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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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O colpevoli... astuti e crudeli
O Giovanna, regina dolorosa,
Credete che per molto ancor si celi
La Giustizia di Dio, tuttora ascosa?
Felloni e amari principi di Puglia,
Fra uoi, più che mai lupi rapaci,
Vengono e fuoco e pestilenza e ferro,
Morte e languore e la violenta fine.
(Dalla profezia di fra' Stoppa) |
Con le sbarre della prigione calava il sipario
sulle vicende del conte Palatino e dei suoi fratelli.
Costoro, nella disputa barlettana avevano tentato
di difendere soprattutto i loro interessi per uscire
dall'isolamento in cui li costringevano i baroni di
Roberto. I Pipino non potevano vantare nobili origini, a differenza dei cavalieri provenzali di Roberto, i quali, per questo, si sentivano legittimati nei
tentativi di sottrarre loro potere e feudi.
Il Palatino, insieme ai fratelli, però, era stato
capace di coagulare nobili e popolani scontenti,
che aderirono in gran numero alla sua causa per
reagire anche alle angustie e alle ristrettezze in cui
erano ridotti.
La rivolta dei fratelli pugliesi non aveva certamente un programma definito ne tanto meno disponeva di risorse economiche e militari tali da
poter sostenere una simile guerra, ma tutto lascia
presupporre che il loro atteggiamento andasse ben
oltre le irrequietezze dei soliti baroni meridionali,
famelici ed ottusi.
Per questo, re Roberto prese provvedimenti così
severi ed inclementi nei confronti di Giovanni Pipino;
sapeva che di fronte non aveva il malessere di un
feudatario che voleva risolvere con una scaramuccia
armata la sua avidità di possesso, ma un indomito
cavaliere da umiliare, affinchè nessuno osasse più
ripetere tentativi di ribellione nei confronti dello
Stato angioino.
A differenza dei precedenti dominatori del Mezzogiorno, come i Normanni e gli Svevi, che avevano
organizzato uno Stato accentratore, gli Angioini
avevano sempre più delegato ai loro feudatari compiti amministrativi e di governo dei loro sudditi,
consentendo, così, alle casse regie congrue e più
controllabili entrate tributarie.
Il Mezzogiorno, con l'inizio della decadenza del
regno angioino, diveniva sempre più estraneo ai
mutamenti economici e politici che investivano il
resto d'Italia, dove si andava, nel frattempo, affermando un ceto borghese, costituito da banchieri,
commercianti e artigiani che già avevano dato vita
all'esperienza dei Comuni e, poi, delle Signorie. Lo
stesso papato trattava con crescente distacco il
suo feudo napoletano e si limitava ad un controllo
burocratico.
Il Sud, con la fine delle crociate, incominciava a
decadere nei traffici economici e negli interessi
politici internazionali. Per questi motivi Roberto,
attraverso il meccanismo dei matrimoni di famiglia,
da lui progettati per i suoi famigliari ed eredi, cercava di guardare ad Oriente, sull'altra sponda dell'Adriatico. Il suo obiettivo era di collegarsi, con il
possesso delle regioni della Grecia, Acaia e Morea,
al forte regno angioino ungherese proiettato verso
più solidi e sicuri programmi di espansione.
A causa della politica dei dominatori Normanni,
Svevi e Angioini nei confronti della città, non si era
sviluppata nel Sud una borghesia urbana; c'era solo
un manipolo di commercianti locali insediato sulle
coste, ma surclassato negli affari dai concorrenti
lombardi, veneziani, catalani che monopolizzavano
le attività commerciali ed erano ben attenti a non
ridistribuire sul territorio le ricchezze che accumulavano, speculando sulle miserie della Corte e dei
sudditi. Non c'erano soldi da investire nelle attività
agricole e artigiane; i feudatari, e con loro le grandi
abbazie e i monasteri, avevano impedito lo svilupparsi di qualsiasi forma di attività autonoma dei
piccoli e laboriosi agricoltori o degli artigiani, per
mantenere, invece, invariato il latifondo.
Il disagio sociale e la povertà sfociavano nel
brigantaggio, come fenomeno antistatale, nella
rapina, nella sopraffazione. Il sistema tributario
angioino, per nulla differente da quello normanno-svevo, era congegnato in modo da colpire la
persona più che i beni, il lavoro, qualsiasi ne fosse
la forma, più che la proprietà. Era ovvio che il
maggior onere cadesse sui contadini e gli artigiani,
per i quali la pressione dei tributi indiretti raggiungeva il 90% del totale.
