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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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La partenza di Luigi d'Ungheria incoraggiò i
Napoletani a chiedere il ritorno di Giovanna, la
quale, dopo aver partorito una bambina, rientrò,
accolta festosamente dalla popolazione e con
qualche risorsa finanziaria in più, grazie agli
ottantamila fiorini ricavati dalla vendita di Avignone.
Nel frattempo, Niccolò Acciaioli e l'ammiraglio
Marzano avevano avuto un incontro con Giovanni
Pipino, rimasto a Roma, inoperoso, a godersi i
frutti del ritrovato prestigio ottenuto con la vittoria
su Cola di Rienzo.
La natura bellicosa di Giovanni Pipino non poteva
rimanere indifferente all'occasione che gli si presentava per riprendere le armi, ma, soprattutto, gli
offriva una concreta possibilità di reinserirsi nel
gioco politico e acquisire, in prospettiva, benefici
e feudi. Il titolo di Patrizio, liberatore di Roma, e via
dicendo, lo gratificava dal punto di vista delle
onorificenze, ma era privo di sostanza, non avendo
feudo alcuno su cui esercitare la sua signoria.
Il 10 giugno del 1348, Giovanni Pipino, vestito
della sua armatura più sfavillante, insieme al
mercenario duca Guarnieri e al conte di Asperch,
entrava, accolto trionfalmente, nella città di Napoli, con millecinquecento barbute teutoniche (nota 11), innalzando il vessillo dei gigli d'oro con la croce di
Gerusalemme di Giovanna I insieme a quello
pontificio. Ancora una volta il Palatino si adeguava
alle esigenze politiche della Curia avignonese, schie rata a sostegno della sovrana, e confermando la
buona reputazione che godeva per le sue riconosciute capacità militari.
Giovanna e Ludovico avviarono subito una
campagna militare per riconquistare i territori
controllati dalle residue truppe ungheresi.
La regina si preoccupò di riprendere Castel
Nuovo e Castel Sant'Elmo, ancora in mano del
nemico e pur di aver ragione dei soldati nemici
asserragliati a Castel Nuovo, utilizzò ogni mezzo,
lecito e illecito. Si arrivò persino a lanciare carogne
putrefatte all'interno del castello, nel tentativo di
provocare una pestilenza. Non riuscendo ad ottenere risultati utili, Giovanna invitò a cena il capitano ungherese Ulrico Wolf, che difendeva il castello. Si racconta che, per l'occasione, si fosse
presentata con una seducente e trasparente veste
subendo l'indifferenza del rude ufficiale ungherese
che rifiutò di renderle il castello.
Ludovico, invece, si avviò verso Manfredonia,
divenuta la roccaforte del comando ungherese.
Giovanni Pipino, con il cognato conte di Asperch,
seguì il re nelle terre della Capitanata. Molte città
daune erano rimaste fedeli agli Ungheresi:
Manfredonia, Monte Sant'Angelo, Serracapriola,
Ortona, Trivento, Guglionisi (località dove risiedeva un altro generale ungherese, fratello di Ulrico,
Corrado Wolf, detto Lupo). Il re tarantino riuscì a
conquistare Apice, dove le sue truppe si abbandonarono al saccheggio e agli stupri. Successivamente riuscì ad entrare anche a Barletta, città
difesa dalla famiglia Degattis, alleata degli Ungheresi.
Ludovico giunse, poi, a Lucera, mentre contro
di lui marciava Corrado Lupo. Toccò al Palatino
sbarrare il passo alle bande del generale ungherese, ma quest'ultimo lo aggirò, presentandosi sotto
le porte della città. I soldati di Ludovico, asserragliati
nel castello di Lucera, pur essendo in numero
quattro volte superiore agli avversari, subirono
alcune sconfitte in scontri isolati. Il re napoletano
si guardò bene dall' affrontare in una battaglia risolutiva l'avversario, il quale, stanco di aspettarlo,
marciò verso Foggia.
I Foggiani si rifiutarono di rifocillare le truppe
ungheresi, che ebbero, così, il pretesto per assediarli. Per avere ragione dei cittadini che si difendevano valorosamente, i soldati li costrinsero a
combattere ininterrottamente, senza dare loro tregua neanche nelle ore notturne e, alla fine, li presero per stanchezza. Inutilmente i Foggiani avevano inviato richieste di aiuto a Ludovico, che era a
Lucera, distante pochi chilometri dalla città. Foggia fu devastata da Corrado Lupo, con il solito
rituale di violenze su cose, uomini e donne. In tanta
atrocità si distinse il conte di Trivento, Nicola di
Eboli, per aver impedito ai soldati di usare violenza
alle donne che si erano rifugiate nella cattedrale
della città. Successivamente le aiutò a trasferirsi
ad Ascoli Satriano. Il bottino fu notevole, almeno
ventiduemila once d'oro.
La successiva diserzione del duca Guarnieri,
che ritornò nelle file ungheresi, indusse Ludovico
a ritirarsi a Napoli, lasciando ai fratelli Pipino
l'immane compito di difendere i suoi interessi in
Puglia. Questa regione diventava il luogo dove più
violentemente erano in luce le contraddizioni e lo
sfacelo del regno angioino; ancora una volta, qui
si decidevano le sorti della monarchia meridionale.
Nella difficile vita della popolazione che abitava
i borghi della Puglia, tra torride estati e freddi
inverni, nei campi devastati dalle guerre, nella
mortale pestilenza, Giovanni Pipino e i suoi fratelli
si trovarono a combattere una guerra con un drappello di cinquecento barbute, comandato da abili
capitani teutonici e lombardi.
