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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Roberto il Saggio coltivò l'amore per la letteratura e ampliò la regia biblioteca affidandola a Paolo
Perugino; volle ospitare Petrarca, in occasione della
sua presenza a Roma, prima che cingesse l'alloro.
Il sovrano, che si dilettava di composizione poetica, da cui il suo soprannome di "re sermone",
declamò al poeta i suoi versi e lo invitò a dedicargli
il poemetto "Africa".
Roberto, uomo di indole avara, a modo suo
sapeva essere anche generoso: gli studenti che
frequentavano l'università napoletana erano agevolati nel pagamento delle tasse ed era consentito
loro, per gli acquisti alimentari, di imporre ai
commercianti il prezzo del pesce. Quando cavalcava per Napoli, inoltre, faceva distribuire ai poveri
sei tari, la qual cosa rendeva scenografica ogni sua
uscita.
D'altra parte, a quei tempi non esistevano mezzi
di comunicazione di massa e i sovrani dovevano
pur rendere visibile la loro presenza: in molti casi
questo scopo era raggiunto con l'edificazione di
una chiesa o di un castello, in altri con la sovvenzione a qualche monastero affinchè si aiutassero
i bisognosi. Napoli, sotto gli Angioini, si sviluppò
notevolmente, raggiungendo i sessantamila abitanti. Il suo porto era molto attivo e le piazze
brulicavano di gente di razze e ceti sociali diversi;
mercanti greci, musulmani, veneziani, avventurieri, prostitute, che contribuivano a rendere rumorosa anche la piazza antistante Castel Nuovo, fino a
indurre la regina Sancia, donna mistica e votata
alla preghiera, a chiedere l'intervento di suo marito, Roberto, affinchè cessassero gli schiamazzi. Il
chiasso e il fetore che avvolgeva la città, per l'abitudine di versare i liquami lungo le strade, dovevano essere, già a quei tempi, insopportabili.
I nobili trascorrevano il proprio tempo tra feste
e giostre, intrecciando ardite relazioni sentimentali
che daranno, più tardi, al giovane Boccaccio,
residente a Napoli in qualità di apprendista banchiere, gli spunti per scrivere il Decameron.
Boccaccio conobbe a Napoli Fiammetta, moglie di
un nobile, che lo aveva ardentemente ricambiato
del suo amore sino al rientro del marito da una
missione.
La futura regina Giovanna preferiva passare il
tempo tra giochi e danze, tralasciando gli studi e
ricambiando i corteggiamenti interessati dei principi cugini e di giovani nobili, forse per trovare
scampo alla noiosa compagnia del marito che le
era stato imposto da bambina. Andrea, di carattere
rude e poco disponibile alle compagnie frivole dei
suoi coetanei di Corte, preferiva dedicarsi alla caccia
con il falcone e a quella dei cinghiali, trascurando
i suoi doveri coniugali e intrattenendosi in allegre
brigate con il suo seguito di cavalieri e dame ungheresi.
Se a Napoli i cortigiani, anche per celare i loro
pesanti contrasti interni, si distraevano con divertimenti e allegre convivialità, altre città del regno,
per la debolezza del governo angioino, precipitavano
sempre più verso il disordine politico, con la conseguenza che i cittadini erano costretti a subire
sempre più i soprusi e la voracità fiscale dei
signorotti e baroni locali.
A Salerno, per esempio, tra il 1334 e il 1338
si contendevano il potere due famiglie, quelle degli
Amidei e dei Buondelmonti. Roberto intervenne,
sedando la furibonda e sanguinosa lotta con un
indulto generale, ma ottenne un deludente risultato: l'anno dopo, il tumulto riprese con maggior
violenza. Nel 1334, alcuni malviventi avevano indossato i panni dei cavalieri Templari per usurpare
i loro beni con la violenza, e così camuffati rapinavano i viandanti. Nel 1336 il terrore regnava
nella valle del Fortore; i baroni assoldavano briganti feroci e sanguinari per predare i sobborghi
e dividere il frutto delle loro azioni.
Non erano certamente tempi di pace e giustizia
sociale: i cimatori dei panni di lana dovettero ricorrere al re perché i sarti e i famuli, cioè i servi
dei mercanti, pretendevano da loro il 25% dei
guadagni per evitare ritorsioni.