Era sufficiente che il contadino formasse una
famiglia e accendesse il fuoco nel suo monolocale,
per essere tassato con tre tari l'anno (la cosiddetta
tassa del fuoco); non solo, anche panificare, vendemmiare, portare ortaggi nella piazza del mercato, ogni tipo di amo utilizzato per la pesca, l'uso
delle proprie braccia per l'umile lavoro di
facchinaggio nei porti, aveva un peso tributario. Il
contadino custodiva in un sacco di tela i suoi
poveri averi, insieme al corredo matrimoniale, il
quale, come quello della sua compagna era costituito da pochissimi indumenti, per essere sempre
pronto alla fuga nel caso scoppiasse un incendio
o giungesse nel borgo una improvvisa incursione
di predatori.
Erano finiti i tempi che avevano favorito l'affermarsi, a Napoli, di una certa libertà nei costumi; il
re, nel 1335, con un editto minacciò pene severe
per ricondurre i suoi sudditi a costumi più probi
vietando, ad esempio, agli uomini di seguire la
moda delle barbe e dei capelli lunghissimi ed incolti
che nascondevano il viso, di indossare tuniche molto
corte su pantaloni tanto aderenti che evidenziavano
le forme, ma anche le obesità, le malformazioni
delle ginocchia, il baciare le donne per strada. Anche
il modo di cavalcare di alcuni signori, di sghimbescio,
come le donne, senza la protezione delle armature,
fu riprovato dal re. Le donne usavano calze fascianti, con una tunica stretta in vita, la "cipriana", che
aveva maniche larghissime e generose scollature
che a malapena trattenevano gli ubertosi petti, tanto decantati da Boccaccio. Le loro gonne a volte
presentavano seducenti spacchi che arrivavano
all'anca. A nulla era servito il codice suntuario emanato dal re, per frenare l'esibizione e lo sfoggio di
tessuti pregiati e di armature sfavillanti indossate
dai nobili.
Le pratiche esoteriche erano diffusissime nel
Medioevo; questo permetteva ai vassalli di sognare
o sperare situazioni meno deprimenti. Napoli doveva essere un pullulare di fattucchiere, divinatrici,
indovini a cui spesso si ricorreva per filtri d'amore
per guadagnarsi le attenzioni di donne o uomini,
spesso sposati. Vi erano anche strani personaggi
che diffondevano notizie false, come un tale che
girava per il regno con una fasulla bolla pontificia
in cui il re era dichiarato nemico della Chiesa e
spogliatore famelico dei suoi sudditi.
Roberto, nel 1338, per il facile moltipllcarsi di
improvvisati ciarlatani e falsi maghi, minacciò con
un decreto, solenni e pubbliche fustigazioni.
Negli ambienti di Corte si pensava alla successione di Roberto, dal momento che i fratelli, Filippo
di Taranto e Giovanni di Durazzo lo avevano preceduto nella tomba. Caterina di Courtenay e Agnese
di Périgord non soffrivano molto per la loro
vedovanza: la prima si consolava con Niccolò
Acciaioli, la seconda non disdegnava l'attenzione
dei giovani cavalieri, sempre pronti ad accorrere
numerosi alle sue feste e ai suoi giochi di società.
Della bellezza di questa principessa era rimasto
colpito lo stesso Boccaccio che decantò con toni
entusiasti nel suo poemetto l'Amorosa visione. Tra
le due vedove si era aperta una competizione
politica sfociata nella formazione a Corte di due
fazioni per il predominio sul regno. L'imperatrice
Caterina capeggiava quella dei tarantini, Agnese
quella dei durazzeschi. Entrambe tessevano, subdolamente, alleanze ed insidie. Tutti aspettavano
la morte di Roberto come una liberazione, non solo
perché la vecchiaia lo aveva reso più bigotto e
moralista, ma anche per dare corso ai rispettivi
calcoli dinastici. Abili ed insonni, Caterina ed
Agnese tramavano per far sposare Maria d'Angiò,
promessa a Luigi di Ungheria e sorella della designata regina Giovanna I, ad uno dei loro figli.