Fu giocoforza che i reali si affidassero al valore
dei fratelli pugliesi per affrontare un nemico molto
deciso e ben organizzato militarmente. Giovanna,
per ricompensarli del loro impegno, restituì loro la
dignità di cavalieri: Pietro Pipino riebbe il titolo di
conte di Vico, la comestabulia di Lucera e la signoria di San Severo, Luigi ritornò ad essere conte
di Potenza e signore di Troia e Torremaggiore e,
probabilmente su suggerimento della stessa regina, sposò Margherita Ceccano, vedova di Roberto
dei Cabanni.
A Giovanni Pipino, invece, non fu possibile
restituire la contea di Minervino, saldamente tenuta dai del Balzo, e nemmeno gli altri feudi in mano
ai suoi avversari di sempre: gli fu riconfermato il
possesso del feudo materno di Altamura. È legittimo, però, pensare che il Palatino pretese, ed
ottenne, che gli fosse riconosciuta in pieno la
titolarità delle operazioni militari, per cui ebbe dalla
sovrana il titolo di principe di Bari. E per meglio
motivarlo nella guerra, gli furono promessi i feudi
di Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo e Monopoli; ma
le prime tre città erano filo-ungheresi e per entrare
in loro possesso il neo-principe doveva prima sconfiggere i nemici e riportare quelle località sotto le
bandiere degli Angioini.
Essere nominato principe di Bari, non significò
affatto per Giovanni Pipino ottenere la signoria della
città, che si mantenne autonoma e schierata con
chi comandava nel regno; era, il titolo di principe,
solo un appellativo altisonante a cui il Pipino sembrava particolarmente sensibile? O forse prefigurava
una sua visione di futuri domini, di un ruolo, fosse
anche politico, che egli pensava di svolgere nelle
terre pugliesi, non appena le cose del regno si fossero evolute in meglio? Oppure poteva aprire le
porte ad una sua futura prestigiosa dinastia? Comunque, era evidente che lo scopo principale di
Giovanni fosse quello di essere elevato ad un rango
tale da competere dall'alto con i suoi avversari,
anche se, ancora una volta, titolo e feudi li doveva
conquistare sul campo di battaglia.
Interessante è la lettura di un documento del 19
gennaio 1349, sottoscritto da Pietro Pipino, che
conferma il ritrovato potere dei fratelli pugliesi:
"...presentandosi a noi il venerabile e religioso
frate Angelo de Risola, di Aquila, vice priore del
nostro convento, ci espose che nel febbraio del
1348, presso Lucera, prima che questa città, ora
nostra, ci fosse data in consegna dal re e dalla
regina, noi, spinti dal volere divino e dai grandi
servizi e ossequi portati dai monaci ai nostri avi,
donammo al monastero in perpetuo il latifondo
denominato Ripaletta... Essendo noi stati, per grazia
di Dio e delle Reali Maestà, elevati al grado di
contea di Lucera, avendo ottenuto il possesso della
terra e il giuramento di fedeltà dagli abitanti, vassalli e feudatari, alla presenza della sacra Maestà,
principe Ludovico di Taranto, re di Sicilia e di
Gerusalemme e dell'eccellente uomo, Giovanni
Pipino, Palatino di Altamura, Principe di Bari, conte
di Minervino,... concediamo il nostro privilegio
munito e rafforzato del grande suggello..." (nota 20).
"Tutto questo dimostra la singolare personalità
del nostro feudatario alla ricerca di ogni elemento
anche di esteriore grandezza. Ma va osservato che
non è semplice debolezza umana, un segno della
vanità, e comunque sempre un aspetto significativo della sua psicologia. Noi crediamo che si celi
qualcos'altro, una lungamente sognata realtà di
dominio, una presunzione di regalità, che in ogni
occasione può disporre e tradurre in potere effettivo. L'ambiente, la mentalità non erano tali da
appagarsi della mera onorabilità di un emblema,
ed il Pipino, in particolare non era un uomo da
sentirsi soddisfatto del velleitario fregio di essi, ove
non fosse emersa una corrispondente ragione di
incidenza sui valori della struttura feudale del regno, a garanzia di ulteriori avanzamenti" (nota 21).
Le vicende del regno, però, non facevano sperare nulla di buono. Il matrimonio tra Giovanna e
Ludovico si rivelò, ben presto, foriero di altri guai.
A Corte, ripresero i litigi. Il principe tarantino,
consigliato e sostenuto dall'Acciaioli, premeva sulla
moglie per condividere, con lei, il potere. Giovanna
gli rinfacciava le sue scarse capacità militari e
Ludovico, accusandola di avere relazioni extraconiugali, la ingiuriava "e come vii femmina, in gran
vituperio della corona, la battea". È accertato che
Ludovico non fu affatto fedele alla regina ed ebbe
almeno due relazioni adulterine, da cui nacquero
due bambine, Esclabonda e Clemenza. La presunta infedeltà di Giovanna poteva essere, quindi,
giustificata, anche per il suo carattere poco remissivo e orgoglioso.
La condotta del re tarantino non fu esemplare
e il giudizio nei suoi confronti da parte dei suoi
contemporanei ne risentì. Boccaccio lo definì stultus
puer, Petrarca affermò che era un uomo che alle
"manchevolezze della gioventù aggiungeva i vizi
dell'età matura", il cronista Matteo Villani lo definì
"violento, incapace sul piano militare e tanto
proclive alla menzogna da farsene addirittura un
vanto". Sul piano politico si era praticamente rimesso all'iniziativa e alle capacità del fidato Niccolò
Acciaioli.
