Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

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militare_01 Giovanna I, fedele all'impegno testamentario, era decisa a detenere ed esercitare il potere, e desiderava bruciare i tempi per essere incoronata regina prima di divenire maggiorenne. Il consiglio di reggenza, infatti, aveva potestà sino al raggiungimento della sua maggiore età, fissata a venticinque anni compiuti. Il suo proposito trovava consenzienti funzionari di Corte, baroni e i principi suoi cugini che premevano su Avignone con ricche e insistenti ambasciate. In questa fase degli avvenimenti sembrò prevalere la bella Périgord.

Il venerdì santo, Carlo Durazzo "rapì" la cuginetta Maria d'Angiò, graziosa quindicenne, per sedurla e poi sposarla nel cortile del suo giardino. Sembra, però, che la rapita, seppur giovanissima, fosse stata consenziente: Carlo doveva essere un giovane biondo e dall'aspetto molto regale ed aveva colpito la fantasia e i sentimenti di Maria, che non voleva ripetere l'infelice esperienza matrimoniale della sorella.
Complico e discreta organizzatrice del rapimento fu la nuora di Filippa la Catanese, Margherita Ceccano che, da brava ruffiana, favorì gli incontri amorosi dei cugini. Per il suo servigio, Agnese di Périgord le donò il feudo di Ceglie. Lo scandalo fu enorme perché il fattaccio era avvenuto in piena settimana santa. Giovanna sembrò adirarsi sino al punto di tramare contro la vita dello stesso Carlo Durazzo; l'infuriata Caterina di Courtenay, al colmo dell'ira, disertò la cerimonia nuziale riparatrice e si ritirò nel suo palazzo a meditare un'atroce vendetta. Raggiunto un compromesso con Giovanna, Carlo Durazzo ne otterrà il consenso per il matrimonio riparatore e la promessa di una ricca dote per Maria. Il fratello di Agnese Périgord, il cardinale Talleyrand, si adoperava ad Avignone per convincere Clemente VI a concedere la necessaria dispensa per il matrimonio tra i due cugini, ma il pontefice, forse per non dispiacere ed offendere Luigi d'Ungheria, a cui Maria era stata promessa in sposa, prendeva tempo.

Il clima a Corte era divenuto incandescente, destando non poche preoccupazioni sia ad Avignone che in Ungheria. Partirono, quasi contemporaneamente, per Napoli, Francesco Petrarca inviato dal papa e, da Viségrad, la regina Elisabetta d'Ungheria, madre di Andrea.
Elisabetta giunse a Manfredonia con un seguito di circa quattrocento persone e con i forzieri colmi di danaro. Il primo colloquio con la nuora lo ebbe subito nel castello di quella città; energica e decisa, Elisabetta rimproverò Giovanna I per il suo disinvolto comportamento coniugale, indegno per una regina, e le intimò di dividere il suo potere amministrativo e politico con il figlio. L'ingente tesoro custodito nei forzieri di Elisabetta, pari a circa ventunomila marchi d'oro e ventisettemila marchi d'argento (che aggiunti a quelli che saranno successivamente versati nelle casse papali per acquisire la benevolenza di Clemente VI alla causa di Andrea, fanno un totale di ventidue milioni di corone-oro, sufficiente ad acquistare tredici volte la Dalmazia), fu utilizzato da Elisabetta per munifici doni ai personaggi più influenti di Corte, per opere pie e regalie, allo scopo di conquistare favori ed alleanze alla causa di Andrea. Uno sforzo eccezionaie che conferma quanto fossero forti gli interessi degli Angioini-Ungheresi sul regno di Napoli.