Caterina di Courtenay si avvaleva dell'opera di
Niccolò Acciaioli, figlio di un banchiere fiorentino,
che non aveva guardato alla sua infermità o alla
sua sfiorita gioventù per le sue numerose gravidanze, per divenirne l'interessato amante. Con lei
erano schierati i Sanseverino, l'ammiraglio Marzano,
Raimondo del Balzo, Gasso Dionisio e la famiglia
De Cabanni, che come un'avida torma gremiva
Castel Nuovo, coltivando desideri di potere, stringendo torbide alleanze in vista di parentadi
principeschi. Agnese si avvaleva, invece, dell'aiuto
del fratello, il cardinale Talleyrand, molto influente
nella Curia avignonese.
Il 13 gennaio 1343, Roberto, sul letto di morte
chiamò a sé la nipotina Giovanna per le ultime
raccomandazioni: riconquistare la Sicilia per rafforzare il regno, rispettare sempre le disposizioni
papali, non associare nessuno all'esercizio del
potere che spettava solo a lei, affidarsi ad un
consiglio di reggenza che doveva aiutarla nel
governo sino alla sua maggiore età.
Giovanna I, appena diciassettenne, divenne la
prima regina governante del Mezzogiorno, della
Provenza e di molti feudi piemontesi. Sposata a
sette anni con il coetaneo Andrea, giovane rude e
guercio, Giovanna riaprì la Corte ad una nuova
stagione di divertimenti, di giostre, di liete danze,
di allegre passeggiate e cacce, e si mostrò munifica
verso coloro che le stavano più vicino; le furono
attribuite ardenti storie d'amore con Roberto d'Artois
e un cavaliere di Corte.
Il matrimonio, nel Medioevo, aveva luogo, di
norma, durante la pubertà, a 14 anni e anche
prima, specie tra i ricchi; l'unione coniugale ricopriva per i nobili e la ricca borghesia, un'importanza notevole in quanto poteva consentire il
mantenimento di strutture di potere e di possesso.
Non erano rari i casi di spose-bambine che come
veri e propri pegni di interessi politici ed economici
venivano trasferite nella famiglia del futuro sposo
e cresciute come figlie. Il matrimonio, considerato
spesso un affare di famiglia, era combinato per
garantire le esigenze di continuità dinastiche, per
consolidare alleanze, per comporre litigi sorti nelle
divisioni dei beni. I sentimenti e le preferenze dei
giovani non avevano alcun peso. Nel migliore dei
casi la vita media di un matrimonio era di dieci-quindici anni, data la mortalità dell'epoca, e non
avendo, spesso, solide basi sentimentali, era considerato più una unione transitoria che definitiva;
non solo, una volta consumato, non era raro che
la moglie o il marito cercassero altrove compagnie
più gratificanti.
Giovanna I, per celebrare la sua incoronazione,
invitò Boccaccio a scrivere un'opera per esaltare
l'eroismo, l'avvedutezza, il coraggio delle donne,
capaci di anteporre la loro stessa vita alle esigenze
del bene comune o dell'amore. Il Certaldese accolse la richiesta e scrisse il De Clarìs mulieribus,
opera in cui è raccontata la storia di tutte le donne
più famose dell'umanità (nota 9).
La giovane regina si dimostrò subito decisa e
volitiva tanto da disporre, dopo un mese dalla
successione, la restituzione della libertà a
Giovannella di Altamura, riconoscendole il diritto
di riavere il suo feudo dotale e, su sollecitazione
del pontefice, impose al recalcitrante Raimondo
del Balzo di restituirle tutti gli animali di cui si era
appropriato. Dovevano essere un bel po', se il
conte Raimondo del Balzo, impossibilitato alla
restituzione, si vide costretto a concordare con
Giovannella un indennizzo pari a ben tremila once
d'oro.
Il regno napoletano era sempre più pervaso da
illegalità e fenomeni di brigantaggio, tanto che alla
stessa regina venne rubato per due volte, da ignoti,
il vasellame d'argento, durante il trasferimento da
Castel Nuovo alla sua residenza estiva, Quisisana,
a Castellamare. Giovanna attingeva a piene mani
dal tesoro della Torre Bruna, grazie alla complicità
dei consiglieri di reggenza, tra cui spiccava la figura del Gran Siniscalco Roberto dei Cabanni.
Quest'ultimo era figlio di Filippa la Catanese, una
ex lavandaia, vedova di un pescatore, conosciuta
da re Roberto durante una sua spedizione militare
in Sicilia: colpito dalla sua particolare bellezza, per
tenerla vicino, le affidò il compito di far da balia
al figlio appena nato.