Giovanna fu costretta a scrivere al Santo Padre
invocando la sua protezione nei confronti delle
prepotenze del marito e per smentire le voci maligne
che circolavano a Corte su una sua presunta
passione per Enrico Caracciolo. Non ci sono riscontri sull'amore di Giovanna per questo giovane,
ma è pur vero che Enrico come suo camerlengo
(preposto all'ufficio della cassa del tesoro) le era
stato sempre vicino, nei giorni terribili dell'assedio
al castello, quando il popolo napoletano lo assalì
per invocare giustizia nei confronti degli uccisori
di Andrea, e durante la sofferta fuga ad Avignone.
Ludovico, complice l'Acciaioli, intentò un processo per tradimento nei confronti di Enrico che,
il 23 aprile del 1349, finì sul patibolo. Non fu, come
si potrebbe pensare, un cruento atto di gelosia, (un
sentimento sconosciuto a Corte), bensì una operazione politica per privare Giovanna di uno dei
suoi sostenitori più fedeli.
Giovanni Pipino, intanto, combatteva e resisteva in Puglia. Si era stabilito nel castello di Bisceglie
e da lì, efficacemente, controllava la costa sino a
Manfredonia e la via che portava alla sua Altamura: da questa città era in posizione strategica, poiché
vi passavano le strade che conducevano in
Basilicata e, quindi, ad ovest, verso la Campania
e a sud-est, attraverso Matera, a Taranto. Questo
consentiva al principe di Bari di portare agevolmente lo scompiglio a Barletta, Molfetta e
Giovinazzo.
Gli Ungheresi e i loro alleati si erano concentrati
a Barletta per approntare un esercito, allo scopo
di riportare sotto il loro controllo le terre del centro
e del sud della Puglia. Il generale ungherese Stefano voivoda, però, non era stato in grado di
esaudire la richiesta di aiuto dei cittadini gravinosi,
accorsi da lui per sollecitare l'invio di un drappello
di cavalieri che li difendesse dall'arrivo imminente
del conte Sanseverino. Era evidente che gli Ungheresi avevano qualche lacuna nella loro organizzazione militare e questo li costrinse più a cercare
un'alleanza che uno scontro con il principe di Bari.
Stefano voivoda chiese una tregua a Giovanni Pipino
e propose un incontro, a metà strada tra Bisceglie
e Trani, nei pressi di un torrente asciutto.
Erano presenti con Stefano voivoda, il duca di
Guarnieri, Corrado Lupo e il conte Nicola di Eboli.
Il Palatino si presentò scortato da due suoi cavalieri
e con il suo nuovo stendardo, in cui le tre ostriche
da rosse erano divenute color oro.
Stefano voivoda ricordò al Pipino i benefici ricevuti dagli Ungheresi per la sua liberazione dalla
prigionia, grazie all'intervento di Andrea in suo
favore, cosa che gli costò la vita. Quindi lo richiamò ad essere fedele al sovrano di Ungheria e lo
invitò a non recare più danni e fastidi ai cittadini
di Molfetta e di Giovinazzo, città che erano sotto
la protezione degli Ungheresi. Giovanni Pipino, per
nulla intimorito, rispose:
"Nobilissimi cavalieri, abbiamo ben compreso
le parole da voi pronunciate; e crediamo che a voi
siano ben note le cose che vi diciamo. Forse
sapevate che quando il Signor re di Ungheria venne
la prima volta, noi fummo suoi alleati e nella sua
speranza venimmo sino in Ungheria per indurlo ad
intervenire affinchè si vendicasse dei suoi traditori.
Egli dopo essere entrato nel regno ed essersi
vendicato dei traditori, perdonò ancora di più i
nostri nemici e su loro indicazione stabilì di farci
uscire dal regno; cosa a cui ci dovemmo adeguare
con grande dispiacere, non essendo noi così potenti da contrastare la sua volontà. Ora ci chiedete
di passare al suo servizio. Giammai! Non avete
alcun diritto di chiedercelo in quanto da lui non ci
è stato concesso alcun feudo. Ma alla vostra cortese e amichevole richiesta, vogliamo promettere
per il futuro di vivere in pace con voi e con una
duratura tregua. Desideriamo che sulle terre di
Giovinazzo e Molfetta non ci rechiate danno, consentendo insieme di governarle. Dopodiché, sul
nostro onore, vi promettiamo che, acquisite quelle
terre al nostro dominio, vivremo in pace, astenendoci da qualsiasi ostilità nei confronti dell'onore
della regia maestà. Se qualora da parte vostra
voleste impedirci questo, noi con i nostri soldati vi
resisteremo da nemici".
La risposta del Palatino provocò il risentimento
di Stefano voivoda che s'incollerì al punto di ordinare ai suoi cavalieri di arrestare Pipino. Corrado
Lupo e il conte d'Eboli, cognato di Pipino, si adoperarono per convincere l'Ungherese a rispettare
la tregua, che vietava di far prigionieri i propri
interlocutori e di accettare le proposte del principe
di Bari, a condizione che lo stesso s'impegnasse
a rispettare le città alleate agli Ungheresi. L'accordo fu giurato sui Vangeli e ognuno ritornò donde
era venuto.