Petrarca aveva l'incarico di preparare la Corte napoletana all'arrivo imminente del legato pontificio, il cardinale Aimery, il quale avrebbe dovuto sostituire il consiglio di reggenza nelle sue funzioni amministrative. Il poeta, però, era investito ufficialmente di un'altra importante missione: la liberazione dei fratelli Pipino.
Petrarca rimase sconvolto dalla situazione del regno, e nelle sue lettere paragonò i giovani sovrani a Tolomeo e Cleopatra, e la città a Babilonia. Si scagliò contro un fraticello di Corte, tutore di Andrea, tale fra' Roberto definendolo horrendum triples animales( triples perché utilizzava a mo' di scettro il suo bastone di appoggio per imporre la sua volontà ai cortigiani napoletani), il quale si adoperava a spingere la regina Sancia verso mistici propositi monacali per distoglierla dai suoi compiti di controllo dell'attività del consiglio di reggenza. Il poeta trovò il tempo per assistere, incredulo, all'esibizione di una nerboruta donna napoletana in grado di sollevare un peso che poteva essere spostato solo da dieci uomini, e annotò con grande sdegno che gli stessi sovrani si recavano a piazza della Carboneria per assistere a cruenti giochi di gladiatori.
Petrarca, però, non si distolse dal compito principale della sua missione, come testimonia la lettera che scrisse al cardinale Colonna:
"[...] tre o quattro volte, salvo errore, sono entrato nel carcere di Castel Capuano, e vidi gli amici tuoi che nulla sperano fuor che da te: la giustizia della causa loro ch'essere dovrebbe il loro sostegno, tornò fin qui a loro danno: perché nulla è tanto pericoloso, quanto il trattare una causa giusta con un giudice iniquo. Arrogi non aver gli infelici peggior nemico di chi per quello che venne loro mal tolto si fece ricco e superbo; il quale desidera naturalmente torsi dagli occhi coloro cui potrebbe una volta presentarsi l'opportunità di recuperare il perduto. Alcun non è, a cui toccata non sia una parte dei beni ad essi rapiti. È come sperare che ladri dei cosiffatti vogliano alla loro salvezza e libertà provvedere, se intendono che quindi ridotti sarebbero a povero stato? Oh quanto meglio per loro se non avesser mai posseduto nulla, lo li ho visti in ceppi; oh cosa indegna: oh, volubile e precipitosa ruota della fortuna! Del rimanente come orrenda a vedersi è la loro prigionia, così mirabile ed eccelsa la nobiltà dell'animo loro nel soppor- tarla. Finché tu viva essi non lasciano di ottimamente sperare del loro caso; in quanto a me non so sperare nulla di buono, se forza maggiore non intervenga. Se si confidano nella clemenza è tutto vano; morranno in carcere. La vecchia regina [Sancia] già consorte del regno è la più infelice delle vedove: dice di sentirne pietà, e confessa che non può fare altro. Cleopatra e il suo Tolomeo Giovanna I e Andrea] la sentirebbero anch'essi, se Potino e Achilia lo consentissero".

Il motivo dell'interesse di Petrarca per la sorte dei "fratelli" non è chiaro, ma era evidente che questi, grazie all'azione della madre, Giovannella, erano oggetto di sollecitudine da parte della Curia avignonese, e che le speranze per la loro scarcerazione erano vane se affidate ad un atto autonomo di clemenza della Corte napoletana, ma realistiche se fosse intervenuta una forza maggiore. Tale forza maggiore era da intendersi non come un atto d'imperio del papa, bensì come il risultato di un abile disegno diplomatico tale da costringere la Corte napoletana a liberare i fratelli prigionieri.

Clemente VI riceveva forti pressioni dagli Ungheresi affinchè Andrea fosse eletto re al pari di Giovanna I. I principi napoletani, invece, osteggiavano apertamente tale ipotesi e, seppure divisi, questo disegno li trovava uniti. È probabile che Petrarca si sia incontrato con la regina Elisabetta e abbia affrontato la discussione dell'incoronazione di Andrea. Solo una persona del prestigio e dell'intelligenza del Petrarca poteva affrontare il ginepraio della situazione e, seppure in veste non formale, poteva adempiere allo scopo di avviare i necessari chiarimenti tra le parti. La liberazione dei fratelli Pipino rientrava nella complessa strategia diplomatica del papato, il quale intendeva dimostrare ad Elisabetta che l'autorità avignonese sulle questioni napoletane rimaneva intatta. Per raggiungere questo fine si doveva mettere in discussione lo stesso testamento di re Roberto. Il papa, per minare nelle sue basi giuridiche le volontà del vecchio sovrano angioino, utilizzava la vicenda dei Pipino, che, se fossero stati liberati, avrebbe costituito il precedente per interpretare diversamente le volontà testamentarie dell'Angioino e rendere così possibile l'incoronazione di Andrea.
La vicenda degli sfortunati feudatari pugliesi diventava il pretesto per azioni politiche di più alto profilo, con implicazioni giuridiche sulla legittimità del potere Angioino sul regno.

L'intensa attività diplomatica di Petrarca per la liberazione dei Pipino non trovava ancora sbocchi positivi. Il poeta scrisse nuovamente al cardinale Colonna per informarlo che l'ultima riunione del consiglio di reggenza non si era potuto o, meglio, voluto esprimere favorevolmente sulla sorte dei prigionieri, preferendo sciogliersi per evitare i pericoli e le insidie che la città riservava ai viandanti di notte.
Ma un altro avvenimento scosse il poeta al punto di consigliargli una precipitosa fuga da Napoli.