Filippa si unì in matrimonio con un cuoco, uno
schiavo nero di un nobile napoletano, tale Cabanni.
Morto costui senza eredi, lasciò al suo ex-cuoco
nome, titolo nobiliare e relativi beni. Filippa la
Catanese, rimasta vedova, doveva essere entrata
in modo particolare nelle grazie del re, tanto da
riuscire ad ottenere che il figlio ricoprisse il
prestigioso incarico di Gran Siniscalco (un sovrintendente di palazzo addetto all'amministrazione dei
beni immobiliari e alla cura di stalle e tenute da
caccia regie).
In seguito, a Filippa, donna ignorante, intrigante e furbastra, dedita alle pratiche magiche, fu
anche affidata la cura e l'educazione delle due
nipotine di Roberto, le orfanelle Giovanna, futura
regina del regno, e Maria d'Angiò. Filippa s'inserì
nelle lotte intestine di Corte, cercando di trarne i
massimi vantaggi personali e influì sull'educazione
di Giovanna prestandosi, più tardi, come intermediaria tra la giovane regina e i suoi corteggiatori,
e tra questi lo stesso suo figlio, Roberto dei Cabanni.
Papa Clemente VI, subito dopo la morte di
Roberto, scrisse lettere di circostanza alla giovane
sovrana per sottoporle il caso dei fratelli Pipino
rinchiusi ancora in prigione, senza ricevere risposta. Giovannella d'Altamura, ostinata e infaticabile
nel perorare la liberazione dei suoi figli, supplicò
inutilmente la regina Sancia e si rivolse anche a
suo cugino Roberto de Ponciaco, uno dei vicari del
regno. Alle sollecitazioni del suo vicario Giovanna
I, stizzita, gli intimò di non occuparsi più dei problemi della contessa d'Altamura.
Giovannella non si arrese, probabilmente si recò
ad Avignone per supplicare il papa, che questa
volta scrisse, il 28 agosto del 1343, a Giovanna I
una lettera più pertinente ed incisiva, il cui tenore
era all'incirca:
"[...] il Re Roberto, ingannato da false suggestioni, (si riferisce ai Sanseverino e i del Balzo]
dopo aver chiamato al suo cospetto i fratelli, li
aveva fatti arrestare e privare dei loro beni, i quali
come sudditi fedeli ed obbedienti non avevano
avuto alcun timore di recarsi alla sua presenza. Poi
sol perché si erano appellati al patrocinio papale,
li aveva fatti rinchiudere in più atroce carcere,
arrestando persino la loro innocente madre. Poiché
Re Roberto nel suo testamento ha disposto che a
tutti coloro che avessero ricevuto danno dalla sua
amministrazione [giudiziaria] fossero restituiti i beni
mal tolti e la libertà in remissione dei suoi peccati,
ti prego vivamente di liberare i fratelli tenuti ingiustamente prigionieri in Castel Capuano. Questo ti
prego di adempiere se ci tieni alla salvezza dell'anima del tuo avo e alle mie preghiere".
La cancelleria napoletana questa volta non si
fece attendere; lo stesso Niccolò Alunno d'Alife
curò la risposta che Giovanna I spedì al papa,
rifacendosi al concetto instaurato dal diritto
normanno di guerra non movenda, che sanciva il
divieto a tutti i feudatari di muovere guerra al re.