La spregiudicata condotta del Palatino nell'incontro con i suoi avversari poteva sembrare fuori
da ogni ragionevole prudenza, ma sottolineava
ancora una volta la sua coerenza nel perseguire un
proprio disegno tendente a ripristinare l'antico
patrimonio feudale in piena autonomia, senza essere
debitore, per questo, nei confronti di alcuno. È
probabile che Giovanni fosse, però, a conoscenza
dei disegni di Ludovico, che aveva deciso di trarre
in una trappola gli Ungheresi, distogliendoli dalla
Puglia.
Il voivoda, difatti, subito dopo il colloquio con
il principe di Bari, si avviò verso la Campania per
sostenere le richieste che gli erano giunte da parte
di alcune città del Casertano, che dichiaravano di
volersi alleare contro Napoli. Erano, però, tali richieste, il frutto di un inganno ordito dallo stesso
Ludovico.
Non appena il voivoda partì, Giovanni Pipino,
rimangiandosi l'impegno assunto con i generali
ungheresi, riprese le ostilità; contemporaneamente, Roberto Sanseverino entrava in Puglia e si
affacciava sotto le mura della filoungherese Gravina,
con mille cavalieri e numerosi fanti. Tutto lascia
intuire che i Napoletani avessero organizzato una
manovra militare in grande stile. Una volta attirato
nella trappola campana, al voivoda si sarebbe resa
difficoltosa la ritirata verso la Puglia.
I cittadini di Gravina, feudo di Maria d'Angiò,
riuniti in assemblea avevano deciso di schierarsi
con gli Ungheresi, ma l'arrivo di Roberto Sanseverino consentì al partito filonapoletano di ribaltare
la posizione consentendo, a chi la pensava diversamente, di lasciare la città per non incorrere nelle
prevedibili vendette. Diversi furono tuttavia gli atti
di ritorsione: una povera donna, che aveva l'unica
colpa di essere moglie di un avversario politico,
mentre transitava per strada portando una fiammella per accendere il fuoco in casa, fu passata
a fil di spada; un partigiano degli Ungheresi fu
imprigionato e impiccato. Altri furono costretti a
cedere i loro beni in cambio della libertà. Ma anche
i vincitori dovettero ben presto conoscere la dura
legge del più forte. I soldati del Sanseverino, una
volta entrati in città, requisirono tutte le vettovaglie
disponibili senza distinguere tra amici e nemici e
"si toglievano seco le donne, le vergini bellissime
precipuamente". La stessa giovane e aggraziata
moglie di Domenico di Gravina, prezioso cronista
di quel secolo, inventò una infermità causata da
un recente parto per evitare di essere violentata e
un'altra donna, per sfuggire alle voglie dei soldati,
si nascose a bagnomaria per molti giorni in un
pozzo d'acqua; neanche Alessandra, la meretrice
del paese, fu risparmiata e, forse per non aver
distinto nelle sue funzioni tra amici e avversari, fu
condannata al rogo e bruciata viva.
A Gravina, intanto, si procedeva con sommari
processi nei confronti dei filoungheresi, e per dare
un'idea di quale penosa situazione si fosse creata
nel regno di Giovanna I illuminante è l'argomentazione difensiva del giudice Martuccio, capo del
partito filo-ungherese della città, accusato, ingiustamente, dal cognato:
"Dunque, Signore [rivolto al Sanseverino], se
per questa cagione devo morire, tutti gli uomini
di questo regno meritano di morire di atroce morte;
perché tutto il regno dopo la morte di Andrea,
nostro signor duca, si diede al dominio degli
Ungheresi, e dopo il ritorno di Ludovico e della
regina e di sua sorella duchessa di Durazzo [Maria
d'Angiò] ognuno si diede al loro dominio. E dopo
la seconda venuta degli Ungheresi, novellamente
il regno si fu diviso, e a tutti gli uomini di questa
città piacque di darsi al dominio degli Ungheresi".
La verità del povero giudice, così toccante nella
sua semplicità, servì a ben poco; finì appeso, a
testa in giù, dall'alto di una torre e, tra mille torture,
impiccato. Il cadavere straziato fu lasciato per dieci
giorni esposto nella piazza. La verità era solo quella
dei vincitori, non importa se ottenuta con la forza,
con l'inganno, con le false suggestioni.
Le città meridionali non furono estranee ai primi
tentativi di autonomia nelle decisioni politiche della
comunità, come è dimostrato dalle vicende di
Gravina, anche se le apparenze sembrano confermare quanto le popolazioni fossero pronte a seguire le bandiere dei vincitori. I baroni contribuirono,
con la loro ottusità, a frustrare, in molti casi, ogni
tentativo di emancipazione municipale e seppero
sempre avere buon gioco nel respingere le istanze
autonomiste delle città.
Giovanni Pipino, con cinquecento cavalieri
teutonici e con una moltitudine di cittadini arruolati
nelle campagne e nelle città sue alleate, muoveva
contro Molfetta.
I Molfettesi si difendevano risolutamente, ma
caddero in un tranello che il Palatino aveva preparato. Fingendo una fuga, si lasciò inseguire dai
cittadini che, giunti ad un miglio dalle mura della
città presso la chiesa della Madonna dei Martiri,
furono accerchiati e sconfitti. Un centinaio di pri-
gionieri, tra i quali molti nobili cavalieri, furono
trasferiti nelle carceri della vicina Bisceglie per
essere poi rilasciati, dietro il pagamento di un riscatto e della resa della città, ai vessilli del principe
di Bari. Sanseverino, invece, lasciata Gravina, si
era portato verso la costa e, prima di attaccare
Trani, espugnò la città di Ruvo, mettendola a ferro
e fuoco.