Da qualche tempo a Napoli si era in apprensione per una oscura profezia del vescovo di Ischia che voleva la città esposta ad un grave e luttuoso evento. La profezia sembrò avverarsi la notte successiva al giorno di santa Caterina, il 25 novembre del 1343. Un violentissimo maremoto colpì Napoli e dintorni, distruggendo uomini e cose. Ne da notizia lo stesso Petrarca, in una lettera al cardinale Colonna, descrivendo nei minimi particolari la tremenda catastrofe:

"[...] e serrata la finestra mi posi sopra il letto, e dopo aver vegliato per un pezzo, cominciando a dormire mi svegliò un rumore di terremoto, il quale non solo spalancò le finestre e spense il lume che soglio tenere la notte, ma scosse dalla fondamenta la mia camera dove io stava [presso il convento di San Lorenzo]. Essendo dunque in cambio del sonno, assalito dal timore di morte vicina, uscivo dal chiostro e mentre tra le tenebre l'uno cercava l'altro, e non si poteva vedere se non per il beneficio di qualche lampo [...] che gruppi di acqua! che venti! che tuoni! che orribil bombir del cielo! che orrendo terremoto! che strepito spaventevole del mare! [...] ma poi che venne il dì, benché fosse tanto oscuro il cielo che parea notte, [...] si levò un grandissimo remore che il terreno che stava sotto i piedi, cominciava ad inabissarsi, essendo penetrato sotto il mare [...] mille monti d'onde, non nere, non azzurre, come sogliono essere nelle altre tempeste, ma bianchissime si vedevano arrivare dall'isola di Capri a Napoli [...]".

E mentre Giovanna, scarmigliata e a piedi scalzi, si recava con le sue damigelle in pellegrinaggio per le chiese ad invocare la pietà del Signore sulla città martoriata, l'impaurito Petrarca partì per Avignone, ripromettendosi di non sostare mai più in città costiere (nota 11).

Subito dopo il maremoto, che aveva distrutto il porto e invaso d'acqua la parte bassa della città, un fulmine raggiunse la Corte napoletana: una bolla papale dichiarava decaduto il consiglio di reggenza imponendo, come tutore della minorenne Giovanna I, il cardinale Aimery.
Il pontefice sancì nella stessa bolla la nullità di tutti gli atti di vendita, di concessione di feudi e investiture emessi dal consiglio di reggenza, e per rendere più incisiva la sua azione, minacciò di scomunica la cattolicissima regina Sancia e gli altri consiglieri che si fossero inseriti nella reggenza dello Stato.
Elisabetta d'Ungheria si trattenne a Napoli in attesa di provvedimenti a favore dell'incoronazione del figlio da parte di Clemente VI.

L'autorevole presenza a Napoli del cardinale Aimery in qualità di legato pontificio, l'impegno assunto da Caterina di Courtenay di assistere amorevolmente Andrea, la ritrovata concordia coniugale dei giovani sovrani, convinsero Elisabetta a far ritorno in Ungheria, nella primavera del 1344. Prima di partire, seppure con un atroce presentimento nel cuore, affidò il figlio Andrea alla tutela del Gran Giustiziere Bertrando de Beaux.
Dopo la partenza della madre, Andrea, come segno della sua ritrovata autorità a Corte, tra il malumore generale dei baroni, il 24 giugno 1344 dispose finalmente che a Giovanni Pipino e ai suoi fratelli fossero aperte le porte di Castel Capuano, negando però la restituzione dei beni a suo tempo confiscati, che continuarono a rimanere ben saldi nelle mani degli avversari dei Pipino. Successivamente Clemente VI farà giungere a Giovanna I suoi più sentiti ringraziamenti per l'avvenuta liberazione dei fratelli Pipino, e dispose l'incoronazione di Giovanna, da tenersi nel monastero di santa Chiara con una solenne funzione celebrata dal cardinale Aimery.

Il pontefice, però, non aveva consentito la contemporanea incoronazione di Andrea, forse in ossequio ad una sua strategia che puntava ad una soluzione graduale della complessa questione napoletana. Il conte di Minervino era presente alla funzione religiosa insieme a tutti i baroni, nobili e dignitari del regno. Il 28 Agosto 1344 Giovanna cingeva la corona, e tra la sorpresa generale, durante la funzione religiosa, la giovane regina, rompendo il protocollo, esternò a viva voce la sua volontà di ricevere la corona in base alle convenzioni giuridiche che la volevano legittima erede del regno (quindi non solo per volontà pontificia).
Questo sottolinea la forte personalità di cui era dotata la diciottenne regina. Quattro giorni dopo, però, Giovanna, sempre a santa Chiara, fu chiamata a giurare il suo vassallaggio alla Chiesa, nelle mani del cardinale Amery, e al pagamento del censo, pari a ottantamila once, da versare il giorno dei santi Pietro e Paolo.

Clemente VI, per consentire ad Andrea di uscire dall'isolamento in cui era costretto dai baroni napoletani, aveva puntato sul conte Palatino, il quale, restituito alla libertà, poteva salvaguardare l'incolumità del giovane principe ungherese dalle oscure trame di Agnese di Périgord e dell'imperatrice Caterina di Courtenay. Giovanni Pipino, grazie anche all'appoggio del papato e in special modo dell'influente cardinale Colonna, poteva così ricoprire un ruolo politico significativo nelle tranne della Corte napoletana.
Non è da escludere che i Pipino avessero in qualche modo legami con il seguito di Andrea, poiché la sorella Vannella era sposata con il conte ungherese Asperch.