Neanche la piccola nobiltà periferica si trovava
in condizioni migliori: a molti di loro era rimasto
ben poco delle ricchezze originarie, e la decadenza
era giunta a punto tale che alcuni di loro non
sapevano leggere ne scrivere.
Ma torniamo ai protagonisti della nostra vicenda.
Giovannella di Altamura, rimasta vedova di
Niccolo Pipino, suddivise subito i beni famigliari tra
i figli maschi. Giovanni Pipino divenne conte di
Minervino e si autoproclamò Palatino di Altamura.
Il secondo, Pietro, fu conte di Vico; il terzo, Luigi,
ereditò altri feudi. Maritò la figlia più grande al
conte Nicola d'Eboli di Trivento, la più piccola,
Vannella, ad un cavaliere ungherese, il conte di
Asperch, giunto in Puglia al seguito del principe
Andrea.
Giovanni Pipino viveva stabilmente a Corte come
ciambellano del re e, avendo ricevuto una educazione austera dalla madre Giovannella, doveva
giudicare con occhio severo l'ambiente cortigiano.
Ormai trentenne, il conte Palatino si allontanò da
Napoli per risiedere nel castello di Minervino, con
lo scopo di controllare i feudi famigliari. Probabilmente sul possesso del castello erano sorti problemi con gli eredi di Raimondo Berengario, per questo
si attribuì a Giovanni Pipino l'uccisione del nobile
provenzale Reginoro del Balzo, cognato di
Sigismondo e Ruggero della Marra. Circostanza,
questa, che potrebbe spiegare l'eterno conflitto tra
le famiglie dei del Balzo e della Marra con Giovanni
Pipino, per il possesso del feudo di Minervino.
L'anno dopo, Giovanni intervenne con i suoi
soldati per difendere il fratello Pietro in una contesa
sorta con il vescovo di Vico. Gli abitanti di questa
città si erano ribellati per l'imposizione di una tassa,
come era consuetudine in quei tempi, per far fronte
alle spese matrimoniali della sorella dei Pipino,
Agnese.
La disputa tra i cittadini, appoggiati dal loro
vescovo, e Pietro, finì in giudizio. Il re, esaminata
la vicenda, stabilì che fossero eletti maestri giurati
due cittadini di buona condizione, uno di gradimento del vescovo, l'altro del conte, i quali avrebbero avuto il compito di assistere Pipino nella riscossione dei proventi. In cambio, il conte si impegnava, sotto giuramento, a non vessare o gravare di altre tasse i cittadini e, pur conservando il
titolo di conte di Vico, riconosceva di regio demanio la città. Questo patto consentiva ai cittadini di
essere soggetti solo al re e di essere liberi da
qualsiasi ombra di dominio signorile. Pietro Pipino
era stato, praticamente, esautorato del suo feudo.
I fratelli Pipino avevano da poco ereditato i consistenti beni della nonna, Sibilla di Bisceglie, ma
questa eredità era contesa da una loro zia e dal
marito di costei, Gasso Dionisio, conte di Terlizzi,
giustiziere di Terra di Bari. Gasso abusò della sua
funzione per penetrare nottetempo nella casa di
Giovanni Pipino e trafugare i tesori della defunta;
ma non si fermò qui. Sempre di notte, entrò nelle
dispense di Giovanni, a Bisceglie, facendo man
bassa di olio e frumento che vi erano ammassati.
Il giorno dopo si recò nelle stalle del conte di
Minervino per prelevare vacche, cavalli, e maiali
e custodirli nelle sue masserie. Per non essere
incolpato dei furti effettuati, Gasso condusse Nicoletta, dama di compagnia di Sibilla e unica testimone delle sue imprese, prigioniera nel suo castello di Terlizzi.
Al Palatino non si presentava altra strada che
quella di chiedere la protezione del sovrano. Ma le
decisioni di quest'ultimo si rivelarono addirittura
controproducenti. Oltre a negargli il recupero dei
beni maltolti, il re gli impose di restituire alla zia
un debito di duecento once d'oro contratto con la
defunta nonna e mai saldato.