"Oh quanto terribili urli e pianti di uomini, di
donne e d'infanti fanciulli dell'uno e dell'altro sesso! [...] e moltissime donne, precipuamente le
vergini, sono prese da empi carnefici e molte di
loro a carnali vituperi sono trascinate".
La città fu saccheggiata e incendiata e i suoi
abitanti emigrarono in Basilicata, trascinando le
loro povere masserizie lungo i sentieri della Murgia
che costeggiavano Castel del Monte e il Garagnone.
Sanseverino proseguì la sua marcia, conquistando Cerato e Terlizzi, per poi presentarsi sulla
costa, alle porte della filoungherese Trani. Giovanni Pipino, dopo aver conquistato Molfetta, marciò
contro Giovinazzo. La cittadina fu assediata dal
mare e da terra. Ad aiutare il Palatino erano giunte
da Bari quattro galee napoletane e gli abitanti, non
vedendo alcuna via di scampo all'assedio, decisero di arrendersi, innalzando il vessillo di Giovanna
I. Pipino ottenne dalla città cento once d'oro e otto
ostaggi, ciascuno in rappresentanza delle classi
sociali cittadine, a garanzia della totale e completa
fedeltà. Gli ostaggi furono imbarcati sulle galee e
custoditi nel castello di Bari.
L'assalto di Sanseverino alla città di Trani fu
respinto, le scale dei soldati angioini appoggiate
alle mura vennero rigettate nel fossato e il conte
Sanseverino, colpito da una freccia, rimase seriamente ferito ad una coscia. Il conte, immobilizzato
dalla ferita e in difficoltà per la mancanza di vettovaglie, decise di ritirarsi a Gravina, per poi, di lì,
raggiungere Ludovico di Taranto che si preparava
ad affrontare le truppe ungheresi a Melito, nei pressi
di Aversa.
Il conte di Minervino, instancabile, continuò nella
sua guerra. Con l'impiego di torri, baliste e arieti
si rivolse contro la fortissima città di Bitonto che
si difese con un migliaio di abili balestrieri. Lo
stesso Palatino rischiò la morte, per una freccia
scagliata dalle mura della città, fortunosamente
evitata per aver piegato il capo al momento giusto.
I Bitontini, dopo tre settimane di assedio, compresero di non poter resistere a lungo e gli inviarono
ambasciatori con un messaggio:
"Dite al Palatino che non ci molesti e aspettiamo, invece, di vedere chi sia il vincitore di questo
Regno, se il re di Ungheria o la Regina, in quanto
è ovvio che il Cielo ad uno di loro darà la vittoria".
Per tutta risposta il principe di Bari, arruolati i
cittadini di Palo del Colle, si diede alla sistematica
devastazione degli uliveti e dei trappeti. I baresi
alleati di Pipino, accorsi in gran numero, si davano
da fare a spiantare cipolle negli orti, e agli assediati
che dalle mura assistevano impotenti a tanto scempio, gridavano: "oh valorosi Bitontini, perché non
venite a raccoglierle?".
I Bitontini, stremati, chiesero una tregua al
Palatino, e la ottennero dietro il pagamento di
cento once d'oro e con la concessione di alcune
settimane di riflessione per decidere da che parte
schierarsi. L'incontro risolutivo fra le parti fu fissato
per metà luglio, presso il campo di san Leone.
Giovanni, poi, si diresse verso Bari, ma la città
rifiutò di aprirgli le porte forse per non legittimarlo
come suo principe e mantenere così la sua autonomia.
Tornato a Bisceglie, dopo aver sostato a Monopoli per un breve periodo di riposo, riprese le sue
operazioni militari prendendo di mira Barletta.
Nell'estate torrida del Sud (fu tale il caldo, che il
cronista annota la morte di tre robusti cavalli
ungheresi nel dì del Corpus Domini), si riaccese
a Barletta lo scontro tra i Degattis, partigiani degli
Ungheresi, e i filoangioini della Marra.
Nel frattempo, Ludovico di Taranto tentò, con un
inganno, di sorprendere le truppe ungheresi a Melito;
purtroppo, la sua astuzia si risolse in una immane
disfatta. Vennero fatti prigionieri un migliaio di
Napoletani, moltissimi nobili, tra i quali i Sanseverino
e Raimondo del Balzo, che furono sottoposti a crudeli torture; costoro, per essere rilasciati, pagarono
un riscatto di trentatremila fiorini d'oro.
La sconfitta di Ludovico fu talmente grave che
si rese necessario l'autorevole intervento di Clemente VI per impedire che si trasformasse,
irrimediabilmente, nella fine del regno di Giovanna. Il papa riuscì ad imporre una tregua dietro il
pagamento di un riscatto di duecentomila fiorini
d'oro da versare ai generali ungheresi per liberare
i prigionieri napoletani. La notizia della sconfitta di
Melito si propagò come un fulmine per tutto il
regno; lo stesso cronista notar Domenico di Gravina
annota che il risultato dello scontro, avvenuto il
sabato, arrivò la domenica sera al castello di
Garagnone (situato sulla Murgia, tra Altamura e
Gravina, di cui ancora oggi sono visibili, confusi
tra le rocce, resti delle mura), distante dal campo
di battaglia almeno cento miglia.