Il conte di Minervino, finalmente libero e per nulla infiacchito dai tre anni di prigionia, riprese subito a vivere da nobile. Troppo presto, per alcuni, che malignarono di discrete risorse finanziarie nascoste, oppure di probabili generose sovvenzioni di Elisabetta d'Ungheria. Pipino cavalcava per la città sfoggiando ricche vesti e largo seguito, e non disdegnava, innalzando il suo vessillo, di partecipare alle frequenti giostre, misurandosi con gli avversari con mezzi più competitivi di quelli degli stessi principi reali e prendendosi le sue soddisfazioni umiliando nei giochi d'arme gli altri cavalieri.

Subito dopo la partenza di Elisabetta, complici Agnese e Caterina, coadiuvate da Filippa la Catanese, i rapporti coniugali della giovane coppia reale tornarono ad inasprirsi al punto che Andrea era costretto a chiedere i soldi alla moglie per comprarsi un abito, e durante i giochi di società organizzati dai cortigiani, subì l'umiliazione di essere deriso a causa del suo difetto alla vista.
La bella Périgord un giorno si ammalò. Un dotto medico, esaminate le sue urine diagnosticò una inaspettata gravidanza che, considerando lo stato vedovile di Agnese, suscitò stupore e costernazione. Il più indignato era Roberto di Durazzo, primogenito di Agnese, che decise di togliere da ogni impaccio la madre.
Agnese era vedova da un bei pezzo e lo scandalo era davvero grosso, nessuno doveva conoscerlo. Per farla abortire, secondo gli accorgimenti in uso in quell'epoca, le venne somministrato un clistere avvelenato, che risultò fatale.
L'ineffabile imperatrice Caterina trasse subito vantaggio dalla morte di Agnese, diffondendo la notizia scandalosa della gravidanza della sua ex avversaria.

Agnese, si scoprirà dopo, era rimasta vittima della vendetta della sua rivale. Le sue urine erano state, infatti, sostituite con quelle di Sancia dei Cabanni, nipote di Filippa la Catanese, che assisteva la poveretta. Sancia, una bella bruna coetanea e dama di compagnia di Giovanna I, era contessa di Morcone, sposata col nobile Roiano, con una dote di seicento once d'oro. Gasso Dionisio fu uno dei testimoni del suo matrimonio, che però, per motivi inspiegati, fu annullato da Roberto. Sancia era gravida per una relazione, tra le tante, con il conte di Terlizzi, Gasso Dionisio, lo zio rivale dei Pipino.

Tra inganni e infide manovre di palazzo, Andrea, già inviso ai baroni napoletani per aver tolto dalla prigionia i fratelli Pipino, vide finalmente avvicinarsi il risultato degli sforzi dei suoi congiunti. Il Santo Padre si era convinto ad imporre a Giovanna l'incoronazione del marito. Non appena ricevuta la notizia, Andrea pensò bene di esporre nella sala delle udienze un suo nuovo stendardo che raffigurava un ceppo ed una mannaia. Nelle sue intenzioni il giovane principe ungherese voleva lugubremente avvertire i suoi nemici e denigratori di Corte, che la sua rivincita era vicina. Ma questa trovata gli costò cara.

L'improvviso apparire di un'eclisse nella costellazione del Cancro e la congiunzione tra i pianeti di Marte, Giove e Saturno in Acquario allarmò gli astrologi che preconizzarono lutti e tragedie, dolori e sofferenze.
Settembre 1345. Giovanna, al sesto mese di gravidanza, ed Andrea, accompagnati dalla ristretta cerchia di amici, si recarono ad Aversa per una vacanza da dedicare alla caccia. Erano ospiti del convento di San Pietro la Maiella, lo stesso luogo dove riposavano le spoglie di Pipino il Vecchio.
Tra battute di caccia e danze festose, curavano anche l'amministrazione del regno. La mattina del 18, Andrea accolse gli ambasciatori di Zara, città assediata dai Veneziani, che chiedevano un appoggio militare. Giovanna, invece, riceveva una delegazione di speziali e droghieri che protestavano per il fatto che alcuni di loro, imbarcati sulle navi per diporto commerciale, erano stati costretti a prestare servizio come marinai per l'ammiraglio Marzano, impegnato nella eterna guerra contro la Sicilia. I malcapitati mercanti, per essere restituiti alla libertà, dovevano pagare un riscatto ai capitani delle navi. La regina accolse in pieno le tesi dei mercanti, ed emanò un editto che impedisse per l'avvenire un tale sopruso.