L'allontanamento di Giovanni Pipino da Napoli
cominciava a far sentire i suoi effetti. Nella Corte
si stava affermando un nuovo gruppo di potere, più
strettamente legato alle origini provenzali; del resto, Pipino il Vecchio era un parvenu, cresciuto
dapprima all'ombra di Giozzolino della Marra e in
seguito per il benvolere di Carlo I. Pipino non era
di nobili origini e, tantomeno, un provenzale: la sua
ascesa rappresentava una eccezione alle rigide
regole degli infeudamenti, dei complessi meccanismi del potere della nobiltà. Il suo stemma
gentilizio, consistente in tre ostriche rosse in campo azzurro con in cima il rastrello rosso degli
Angioini, era una invenzione, non un blasone ereditato da eroiche imprese di qualche lontano cavaliere provenzale o normanno.
A Corte, le leve del potere erano passate nelle
mani dei Sanseverino e dei del Balzo che amministravano i poteri militari e giudiziari. Costoro erano
fortemente ostili ai Pipino, avendo preso di mira i
loro feudi.
Giovannella di Altamura cercò di sollevare le
sorti della famiglia e di rafforzare i blasoni dei
propri figli. Fece fronte ai loro debiti prestando, nel
1337, al Palatino e a Pietro milletrecento fiorini in
oro da consegnare ai giustizieri per alcuni loro
feudi siti in Terra di Lavoro e in Basilicata. La
contessa di Altamura, dopo aver ottenuto il permesso del re, intavolò trattative con la regina Sancia
per acquistare alcuni feudi, versando più di novemila once in carlini d'argento, insieme alle spese
annuali per sostenere e mantenere il servizio di
venticinque cavalieri a disposizione del re. Ottenne, così, il feudo di San Severo, che destinò a
Pietro Pipino, mentre quello di Torremaggiore fu
dato in appannaggio a Luigi. Tenne per sé, invece,
il feudo di Miglionico (nei pressi di Matera) per
duemilaseicento once d'oro. Era evidente che Giovannella disponeva ancora di cospicue risorse che
amministrava diligentemente.
Sembrò che i rapporti tra la famiglia Pipino e
la Corte migliorassero sensibilmente: il conte
Palatino si recò in Sicilia per prestare servizio
militare, e il sovrano gli riconfermò le cento once
d'oro rivenienti dai ricavi delle saline di Puglia, che
erano già state concesse al nonno. A Pietro si
consentì di esportare dal porto di Manfredonia
duecentocinquanta salme di granaglie raccolte nelle
sue masserie di Capitanata. Luigi riuscì ad ottenere
giustizia in una lite sorta con i cittadini di un borgo
che avevano occupato le terre di un suo feudo. La
stessa Giovannella si vide accolta una istanza per
verificare i suoi crediti, frutto del possesso di alcune sue terre, crediti che non le erano stati corrisposti dai regi funzionari. Il sovrano sembrò riservare in questo frangente maggiore attenzione nei
confronti dei suoi feudatari pugliesi.
L'anno successivo insorsero gli abitanti di San
Severo che assaltarono il castello della città per
scacciare i soldati del conte Pietro Pipino. Il motivo
della ribellione era causato dall'insofferenza dei
Sanseveresi nei confronti della signoria del Pipino,
preferendo, come tutte le altre città del regno, la
giurisdizione del regio demanio (cioè del sovrano),
meno diretta e quindi più eludibile.
Pietro, che in quel momento si trovava nella
vicina Lucera intervenne, distruggendo orti, vigneti
e campi dei ribelli che giunsero persino a rifiutare
l'ordine del re che imponeva loro di accettare la
baronia del loro nuovo signore. Pietro, per vincere
l'ostinazione dei Sanseveresi, chiese aiuto al fratello Giovanni il quale, aiutato da Niccolò e Alessandro Degattis, intervenne con trecento cavalieri e
molti soldati, utilizzando contro i ribelli macchine
ossidionali, come torri di legno e arieti, con l'approvazione dello stesso sovrano e l'aiuto militare dei
suoi ufficiali. Ma i cittadini si resero protagonisti di
una valorosa e gagliarda resistenza, e così la disputa andò avanti per un anno senza che si arrivasse
ad una soluzione.
Il sovrano decise di intervenire direttamente per
sistemare una volta per tutte la questione. Stabilì
che San Severo tornasse al regio demanio pagando
un riscatto di millecinquecento once per affrancarsi
dalla baronia del Pipino, a cui dovevano essere
restituiti i soldi spesi per l'acquisizione del feudo
dalla regina Sancia. Inoltre, a Pipino venivano assegnate, a titolo di rimborso, le somme dovute dai
cittadini per le gabelle. L'anno dopo i Sanseveresi,
che erano stati anche multati dal re per la loro
disobbedienza, chiesero ed ottennero dal sovrano
la sospensione della sanzione. Pietro Pipino era
stato, praticamente, ridimensionato nella sua
baronia per la seconda volta.