Pipino risentì immediatamente le conseguenze
della disfatta di Ludovico; il voivoda, tornato in
Puglia, forte del danaro ricavato dal riscatto dei
baroni sconfitti, offrì mille fiorini ai mercenari del
principe di Bari, senza stipendio da tre mesi, in
cambio della loro diserzione. La somma fu subito
accettata dagli abili capitani mercenari di Giovanni
(tra cui Hebniger, connestabile di Lupisce) che
passarono dalla parte ungherese e inviati a difendere Bitonto.
I Bitontini, forti del sostegno degli uomini di
Hebniger, nel giorno concordato con Pipino, si schierarono presso il campo di san Leone, per affrontarlo
in battaglia. Il Palatino, ovviamente, si guardò bene
dal presentarsi. Al capitano bitontino, dopo aver
proclamato solennemente l'assenza di Giovanni
Pipino, non rimase che rientrare in città, per festeggiare. La mattina dopo, Bitontini e Ungheresi si
scatenarono furiosamente contro i paesi vicini, radendo al suolo la contrada di Auricarro. Toccherà,
subito dopo, alla vicina Palo che si difese come
poteva in una giornata rovente di fine luglio. I Bitontini
tornarono all'assalto della città preferendo le ore
serali per ovviare agli inconvenienti dell'ardente
sole pugliese. Ci vollero due giorni per caricare sui
carri tutte le vettovaglie e i beni predati e portarli a
Bitonto. Poi si diressero verso Bari per restituire ai
suoi abitanti la cortesia delle cipolle spiantate.
Gli Ungheresi e i loro alleati assalirono altre
città, saccheggiando e stuprando, inseguendo i
contadini sin dentro i boschi per torturarli. All'inferno si aggiunse l'inferno.
Giovanni Pipino, insieme ai fratelli, tentò di
reagire. Si precipitò ad Altamura, si appellò agli
abitanti della città, convinse i contadini che al
terrore bisognava reagire, e raccolta una moltitudine di gente armata di mazze, forconi e qualche
spada, con pochi cavalieri, scese verso la pianura
per tentare di sorprendere e contrastare l'avanzata
degli Ungheresi.
La sorpresa sfumò. Alcuni abitanti di Balsignano
(borgo situato nelle vicinanze di Modugno, dove
sono ancora visibili i resti di una abbazia benedettina) avvertirono gli Ungheresi, i quali, seppure
inferiori di numero, erano militarmente meglio
preparati. Divisero la cavalleria in tre squadre e
attaccarono, con successo, i coraggiosi contadini
del Palatino, nella pianura di Bitritto. Lo stesso
principe, a cavallo di un bellissimo baio di nome
Boccadoro, fu catturato da Hebniger.
I fratelli di Giovanni Pipino non si persero d'animo e si lanciarono all'inseguimento di Hebniger
che stava conducendo di gran carriera il prigioniero verso Bitonto. Luigi Pipino riuscì a raggiungere
la scorta ungherese e liberò il fratello, per poi darsi
ad una precipitosa fuga e riparare nel vicino castello di Loseto dove, nel frattempo, i soldati e i
contadini sconfitti si erano rifugiati.
Scese la sera; Pipino con le sue truppe rifugiate
nel piccolo castello di Loseto, disponeva di poche
vettovaglie. La condizione degli assediati era tragica, ma gli Ungheresi, dopo aver devastato le
campagne dei contadini losetani, decisero di ritirarsi a Modugno, nel timore che dalla vicina Bari
potessero giungere rinforzi a favore del Palatino.
Ferito nell'orgoglio, compromesso il suo ascendente verso la popolazione che lo aveva sostenuto
- vedendo in lui l'uomo della possibile salvezza - pieno di tormento e di rabbia, Giovanni Pipino si
recò nella cattedrale di Bisceglie per fare un singolare voto, quello di togliersi un calzare che
avrebbe dovuto indossare nuovamente solo quando l'onta subita fosse stata riscattata.
Giovanni Pipino, con il piede scalzo, si accinse
ad affrontare nuovamente i suoi nemici.
Le città di Terra di Bari furono nuovamente
sottoposte agli assalti ungheresi. Corato respinse
l'assedio grazie al geniale impiego di rudimentali
ordigni incendiari, costituiti da orci colmi di olio e
rami secchi accesi, che venivano scagliati sui nemici
per bruciarne le torri e i trabucchi.
La popolazione si era stancata di tanti eccessi;
gli stessi contadini andriesi, barlettani e tranesi che
appoggiavano l'esercito ungherese decisero di ritirarsi. Gli Ungheresi li apostrofarono: "Vi liberammo dai latini, dividemmo con voi le prede dei
nemici, ora che la vittoria è vicina, voi così ci
ricompensate, con il tradimento?". Alle rimostranze
per la loro diserzione improvvisa, i contadini-soldati risposero: "Ormai siamo stanchi di combattere. Chi vuole combatta. Noi vogliamo ritornare alle
nostre case per riposare". Sembrerebbe vigliaccheria, ma la verità è un'altra. Si era avvicinato il
tempo della vendemmia e i contadini non volevano
perdere l'unica risorsa ancora disponibile per la
loro sopravvivenza. Un duro inverno era alle porte,
i raccolti erano stati compromessi da incendi,
devastazioni, e la peste aveva decimato la mano
d'opera.
Pipino piede scalzo, nottetempo, con circa duecento cavalieri, si diresse verso Barletta sapendo
che la città era sguarnita di soldati. Ordinò ad alcuni
dei suoi di nascondersi in un vigneto e, all'alba,
mandò una sparuta avanguardia verso la città, con
il compito di provocare e predare i cittadini e i
contadini di Barletta, per poi fingere una rapida
ritirata. I Barlettani inseguirono l'avanguardia inviata contro di loro da Pipino, cadendo in pieno nella
trappola; oltre cento di loro furono fatti prigionieri.