Dopo una allegra cena, i reali si erano ritirati nelle proprie stanze. Andrea fu chiamato per urgenti notizie provenienti da Napoli. Appena uscito, fu assalito con pugni e calci da un gruppo di uomini; cercò di rientrare nella stanza, ma qualcuno aveva già serrato la porta. Il principe si difese strenuamente, fu preso per i capelli, immobilizzato, soffocato con un laccio e il suo corpo lasciato penzolare da una balaustra. La leggenda vuole che il laccio fosse stato intessuto dalla stessa Giovanna, utilizzando i suoi capelli intrecciati con fili d'oro, sotto il malefico influsso di Filippa la Catanese. A Corte, difatti, era diffusa l'opinione che Andrea non potesse essere giammai ucciso dai colpi di spada, perché immune per un talismano che gli aveva donato la madre.
Le urla disperate del principe-consorte furono udite solo da una cameriera ungherese che si affacciò incuriosita. Il flebile bagliore della sua lucerna le impedì di riconoscere i congiurati che lasciarono cadere il cadavere nel giardino sottostante.

Giovanna, quella notte, aveva il sonno pesante!
Non udì e non si accorse di nulla. Il cadavere del giovane fu scoperto solo alle prime luci dell'alba.
La sovrana si premurò personalmente, con una lettera redatta in freddo stile burocratico, di avvertire il pontefice, insinuando che il movente del delitto fosse da ricercare nell'abitudine di Andrea, nonostante i suoi richiami, di passare insonni nottate in compagnia dei suoi amici e amiche ungheresi.
La tragica morte di Andrea, ordita da più mani e con la complicità generale della Corte (le persone giustiziate per l'omicidio risulteranno in seguito almeno una ventina, tra dignitari e cortigiani), favorì il sopravvento della fazione dei tarantini.

Un primo indizio del loro coinvolgimento nella congiura fu la sorprendente coincidenza con la quale il loro alleato, Tommaso Sanseverino, Gran Connestabile (capo dell'esercito) scioglieva le truppe in Calabria, lasciando l'ammiraglio Marzano al largo delle coste, a continuare una guerra persa in partenza contro la Sicilia, e rientrando a Napoli di gran carriera, il giorno prima dell'omicidio. Tutto rende plausibile l'ipotesi che a Giovanna non potessero sfuggire i tristi disegni della zia impera trice e dei cugini.
Il corpo del giovane ungherese fu lasciato insepolto presso il convento per alcuni giorni. Dopo qualche tempo fu pietosamente posto su un feretro e accompagnato a Napoli dal conte Palatino con i suoi fratelli, che si erano precipitati ad Aversa alla notizia dell'omicidio. Durante il corteo funebre si battevano, in segno di dolore, il viso, con una frusta esclamando:

"E perché, o Signore, ci hai lasciato nelle mani dei nostri nemici? Chi, illustre Signore, ci salverà ora dalle mani dei nostri avversari'? Ecco, la nostra speranza ci venne meno in tutto!".

Giovanna I, stretta nel lutto, a Natale dell'anno successivo, metteva alla luce il figlio di Andrea.
"Ma per li più si disse, ch'era il figlio di Andreasso, e di certi segni li simigliava; e chi diceva no per la mala fama della regina", annotò nella sua cronaca Giovanni Villani. Lo stesso papa, in una lettera al vescovo di Cavaillon, da lui delegato per celebrare il battesimo del bambino, scrisse di "credere legittimo il figlio di Giovanna, quantunque alcuni abbiano parere contrario".

Subito dopo il parto, al grido "morte alla regina puttana", si ribellarono i sudditi napoletani che invocavano giustizia per l'omicidio di Andrea e la condanna dei colpevoli. La sedizione aveva poco di spontaneo ed era stata organizzata ad arte dai principi cugini, sia durazzeschi che tarantini, con l'obiettivo di provocare la deposizione della sovrana, o per costringerla a sposare uno di loro. La ribellione avvenuta nel mese di febbraio costrinse Giovanna e gli assediati in Castel dell'Ovo a bruciare i mobili per potersi riscaldare. Con Giovanna, erano asserragliati anche la famiglia dei Cabanni e un ristretto numero di nobili a lei fedeli. Tra questi si distinse Enrico Caracciolo, che tentò inutilmente delle sortite per disperdere i ribelli. Giovanna, alla fine, dovette cedere e consegnare al Gran Giustiziere coloro che erano ritenuti i colpevoli dell'omicidio di Andrea.