Poco più lontano, a Barletta, era scoppiata una
sanguinosa faida tra le famiglie dei della Marra e
i Degattis. Le campane rintoccavano le ore della
giornata segnate da incendi, devastazioni, sanguinosi agguati tra le due famiglie. Non si risparmiavano le atrocità: piedi, orecchie e nasi troncati ai
nemici venivano inchiodati sugli scudi, a mo' di
trofeo. Tommaso Sanseverino e Raimondo del
Balzo, per ordine del re, intervennero con le truppe
per sedare la rivolta. Giovanni Pipino riuscì ad
eludere le spie angioine e le truppe di Tommaso
Sanseverino e di Stefano e Giacobbe della Marra,
giungendo a conquistare la città di Ruvo, in cui i
della Marra avevano grandi proprietà ed interessi.
Non solo Barletta si trovava in queste condizioni. I registri della cancelleria angioina erano prodighi di notizie su dissidi e scontri in almeno una
trentina di città; da Termoli ad Amalfi, da Foggia
a Reggio, da Potenza a Giovinazzo le famiglie dei
nobili si scontravano nelle piazze con tumulti sanguinosi (nota 4). Il regno, inoltre, era penalizzato da una
terribile carestia che durò sino alla morte di Roberto. La victualia, cioè un insieme di cereali composto da grano, orzo e spelta, era venduta al prezzo
di quattordici tari a tomolo. Da un tomolo si potevano ricavare ottanta buoni pani; considerando
che il reddito medio di un contadino era di cinque
tari al mese, con cui si poteva comprare un solo
pane, si comprende in quali difficoltà si dibattesse
gran parte della popolazione. La pesante condizione finanziaria e alimentare sfociò a Napoli, nel
1339, in uno scontro armato tra i nobili del seggio
del Nido e di Capuano contro il resto della popolazione. Roberto pensò di risolvere la questione
escludendo da qualsiasi partecipazione alla rappresentanza del seggio i popolani minuti e gli
artigiani.
Barletta era la città più florida della Puglia e il
suo porto era il terminale della via del grano,
coltivato intensamente nel Tavoliere. Era molto
forte in città la presenza di potenti feudatari, almeno una decina, e di circa centocinquanta nobili,
milites o burgensatici, con l'inevitabile seguito di
masnadieri professionisti, utilizzati come forza di
dissuasione nei confronti di altri nobili e per imporre un rigido controllo sulle attività dei cittadini.
I della Marra, strettamente legati ed imparentati
ai Sanseverino, costituivano la famiglia più potente
della città, e in quanto maestri portolani, controllavano il traffico commerciale del porto.
La loro carica li rendeva molto influenti e gli
consentiva di controllare tutte le attività commerciali ed interpretare le leggi a proprio piacimento.
A farne le spese furono due mercanti fiorentini, i
fratelli Sinano, giunti a Barletta per acquistare delle
granaglie. Ebbero il torto di non rendere i dovuti
omaggi a Nicola della Marra (sposato con una zia
dei Pipino); costui, aiutato dal fratello Corrado,
assalì con i suoi armigeri gli indifesi commercianti
mentre si recavano al mercato per concludere i
loro affari e li depredò dei loro averi, pari a tre
chilogrammi di monete d'oro.
Lo stesso Nicola della Marra irruppe nella casa
di Robertello de Gualtieri, suo nemico dichiarato
appena deceduto, per appropriarsi dei suoi beni.
Trovati in casa del defunto i suoi due figli, a letto,
ammalati e assistiti dalla sorella, costrinse la giovane donna ad accompagnare i fratelli sull'uscio
di casa per interrogarli. Più volte chiese ai fratelli
di svelargli il luogo in cui era custodito il piccolo
tesoro di famiglia. I giovani a stento riuscivano a
stare in piedi e tenendo il capo piegato, a causa
della febbre, negavano di avere tali tesori. Nicola,
sempre più adirato, impose alla donna di sollevare
per la chioma il capo dei fratelli e, non ricevendo
risposta alle sue ulteriori domande, li decapitò con
un solo colpo di spada, lasciando nelle mani della
terrorizzata sorella le teste mozzate dei due disgraziati. La fama sinistra degli uomini della famiglia non risparmiava le donne: si racconta che
Giovanna della Marra "la terribile" non si fosse
fermata neppure davanti al sangue dei suoi congiunti, pur di bloccarne i disegni ereditari.