Pipino si diresse verso la città ritenendo che i suoi
abitanti, alla vista dei loro concittadini prigionieri, si
arrendessero; invece i Barlettani chiusero le porte
delle mura e si difesero con nutriti lanci di frecce,
aiutati anche dai frati minori del vicino monastero
di S. Francesco. Pipino piede scalzo ripiegò e, giunto nella vicina chiesa di S. Maria delle Monache,
pago del risultato, decise di sciogliere il voto: fatte
squillare le trombe, innalzato il vessillo, si rimise il
calzare.
I Barlettani decisero di reagire alle continue
vessazioni del Palatino arruolando alcuni mercenari al seguito delle truppe ungheresi; costoro, avendo saputo che un centinaio di cavalieri del Pipino
si erano recati nelle terre di Andria per far razzie,
organizzarono una imboscata, attendendo i soldati
del principe nei pressi di un bosco, alle porte di
Bisceglie. L'agguato riuscì e tutti i cavalieri del
Palatino furono fatti prigionieri; per farli rilasciare,
Pipino fu obbligato a liberare tutti i Barlettani da
lui precedentemente catturati.
I colpi di scena di questa guerra si susseguivano
senza tregua. Questa volta a farne le spese fu lo
stesso voivoda. Ad Aversa, dopo la vittoria di Melito,
i mercenari del conte Lando e del duca Guarnieri
chiedevano, con minacce e a gran voce, gli stipendi arretrati di due mesi più una doppia paga, promessa in caso di vittoria, per un totale pari a ben
centomila fiorini. Il voivoda non poteva far fronte
alle loro richieste, perché privo delle necessarie
risorse finanziarie attese dall'Ungheria.
A toglierlo dall'impaccio ci pensò lo stesso
Ludovico di Taranto che, venuto a conoscenza
dello scontento dei mercenari ungheresi, offrì loro
duecentomila fiorini in cambio della diserzione.
Stefano voivoda, fiutando il tradimento, si ritirò in
gran fretta a Manfredonia.
Mentre il voivoda si preoccupava di come
affrontare la diserzione dei suoi avventurieri, nei
porti di Manfredonia e Barletta, inaspettatamente,
arrivarono moltissime navi, provenienti dalla sponda opposta. Era giunto Luigi di Ungheria con il suo
esercito, per invadere nuovamente il regno di
Giovanna I. Il re, appena sbarcato, si insediò nel
castello di Trani dove si recarono i baroni a lui
fedeli per rinnovargli l'atto di vassallaggio. Informato degli atteggiamenti del Palatino, ordinò di
assediare Bisceglie inviando parte del suo esercito
e due galee per circondare, da mare e da terra, il
castello dove erano arroccati i fratelli Pipino.
Al Palatino non rimase che la resa, che fece nel
modo più spettacolare e originale; cavalcando
un'asina, vestito solo di una camicia si presentò
a Luigi d'Ungheria, con un grosso capestro al collo.
Lo stesso re fu sorpreso, e apprezzando la
solenne umiliazione, lo perdonò reintegrandolo nel
suo feudo di Minervino. Al Palatino non sembrò
vero di poter riprendere quel feudo a cui tanto era
legato e si precipitò subito sulla Murgia per dare
l'assalto al castello della città, difeso dai soldati di
Raimondo del Balzo. Non riuscendovi, chiese ed
ottenne da Luigi di Ungheria trabucchi, baliste ed
arieti che gli resero più facile espugnare la città.
Il sovrano ungherese, però, memore della volubilità del conte di Minervino, prese le sue precauzioni
tenendo in ostaggio, nel castello di Barletta, Pietro
Pipino.
In Puglia ripresero i saccheggi, le violenze, gli
incendi. Gli Ungheresi conquistarono numerose
località: Fasano, Villanova, Putignano, Casamassima. La sorte più dolorosa toccò ad Andria, che
fu rasa al suolo. Prima, però, si ebbe l'accortezza
di chiudere le porte di accesso alla città, per
impedire la fuga ai cittadini. Furono strappati i
denti agli uomini, e le donne - ritenute dal nostro
notar Domenico tra le più belle di Puglia - subirono
l'ennesimo stupro di massa.
La presenza del forte esercito di Luigi di Ungheria, pare fosse costituito da circa sessantamila
soldati, doveva rendere abbastanza problematica
la convivenza con le popolazioni. A Barletta, città
che nelle alterne vicende di questo periodo era
stata fedele alla causa ungherese, scoppiò un
tumulto causato da una banale rissa tra cittadini
e soldati i quali, giocando a dadi in una osteria,
avevano litigato, per poi mettere mano ai coltelli.
Un cittadino rimase ferito e tanto bastò per dare
la stura all'insofferenza nei confronti delle truppe.
Re Luigi, che risiedeva in quel momento nel castello della città, dopo aver rimproverato i suoi
capitani, a cui aveva dato precisi ordini di non
molestare in alcun modo l'ospitale popolazione,
intervenne direttamente nella contesa e, armi alla
mano, placò gli animi dei suoi soldati.