I primi a pagare furono Filippa la Catanese e suo figlio Roberto, i quali, prima di essere bruciati sul rogo, furono trascinati per le strade di Napoli tra mille torture, con ami infilati tra le labbra per impedire loro di urlare, più che la loro innocenza, altre compromettenti complicità. La leggenda popolare vuole che le loro ossa fossero utilizzate per fabbricare dadi o manici per cucchiai e coltelli. In seguito, anche Sancia Cabanni seguirà la loro sorte, dopo aver svelato, durante la prigionia, il retroscena della gravidanza di Agnese di Périgord.
Seguì, subito dopo, la condanna del conte di Terlizzi Gasso Dionisio, lo zio nemico e rivale dei Pipino, che ricopriva l'incarico di maresciallo del regno (capo della polizia), che aveva firmato la sua condanna recandosi nelle carceri, per tagliare la lingua al servitore di Andrea, reo e pericoloso testimone dell'omicidio. Sua moglie, Margherita Pipino, fu spogliata di tutti i suoi beni e, con suo figlio Ludovico, si rifugiò in un monastero a Monopoli; l'anno successivo, riconosciuta innocente, le furono restituiti i feudi di Ruvo, Terlizzi e Loseto.

Grande burattinaia della congiura fu quasi certamente la diabolica Caterina di Courtenay, consigliata dall'amante Niccolò Acciaioli, avventuriero fiorentino e tutore del figlio Ludovico di Taranto (nota 12). Preoccupata dalla piega che prendevano le indagini e dal rischio di venire smascherata, si mise personalmente alla testa di un piccolo esercito e marciò verso il castello di Sant'Agata dei Goti, dove si erano rifugiati gli ultimi due testimoni dell'omicidio, Carlo d'Artois (nota 13) e suo figlio Roberto, presunto amante di Giovanna I e autore materiale dell'omicidio. Entrata nel loro castello con uno stratagemma suggeritegli dal fido Acciaioli, prima si fece consegnare le loro ricchezze, poi li eliminò.
Spedì il corpo di Carlo d'Artois, cucito nella pelle di un bue, al giustiziere Bertrando De Beaux che indagava sul delitto, invitandolo provocatoriamente, se ne era capace, a interrogare il cadavere.

A Napoli, i durazzeschi e i tarantini trasformarono le piazze in un campo di battaglia con agguati e scontri. In questo clima da guerra civile, il conte Palatino, a marce forzate, si recò in Ungheria per informare direttamente Luigi e sollecitarlo ad intervenire nel regno per vendicarsi dell'uccisione del fratello. Luigi non si limitò a dargli udienza, ma si servì di lui per preparare la sua venuta in Italia (nota 14).
ll giovane re ungherese preparò con grande abilità diplomatica il suo viaggio nella Penisola. Strinse una alleanza con gli Inglesi per bloccare, così, un eventuale intervento francese a favore del regno di Napoli, poi si assicurò la sicurezza delle sue frontiere rinsaldando patti militari con l'Austria e la Baviera. Trattò la pace con lo zar di Serbia e firmò un armistizio con Venezia che gli consentiva di attraversare, con le sue truppe, il Veneto, evitandogli la traversata del mare Adriatico.

Tutte le signorie dell'Italia centro-settentrionale gli accordarono aiuto e permessi per attraversare i loro territori. Le truppe, costituite dalla fidatissima ed esperta cavalleria, pesante e leggera, della Transilvania, furono divise in piccoli gruppi e spedite ad intervalli di tempo, per non pesare troppo sulle popolazioni della Penisola e impaurirle. La fanteria fu costituita principalmente dai mercenari lombardi e teutonici che conoscevano molto bene il territorio e le abitudini militari dei Napoletani.
Luigi affidò al conte Palatino Niccolo Gilétfi, alla testa della cavalleria leggera cumana, il compito di predisporre il ricevimento e il vettovagliamento per il regale seguito. La macchina bellica dell'Ungherese era pronta a invadere il regno napoletano.
Ne approfittarono subito alcuni baroni piemontesi per togliere a Giovanna i feudi che possedeva al di là del Po.

Luigi (detto il Grande) partì dall'Ungheria nel mese di novembre accompagnato dal vescovo di Veszprém, da Stefano, voivoda di Transilvania, da Giovanni Pipino, e fu ricevuto trionfalmente dai maggiori signori italiani. L'Ungherese marciava a tappe forzate preceduto da un grande drappo nero su cui era disegnata l'effigie di un uomo al capestro, e a dicembre era già a L'Aquila, accolto con onori dal feudatario della città, Lallo di Camponesco.
Giovanna appariva incapace di reagire, aveva inutilmente tentato di allestire un esercito capace di respingere l'invasione ungherese, anche per la scarsa disponibilità delle sue risorse finanziarie.
Frastornata dagli avvenimenti, politicamente isolata, era sotto la forte influenza di Caterina di Courtenay, che si era trasferita a Castel Nuovo, premurandosi di portare con sé il figlio, Roberto di Taranto, che consolando la giovane cugina regina, ben presto ne divenne l'amante.

