavaro, nel 1328, Roberto nominò Niccolò capitano generale dell'Abruzzo
per la difesa dei confini del regno. Qualche anno
dopo Pipino litigò aspramente con l'imperatrice
Caterina di Courtenay per il possesso di un terreno
in località Radicata, presso Spinazzola e, il 24
ottobre del 1332, i figli di Niccolò, per la morte del
padre, pagarono alle casse regie i diritti di successione.
Re Roberto, rimasto vedovo, sposò in seconde
nozze Sancia d'Aragona e per consolidare i suoi
legami con la Corte di Francia, unì in matrimonio
suo figlio di primo letto, Carlo l'Illustre, con Maria
di Valois. Nel contempo il sovrano pensò, per
ampliare gli interessi dinastici del suo casato, di far
sposare l'altro fratello, Giovanni, duca di Durazzo,
con la vedova Matilde di Hainault che portava in
dote l'Acaia. Matilde era intensamente innamorata
di un altro uomo e non aveva alcuna intenzione di
accettare un matrimonio imposto dalla ragion di
stato. Ma invano. La vedova fu costretta ad imbarcarsi per Napoli, dove contro la sua volontà, furono
celebrate le nozze. Matilde volle rimanere fedele al
suo amore negandosi al marito e, appena le fu
possibile, con il pretesto di un pellegrinaggio, fuggì
a Roma. Non la passò liscia. Re Roberto la fece
riprendere e segregare a vita nella fortezza napoletana di Castel dell'Ovo, dove morì qualche anno
dopo, nel più completo isolamento.
Giovanni di Durazzo, ripudiata Matilde, si unì,
poi, in seconde nozze, con Agnese di Périgord,
sorella dell'influente cardinale avignonese
Talleyrand, nati entrambi, si racconta, da una
relazione adulterina tra la bellissima Brunissenda
de Foix con il papa avignonese Clemente V.
Le giovani principesse trasferirono nella reggia
napoletana la gaia atmosfera del modello "cortese" francese. Conviti, danze e giostre trovarono
rinnovato vigore a Castel Novo; lo stesso re Roberto trovò il tempo e l'occasione per blandire le
dame di Corte, tanto che gli si attribuì una figlia
naturale, Maria d'Aquino (forse la famosa
Fiammetta del giovane Boccaccio, che dimorava
a Napoli). La nuora del re, Maria di Valois, durante
un soggiorno fiorentino, pretese da Cecco d'Ascoli, medico e rinomato astrologo, un oroscopo per
lei e Giovanna, la sua bambina nata da poco.
Cecco, consultate le stelle, si guardò bene dal
rivelare la sua predizione. La principessa, nota per
il suo carattere presuntuoso, non ispirava fiducia
all'esperto astrologo.
La francesina, difatti, aveva gradito molto poco
che le altre dame fiorentine l'avessero imitata, abbigliandosi con ricche vesti e, per scoraggiarle,
convinse il marito ad emanare un editto con cui
si obbligavano le nobildonne toscane a indossare
vesti più umili, pena l'obbligo di portare un cappello da cui pendevano gialle cordicelle, tanto fitte
da nascondere il viso. Maria di Valois voleva a tutti
i costi avere il privilegio di essere la donna più
graziosa ed ammirata di Firenze.
Dopo molte insistenze della principessa, Cecco,
uomo prudente e discreto, dovette piegarsi e, tra
mille scuse e contorsioni linguistiche, finì per annunciare il presagio che vedeva madre e figlia
abbandonate alla più immorale delle condotte. Il
responso dell'astrologo non fu gradito e Cecco fu
condannato al rogo.
Maria di Valois e Carlo l'Illustre morirono prematuramente, lasciando a re Roberto due nipotine,
Giovanna e Maria. Il sovrano, in base ai suoi calcoli
dinastici, voleva il matrimonio delle fanciulle con
i rispettivi cugini angioini del ramo ungherese.
Nel Medioevo il matrimonio tra consanguinei
era molto diffuso tra i nobili, e in questo caso
serviva per consolidare il regno napoletano, per
mettere al riparo le nipotine dagli appetiti ereditari
dei figli di Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo,
fratelli del re, che avevano, ovviamente, pretese
sul trono.
A soli sette anni Giovanna, erede designata al
trono, fu unita in matrimonio al coetaneo cugino
ungherese Andrea, e Maria d'Angiò fu promessa
sposa, invece, a Luigi, fratello di Andrea, futuro re
di Ungheria.
Roberto non sapeva di aver commesso un terribile errore.
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