Sedato il tumulto, Luigi si avviò con l'esercito
verso Napoli, deciso a chiudere la partita con
Giovanna I. Questa volta la sua marcia, però, non
fu spedita come la prima, a causa di resistenze e
opposizioni di alcune città. Giunto ad Aversa, Luigi
incontrò alcuni ambasciatori napoletani che gli
proposero il matrimonio con Maria d'Angiò, rimasta vedova per mano dello stesso re ungherese.
L'ambasciata era stata .segretamente organizzata
dalla stessa Maria, che da tempo tramava contro
la sorella. Il matrimonio con il presunto vincitore
della guerra non poteva che rafforzare la sua
posizione personale. Luigi d'Ungheria rifiutò la
proposta.
Giunto sotto le porte di Napoli, l'Ungherese, in
una sortita, rimase ferito seriamente ad un piede
e nel delirio della febbre sognò di morire tragicamente. Nel suo accampamento si erano accesi
focolai di peste, e a preoccupare ancora di più il
sovrano furono le notizie che giungevano da
Viségrad, dove alcuni nobili si erano ribellati, anche
a causa della sua assenza. L'ennesimo intervento
di Avignone a favore dei regnanti napoletani contribuì a rafforzare la convinzione del giovane re ad
abbandonare l'impresa; in cambio, Luigi pretese
dal pontefice la celebrazione di un secondo, e più
equo processo contro Giovanna per l'assassinio di
Andrea. Poi si recò a Roma per il giubileo e, tornato
in Puglia, fece vela verso l'Ungheria, lasciando
parte dei suoi soldati sul territorio, in attesa degli
sviluppi del nuovo processo a Giovanna.
Giovanna I partì subito dopo per Avignone, dove
affrontò il nuovo giudizio. Nella sala della Grande
Udienza dalla volta celeste affrescata da infinite
stelle della turrita chiesa avignonese, fu pronunciata la definitiva sentenza del sacro collegio:
"Il regicidio di Andrea non era avvenuto per
corrotta intenzione o volontà della regina, ma a
causa di malìe o fatture che le erano state fatte;
alle quali la sua natura fragile femminile non aveva
saputo, ne potuto, riparare".
Giovanna, per il sacro collegio, era vittima delle
circostanze, forse delle pratiche magiche della
fattucchiera Filippa la Catanese e per questo le si
riconosceva, di fatto, la condizione di chi era incapace di intendere e volere. E seppure si lasciasse intendere che fosse stata complice, in qualche
modo, del delitto, fu nuovamente e definitivamente
assolta.
Luigi il Grande, vedeva, così, frantumarsi il sogno
di costruire un grande Impero che unisse l'Ungheria, la Polonia e l'Italia meridionale e, anche se
poco soddisfatto della sentenza di Avignone, liberò
i principi napoletani tenuti in ostaggio a Viségrad,
che ritornarono a Napoli, con notevoli risentimenti
verso i cugini regnanti.
A tirare le somme, l'impresa dell'Ungherese,
nonostante gli sforzi finanziari e le ripetute spedizioni militari, si rivelò un fallimento e la vera
vincitrice risultava Giovanna I. Il conto più salato
di questa guerra dinastica lo pagarono, però, i
cittadini e i contadini, ridotti in uno stato di maggiore indigenza dalla peste e dalla carestia.
Ma il peggio doveva ancora venire.
A Napoli, Giovanna, dopo l'assoluzione di
Avignone, fu abilmente esautorata dei suoi poteri
dal marito, Ludovico, e dall'Acciaioli. Clemente VI
non abbandonò la sua pupilla e, ancora una volta,
intervenne in suo aiuto; dalla Provenza partirono
otto galee, comandate da Ugo del Balzo che, giunto nel regno, impose a Ludovico di restituire alla
consorte le sue prerogative di governo.
Ugo del Balzo, dopo aver ripristinato i poteri di
Giovanna, approfittando dell'allontanamento dei
sovrani dalla reggia, si recò a Castel dell'Ovo per
rendere omaggio a Maria d'Angiò. La visita nascondeva un secondo fine. Improvvisamente Roberto, figlio di Ugo del Balzo, trascinò l'ignara
principessa nella camera da letto e la violentò per
imporle il matrimonio riparatore. Fu il pegno che
doveva pagare Giovanna in cambio dell'aiuto ricevuto dai Provenzali? Fu un modo per impedire
definitivamente il disegno di Maria di coniugarsi
con il re di Ungheria? Fu un piano di Clemente VI
per dare Maria d'Angiò in moglie a un del Balzo
e per porre fine, così, alle lotte sotterranee dei
principi? Probabilmente non lo sapremo mai.
Acciaioli, però, non si dava per vinto e, corrotte
alcune sentinelle delle navi provenzali, consentì a
Ludovico di salire sulle galee francesi per affrontare e uccidere in duello Ugo del Balzo. Il tarantino
si giustificò con il papa rammaricandosi dell'omicidio, compiuto per vendicare l'onore della nuora
violentata. Questo consentì a Ludovico di riprendersi il potere e costringere Giovanna a sottoporsi
ad umilianti condizioni, togliendole i sigilli e le
chiavi della cassa.
Fu la stessa Maria, qualche mese dopo, a vendicarsi del suo violentatore; si recò nella stanza in
cui era sorvegliato e lo fece decapitare sotto i suoi
occhi; poi ordinò di gettare in mare il corpo dilaniato
dall'alto delle torri di Castel dell'Ovo. Nell'estate
del 1353, approfittando dell'assenza di Giovanna,
la vendicativa principessa, deposte le vesti da lutto,
si recò in casa di Filippo di Taranto, fratello di
Ludovico, e lo fece suo sposo.
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