La giovane sovrana attraversava uno dei momenti forse più tristi della sua vita e la notizia della discesa in Italia di suo cognato, re Luigi d'Ungheria, contribuiva a rendere più incerte le già traballanti sorti del regno. Senza difensori, circuita dalla zia imperatrice, fu fortemente richiamata dal papa ai suoi doveri di vedovanza, tanto da essere invitata, perentoriamente, ad allontanare dal castello il suo amante, Roberto di Taranto e, per ovviare alla scandalosa condotta, il papa la obbligò a circondarsi della compagnia di quattro suore clarisse.

Giovanna, per uscire dalla situazione di debolezza militare che avrebbe reso ardua la difesa del suo regno dall'invasione ungherese, agì politicamente, tentando di riappacificare i cugini tarantini e durazzeschl.
Giovanna approfittò della improvvisa scomparsa della terribile zia per chiudere le porte di Castel Nuovo a Roberto di Taranto che tornava dal funerale della madre, e, tra la sorpresa generale, accolse nelle sue stanze il riluttante Ludovico di Tarante (nota 15), fratello minore di Roberto di Taranto, spinto letteralmente nelle sue braccia da Niccolò Acciaioli (nota 16). La regina lo sposò e sacrificò ogni sentimento d'amore pur di salvare la sua corona e l'unità del regno angioino. Anche questo matrimonio di stato, consumato solo per opportunità politiche, e superare il fermo rifiuto papale, così come era avvenuto per le richieste di matrimonio con Roberto, si rivelerà amaro ed infelice.

La pace con la fazione dei durazzeschi fu raggiunta riconoscendo Carlo Durazzo duca di Calabria, titolo che di solito era attribuito al delfino. A suggellare l'accordo, il figlio di Giovanna, di soli venti mesi, fu promesso sposo alla cugina nata dal matrimonio dello stesso Carlo con Maria d'Angiò, sorella della sovrana.
Tutto questo contribuì ancor più ad aumentare la confusione che regnava nel Sud dell'Italia. Molti baroni parteggiavano apertamente per Luigi il Grande, ormai prossimo ad invadere il regno. Tra questi era il conte Gaetano di Fondi, cugino di parte materna di Giovannella di Altamura, e il suo passaggio alla causa ungherese era in linea con la posizione, in quel momento, dei fratelli Pipino (nota 17).

Gaetano di Fondi inflisse una dura lezione alle truppe angioine che erano corse ad assediarlo a Traetto, vicino Latina. Il conte ordinò agli abitanti del paese di murare tutti gli ingressi delle case e dei vicoli e convenne con loro un segnale a cui dovevano rispondere scaraventando sassi e frecce sugli assalitori. Di notte, poi, abbandonò la città e si appostò poco lontano. Gli assalitori, la mattina dopo, trovarono le mura senza difesa e la città immersa in un silenzio totale. I vicoli del paese, però, erano stati murati in modo tale che l'unica via percorribile portasse i soldati angioini, direttamente in piazza.
Quando questi furono giunti, partì il segnale e gli abitanti di Traetto incominciarono il lancio di pietre sugli aggressori, mentre il conte di Fondi bloccava la porta d'accesso alla città, impedendo, così, la ritirata agli avversar!. La sconfitta degli Angioini fu inevitabile.
Ma alla sconfitta si aggiunse l'ingiuria. Giovanna vide arrivare a Napoli, da porta Capuana, i suoi soldati a natiche scoperte e con un cartello sulle spalle che pressappoco diceva: "Così ci combinò il conte di Fondi".

Clemente VI si diede un gran da fare per evitare l'invasione e salvare Giovanna I perché, memore dei tanti grattacapi che Federico li aveva procurato al papato con le sue mire espansionistiche, voleva impedire ad ogni costo la riunificazione del dominio angioino ungherese con quello napoletano.
Giovanna poteva dormire sonni tranquilli: Clemente sarebbe stato sempre un suo interessato soste nitore. Fu inviato un legato pontificio che tentò di dissuadere il sovrano ungherese dall'invasione, inu tilmente. Lo stesso legato tentò di frenare l'avanzata cercando alleati per Giovanna; solo il conte Gaetani di Fondi si convinse a sostenere la sovrana che lo perdonò per la sua precedente ribellione con un indulto, il 25 settembre del 1347.

Giovanni Pipino si era recato nel Lazio, presso Terracina e da lì a far leva di soldati a favore del re ungherese che marciava verso L'Aquila, tenendosi lontano da Roma, governata in quel momento dal tribuno Cola di Rienzo. Costui, uomo di umili origini, era divenuto un capopopolo con il programma ambizioso di ricalcare i fasti dell'Urbe portando a termine una congiura antinobiliare che culminò con la sconfitta dei famigliari del cardinale Colonna. Cola imprigionò i cittadini più ricchi della città, allo scopo di estorcere tesori e danaro e vagheggiò anche progetti di unificazione dell'Italia e di riforme che, però, furono smentiti dal suo atteggiamento ostile e provocatorio verso il popolo al quale impose, una volta pervenuto al potere, tasse e gabelle, nonostante le sue promesse di segno opposto. Come tutti coloro che promettono benefici e tasse ridotte al popolo senza mantenerle, finì assassinato dalla rabbia dei cittadini, che, qualche anno dopo,bruciato il cadavere, ne dispersero le ceneri.