Questi erano i comportamenti dei della Marra,
certamente non diversi da molti altri nobili del
tempo.
In Puglia Pietro Pipino, sul finire del 1339, probabilmente insofferente per lo smacco subito nella
vicenda di San Severo, e forse privato della comestabulia di Lucera, assalì, con successo, il castello
della città che era stata affidata dal re a Raimondo
del Balzo.
Anche Giovanni Pipino passò al contrattacco
per inserirsi nelle lotte e contrastare i disegni dei
nuovi padroni della Corte. Trasse spunto da una
disputa sorta con Camilla della Marra (nota 5), nobildonna
barlettana, per muovere da Minervino ed entrare
in Barletta, palleggiando per i Degattis contro i
della Marra, imparentati e sostenuti dai Sanseverino,
del Balzo e Gasso Dionisio.
Il Palatino, con un esercito di circa tremila armati arruolati tra contadini, servi e pochi soldati di
piccoli nobili a lui alleati, espugnò la dimora dei
della Marra e fece presidiare la città da un suo
capitano, un certo Sangermano, con cinquecento
soldati. Nel corso degli scontri fu ucciso Sigismondo
della Marra, mentre si salvò il fratello Ruggero,
assente da Barletta, impegnato a Bitonto in cerca
di alleati per la sua causa.
Il Palatino si aggirava nella dimora marrese con
la spada in pugno cercando il suo nemico Ruggero
quando, ad un tratto, intese i vagiti di un bambino
provenire da una stanza. Aprì la porta e vide la
moglie di Ruggero, Girolmina Del Falco, che nell'estremo tentativo di proteggere i suoi figlioli,
cercava di trattenere il pianto di un bambino stretto
al suo petto, facendo scudo del suo corpo per
proteggere una giovane fanciulla.
Il Palatino ebbe un autentico colpo di fulmine
per Venturina, tale era il nome della giovane, e
tutto fece per sposarla, senza riuscirvi. La ragazza
era intensamente innamorata di Elviro di Altavilla,
un giovane nobile di Trani, il quale, per raggiungere la dimora marrese posta in riva al mare,
utilizzava una barchetta per incontrare segretamente la fanciulla.
Elviro e Venturina incontrarono notevoli difficoltà per i loro progetti matrimoniali. Le famiglie dei
giovani fidanzati erano in odio per via dell'uccisione dello zio di Elviro, tale Paolo d'Altavilla, da parte
dello zio di Venturina. La famiglia della Marra
accusava Paolo d'Altavilla di aver sposato la loro
congiunta Ginevra della Marra, per poi avvelenarla, subito dopo, allo scopo di entrare in possesso
dei suoi beni dotali. Gian Matteo della Marra decise
di vendicare la morte della sorella Ginevra, uccidendo in un agguato, durante la caccia al cinghiale
nel bosco di Toritto, il cognato Paolo d'Altavilla.
Dopo molte peripezie i due giovani riuscirono ad
imporre alle rispettive famiglie la pace e la concordia per unirsi, finalmente, in matrimonio.
Chi non si rassegnò fu Giovanni Pipino che, grazie ad uno stratagemma, riuscì ad insinuare un pesante sospetto sulla fedeltà coniugale di Venturina.
In occasione dell'assenza di Elviro, ormai in uggia
con la moglie, il conte di Minervino riuscì ad entrare
in casa sua e sorprese, nella stanza da letto, la graziosa fanciulla vestita di una camicia da notte, così
seducente da accendere desideri anche in un morto.
Il Palatino non se la sentì di portare a compimento
i suoi insani propositi, lasciandosi convincere dalle
suppliche della fanciulla che invocava la Madonna,
affinchè rinunciasse ai suoi ardenti propositi. E
mentre il bieco conte declamava a Venturina i suoi
migliori sentimenti, mettendo a tacere quello che la
passione reclamava, dicendo: "è amore quello che
cerco, non altro"; i servi della casa, udendo i rumori
provenire dalla stanza della donna, vi irruppero,
sorprendendo il Palatino. Ci fu uno scontro con rumor
di sciabole e Pipino, ancora frastornato dalla dolce
visione del suo desiderio, si diede a precipitosa fuga
attraverso il terrazzo, ferito gravemente ad un braccio, quale giusta e sacrosanta punizione per aver
attentato alle virtù muliebri di Venturina (nota 6).