" [...] Era noto a tutti che i Pipino avevano mosso
guerra nel regno, inquietandone il pacifico stato
con troppa pubblicità, osando portare assedio alla
città di Barletta ed altre terre con trombe, bandiere
dispiegate, provvisti di arieti ed altri mezzi bellici,
menando seco un grosso esercito di banditi e delinquenti. Questa gran moltitudine divisa in squadre, armate a piedi e a cavallo, avevano compiuto
temerari eccessi, giungendo persino a combattere
le milizie e le bandiere regie, incorrendo, così, in
aperta ribellione. Arduo è raccontare tutti i misfatti,
omicidi, incendi e violenze, impudicizie che essi
perpetravano ai danni della popolazione. Il buon
sovrano, però, era stato così clemente dal lasciarli
vivi mentre meritavano la morte. Se tanta pietà era
stata usata nei loro confronti, di cosa si lamentavano i Pipino? E poi la stessa Corte che aveva
rilasciato la madre, trovandola innocente, avrebbe
liberato i figli se fossero stati anche loro tali. A che
vale, dunque, ricordare i meriti dei loro avi se per
i loro servigi furono ben ricompensati? Se fosse
stata concessa loro la libertà questo avrebbe aperto la via a tutti i malintenzionati per sottrarre la
quiete e la pace del regno, e questo non doveva
giammai avvenire, poiché la disposizione di Roberto, che si revocassero tutti i processi non regolarmente giudicati, non riguardava i fratelli che erano
stati debitamente processati"(nota 10)
La lettera della cancelleria angioina conferma
che la ribellione di Giovanni Pipino, avendo mobilitato una "gran moltitudine di gente divisa in
squadre, armate, a piedi e a cavallo... provviste di
arieti... bandiere dispiegate..." aveva assunto tutti
i caratteri di una rivolta, seppure limitata ad un
fatto locale. Inoltre l'azione militare del cavaliere
pugliese era stata ben organizzata sul piano militare ed era più ampia di quella che poteva essere
messa in campo da un semplice barone feudale.
Emerge, in modo anche palese, la volontà della
Corte di non riaprire il processo e di non considerare la possibilità di concedere l'eventuale liberazione ai fratelli. Questo per evitare che i possedimenti a loro confiscati, essendo stati distribuiti tra
i dignitari di Corte, fossero restituiti.
Con la morte di Roberto si era ulteriormente
aggravata l'instabilità politica del regno.
Gli Angioini erano una casata divisa in tre rami:
Giovanni, duca di Durazzo, Filippo, principe di
Taranto, e Caroberto, re di Ungheria. Essendo morti
tutti i fratelli, il testamento di Roberto aveva scontentato gli eredi rimasti, poiché aveva nominato
sua nipote Giovanna titolare del regno napoletano,
e in caso di una sua prematura morte, la sorella
minore, Maria d'Angiò. Roberto, avendo intuito
che solo un più stretto legame con il ramo angioino-ungherese poteva assicurare una prospettiva di
sviluppo alla dinastia, aveva pensato di combinare
i matrimoni delle nipotine con i figli del fratello, re
di Ungheria, Caroberto: Giovanna a sette anni fu
sposata al secondogenito di Caroberto, Andrea,
mentre Maria fu promessa sposa al primogenito,
Luigi. Quest'ultimo matrimonio, però, non fu mai
celebrato
Una soluzione, ovviamente, duramente contestata dagli altri due rami napoletani, i durazzeschi
e i tarantini. I primi, difatti, per un complesso calcolo ed interpretazione delle leggi dinastiche, si
ritenevano legittimi eredi del regno, essendo Carlo
Durazzo il nipote più anziano di re Roberto. Per i
tarantini, invece, l'erede era Roberto di Taranto,
perché primo nipote. Scontenti rimanevano gli Ungheresi, perché unica titolare del regno era solo
Giovanna e, quindi, escluso dal potere il giovane
marito Andrea.
Date queste premesse, era ovvio che scoppiassero lotte dinastiche tra le due fazioni per avere il
sopravvento. Nella guerra, non ancora messa in
atto, tra durazzeschi e tarantini, Giovanni Pipino
rimase estraneo, essendo fedele, per principio ma
anche per calcolo, ai desideri del papato, nella
sottile disputa che aveva visto questo ostile alle
decisioni del re angioino. Nubi minacciose andavano affacciandosi sul regno napoletano.
Il papa era preoccupato, soprattutto, per l'inconsistenza del consiglio di reggenza napoletano
delegato al governo del regno, in attesa che Giovanna I divenisse maggiorenne. Il consiglio di
reggenza si era dato a spese incontrollate e ad
elargizioni fuori luogo. La giovane regina era abilmente distratta nei suoi compiti di governo dalle
iniziative spensierate e dai divertimenti di Corte
che Agnese di Périgord e Caterina di Courtenay,
con la complicità di Filippa la Catanese, organizzavano quotidianamente. Erano queste tre vedove,
in concreto, che manovravano, più o meno occultamente, la situazione politica, approfittando del
fatto che la regina Sancia, moglie di re Roberto,
ormai in piena crisi mistica, pensava più al monastero che alle sorti delle nipotine Maria e Giovanna I, divenute ambite prede matrimoniali delle
fazioni in lotta.
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