Cola di Rienzo, proclamatesi "Nicola severo e clemente, tribuno della pace e della giustizia, liberatore della Sacra Romana Repubblica", aveva ricevuto da Giovanna una ambasciata che gli portò in dono cinquecento fiorini d'oro e gioielli per la sua consorte. Il tribuno la ricambiò, invece, parteggiando per la causa del sovrano ungherese in cambio di cinquecento cavalieri che gli erano tornati utili per sconfiggere i Colonna.
Ma neanche l'esercito ungherese era al riparo da colpi bassi e tradimenti. Scoppiò un contrasto tra i generali di Luigi d'Ungheria e il mercenario duca Guarnieri, che preferì abbandonare l'impresa e trasferirsi nel Lazio, cogliendo l'occasione per distruggere e saccheggiare la città di Anagni.

Giovanni Pipino nel Lazio incontrò, a Montefiascone, in qualità di legato pontificio, Bertrando de Beaux, che lo invitò ad astenersi dall'appoggiare l'invasione di Luigi e ad intervenire contro il tribuno romano (sostenitore della causa ungherese), inviso al papa non solo per i suoi eccessi sanguinari contro le famiglie dei Colonna e degli Orsini, ma anche per i suoi tentativi di affrancarsi dal vassallaggio. Pipino era riconoscente al cardinale Colonna, che tanto si era adoperato per la sua liberazione, e ligio come sempre ai desideri di Avignone, obbedì e si presentò a Roma per affrontare Cola di Rienzo.
Pipino agì con astuzia, provocando il tribuno con qualche scaramuccia. Questi subito lo convocò per rendere conto del suo atteggiamento; per tutta risposta il Palatino si stabilì nella zona di Roma controllata dai Colonna, al Testacelo.
Nottetempo, sulla porta della chiesa di sant'Angelo della Pescheria fu affisso un invito, rivolto ad un certo Luca Savelli, affinchè entro quattro giorni, si alleasse con Pipino. La cosa mandò su tutte le furie Cola di Rienzo che, fatto strappare l'invito, ne affisse un altro intimando a Luca Savelli (nota 18) di presentarsi a lui nel giro di tré giorni per essere giudicato.

Giovanni Pipino rafforzò la sua presenza sbarrando il passaggio dell'Arco di san Salvatore in Pesoli, e chiamò a raccolta i suoi seguaci facendo suonare a martello le campane di sant'Apostolo Paolo; Cola di Rienzo accettò la sfida e in risposta fece rintoccare, a sua volta, le campane della chiesa di sant'Angelo: Roma doveva essere tutto uno scampanio. Alla gente impaurila non rimase altro che rinchiudersi in casa.
Cola inviò cinquecento cavalieri, capitanati da un certo Scarpetta, un avventuriere tedesco. Pipino li attese davanti all'Arco di San Salvatore in Pesoli, respinse l'attacco e, ferito a morte Scarpetta, ne inseguì i soldati al grido "Viva i Colonna, a morte il Tribuno!".

Invano Cola di Rienzo ordinò di far risuonare le campane per chiamare in sua difesa i cittadini romani, i quali si guardarono bene dal mettere piede fuori dall'uscio. Il Tribuno, impaurito e incapace di qualsiasi reazione, dopo aver letto un proclama ai pochi cittadini rimasti fedeli e fatte squillare le trombe d'argento, ornato il capo dell'alloro, chiese ospitalità agli Orsini, rifugiandosi in Castel Sant'Angelo, dove lo raggiunse sua moglie, travestita da frate. Sempre di nascosto e travestito, a metà del dicembre 1347, fuggì da Roma per recarsi in un convento di fraticelli in Abruzzo, per poi riparare a Praga. Dopo qualche anno, ottenuto dal papa il perdono, tornò a Roma per concludere la sua vita sul rogo.

Giovanni Pipino celebrò la vittoria proclamandosi "Patrizio, liberatore di Roma e dei Principi Romani, illustre guerriero e difensore della Santa Chiesa".
Il conte di Minervino, avendo confermato di privilegiare gli interessi della Santa Chiesa, piuttosto che quelli del sovrano ungherese, fu da quest'ultimo bandito dal regno napoletano come suo nemico. Il Palatino, insieme ai suoi inseparabili fratelli, si stabilì prudentemente a Roma, all'ombra rassicurante di San Pietro, in attesa degli eventi.

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