Se la storia di Venturina è tutta da dimostrare,
invece è più verosimile la vicenda che vide protagonista uno dei componenti della famiglia della
Marra. Il conte di Chiaromonte, Ugo Sanseverino,
innamoratesi della giovanissima Lauretta, moglie
di Enrico della Marra, assalì nottetempo il castello
di Trecchina, in Basilicata. Inutilmente Enrico si
difese; gli fu giocoforza soggiacere, quale suddito
subalterno, all'autorità del potente barone; anzi,
continuando nelle sue rimostranze, fu letteralmente buttato fuori dal castello dall'infuriato
Sanseverino. Il conte, tronfio per il successo, volle
dimostrare tutta la sua virilità all'esterrefatta
Lauretta, costringendola ad accettarlo, nuovo ospite, nel suo letto matrimoniale. Per questa ribalderia,
il conte di Chiaromonte non ricevette alcuna condanna dalla giustizia angioina (nota 7).
Giovanni Pipino, a differenza dei suoi fratelli,
come risulta dai documenti storici finora pervenuti,
non si sposò mai. Forse era troppo preso dagli
eventi bellici, forse si accontentava di fugaci rapporti, dal momento che ai nobili certamente non
mancavano occasioni, o forse volle rimanere fedele a Venturina della Marra che, con la sua bellezza
e la sua pietà, gli aveva conquistato il cuore.
Il sovrano, spinto dagli influenti Sanseverino e
dalla stessa regina Sancia, intervenne per sedare
i gravi tumulti barlettani e, chiamati al suo cospetto i contendenti, i fratelli Pipino e i della Marra,
impose loro la firma di un trattato di pace. Ma,
dopo qualche mese di tregua, ripresero gli scontri,
forse dovuti al fatto che i della Marra, grazie all'aiuto degli Altavilla di Trani, si erano nel frattempo
riorganizzati, infliggendo una sconfitta militare a
Giovanni Pipino.
Roberto, indignato e preoccupato per la sequenza degli avvenimenti, affidò a Raimondo del
Balzo, maresciallo del regno, e a Ruggero Sanseverino il compito di marciare con "potente esercito" contro i Pipino, intimando loro di presentarsi,
entro quindici giorni, a Corte, per essere giudicati,
sotto la minaccia di una pena eccezionale: il pagamento di quattromila once d'oro per Giovanni,
tremila per Pietro e mille per Luigi.
I Pipino decisero di arroccarsi nel castello di
Minervino e da lì resistere all'esercito guidato da
Raimondo del Balzo, Ruggero Sanseverino e Gasso Dionisio. I fratelli, che d'ora in poi saranno
sempre uniti come un corpo solo, resistevano con
successo agli assedianti che erano bloccati ed
impantanati sui pendii della Murgia a causa delle
nevicate copiose cadute nel febbraio del 1341.
Con il fango che arrivava alle ginocchia, il glaciale
vento di tramontana che spazzava le tende dell'accampamento, senza sufficienti vettovaglie, i
cavalieri, immobilizzati nelle gelide corazze, erano
fortemente penalizzati nelle loro operazioni militari.
Giovannella non si estraniò dalla contesa e si
adoperò come poteva per sanare i contrasti con
la Corte: convinse i figli ad arrendersi per recarsi
al cospetto del re, sicura che le loro ragioni sarebbero prevalse.
I fratelli Pipino si diressero verso Napoli, ma
durante il percorso, presso Benevento, i Degattis,
che erano con loro, diffidando delle intenzioni del
re, decisero, invece, di riparare nel Lazio. Questi
ultimi ebbero ragione.
Il Palatino e i fratelli, giunti a Napoli, non ricevettero nemmeno l'udienza dal re, ma furono subito
imprigionati e custoditi in Castel Capuano. Durante il processo i Pipino si difesero argomentando
che le loro ostilità erano dirette solo nei confronti
di Raimondo del Balzo e i suoi alleati, considerati
come loro nemici, e che si erano arresi spontaneamente all'ordine del re. Fu obiettato, però, che
l'esercito inviato contro di loro era stato autorizzato
dal sovrano e che, quindi, operando contro, si
erano messi nella condizione di lesa maestà, pertanto erano ribelli. La sentenza, ovviamente scontata per le pressioni esercitate a Corte dai del Balzo
e dai Sanseverino, fu severissima. I fratelli Pipino
furono condannati a perpetuo carcere in Castel
Capuano e tutti i loro beni confiscati.
Facile intuire che l'esercizio di tale confisca fu
affidato agli avversar; dei Pipino; Raimondo del
Balzo, dopo aver ottenuto il feudo di Minervino, si
precipitò come un falco in Puglia per dar corso alla
sentenza, perseguendo tutti gli alleati dei Pipino,
che dovevano essere molti, sino a giustiziarli o a
ridurli in estrema povertà. Roberto Sanseverino
ottenne il palazzo e i beni che i Pipino possedevano
a Barletta, Niccolò Alunno d'Alife, segretario della
cancelleria angioina, ebbe tutti i possedimenti che
i fratelli pugliesi avevano a Foggia. Ne fece le
spese anche Matteo Villani, che fu dapprima diffidato, poi imprigionato per la restituzione di
duecentocinquanta once d'oro possedute per conto di Pietro Pipino dai banchieri fiorentini dei Bardi.
Solo dopo aver versato la somma a Roberto, Matteo
Villani fu liberato (nota 8).
La sedizione dei Pipino non era direttamente
rivolta contro altri baroni (in questo caso, si usava
assolvere il feudatario ribelle dietro pagamento di
una sanzione, ritenuta sempre molto appetibile per
le casse dell'avaro Roberto), ma costituiva una
sfida agli Angioini e al loro modello di Stato.
I della Marra, sostenuti dai loro alleati, dopo la
dura pena comminata ai loro avversari, si prostrarono ai piedi del re chiedendo perdono per i loro
misfatti, ricevendo così, il 26 agosto del 1341,
l'indulto e la remissione di ogni pena sia corporale
sia pecuniaria. La motivazione di una così favorevole sentenza era dovuta al fatto che le colpe
commesse dai della Marra erano, per il re angioino,
frutto del "calore della gioventù ed opera del diavolo"!
I fratelli Pipino non erano dei baroni qualsiasi e,
sicuramente, godevano di simpatie presso la Curia
avignonese di cui erano, in sostanza e formalmente, fedeli sostenitori. Giovannella di Altamura, donna
instancabile e madre premurosa, sentendosi tradita dalle decisioni del re, riuscì con suppliche ed
insistenze a convincere papa Benedetto Xll ad
intervenire in favore dei figli. In questo periodo,
però, i rapporti tra il papato e il sovrano angioino
non erano tra i migliori; una delle cause era da
ricercarsi nella generosa ospitalità che Roberto
aveva riservato ai fraticelli, ordine mendicante
francescano, di cui era fervente sostenitore, ma
che erano stati condannati come eretici da Bene-
detto XII, il quale ne aveva chiesto, inutilmente,
l'espulsione da Napoli. Roberto, prima di morire,
volle indossare come vestito funebre un saio
francescano.
La dura condanna dei fratelli Pipino era anche il
riflesso delle divergenze politiche tra il re ed
Avignone, e Roberto, per meglio evidenziare il suo
dissapore con il pontefice, imprigionò la stessa
contessa di Altamura confiscando, addirittura, i suoi
beni dotali e ordinò un trattamento carcerario più
duro per i fratelli prigionieri. Il comportamento del
re costituiva la ferma risposta ai tentativi del papa
di inserirsi nelle questioni napoletane.
L'atteggiamento di Roberto nei confronti dei
Pipino non trova riscontri in analoghe situazioni.
Molte zone del regno erano in balìa di baroni irrequieti che avevano tolto la pace a città, borghi e
campagne, combattendosi tra loro e assoldando
mercenari, che scorrazzavano per le terre
angariando, predando e incendiando. Ma tutto si
risolveva con indulti, riappacificazioni ipocrite, pene
pecuniarie; nessun nobile autore di sedizioni e scontri
era stato mai privato della libertà, ne tanto meno si
era visto confiscare i beni. Spesso, la giustizia si
risolveva più che con delle condanne esemplari,
con sonante moneta da porre sui piatti della bilancia; del resto, a Roberto, che minacciava sempre
fulmini e tuoni, importava più riempire i forzieri
custoditi nella Torre Bruna di Castel Nuovo.
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