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Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

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Libro completo

Libro Giovanni Pipino completo, autore Pino Gadaleta  

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pipino_prefazione

 

militare_01 Mentre in Europa tutto è mutato e una serie di rivoluzioni religiose, politiche e sociali ha strappato alla classe feudale il potere economico e politico per darlo alla borghesia, nell' Italia meridionale le cose sono rimaste allo stesso punto; e attraverso mille tempeste la classe feudale è riuscita a tenersi a galla.

La ragione di questa persistenza del dominio nelle mani della stessa classe si trova nel fatto che nell' Italia meridionale tutti i mutamenti di regime sono avvenuti per cause esterne. Per questa ragione nessuna riforma politica è stata mai compiuta nel Mezzogiorno per opera degli indigeni dal tempo dei Vespri Siciliani ad oggi.

I mutamenti, invece, sono avvenuti sempre sotto la pressione di eserciti stranieri: nei secoli XIV e XV, Angioini, Durazzeschi, Aragonesi; nei secoli seguenti, Francesi, Spagnoli, Austriaci, Borbonici, Napoleonici, Italiani.

A una spedizione militare esterna i nobili meridionali non hanno mai opposto resistenza. Perciò, invece di difendere la loro indipendenza, hanno seguito una tattica opposta: buttarsi con entusiasmo dalla parte del vincitore."
Gaetano Salvemini
fo_win3  Il prologo   Prologo

 

 
Copyright(c) . Created: Saturday 4 August 2001 Updated: Saturday 7 July 2007 at 20.05.32

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pipino_prologo

 

militare_01 Dalle terre della Normandia, intomo all'anno 1000, una famiglia di abili e feroci guerrieri, i Drengot, arruolati come soldati mercenari dal principe di Salerno Guaimaro IV, scesero nel Sud dell'Italia sottomettendo le popolazioni locali, predandole dei loro averi, distruggendo gli indifesi sobborghi, scacciando dalle città i deboli dominatori bizantini.

Rapidamente, grazie alle imprese del primo conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro e di Roberto il Guiscardo, conquistarono i territori del Mezzogiorno, divenendone astuti dominatori, innalzando castelli e poderose torri allo scopo di controllare le popolazioni sottomesse; osarono mettersi contro papa Leone IX che fu sconfitto e fatto prigioniero, a Civitate nel 1053.

I Normanni, oltre ad essere audaci guerrieri, si dimostrarono abili diplomatici. Liberarono, infatti, subito il pontefice, invocando il suo perdono dichiarandosi suoi fedeli vassalli. Più tardi, nel 1130, Ruggero II fondò il regno di Sicilia.

Costanza d'Altavilla, ultima normanna erede del regno di Sicilia, sposò lo svevo Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. Dalla loro unione nacque a Jesi, nel 1194, in una tenda di un accampamento militare, Federico II.

Raggiunta la maggiore età, Federico ereditò il regno e l'impero. Fu un accorto amministratore, consolidò il regno soffocando le ribellioni dei baroni e impedendo qualsiasi moto autonomistico delle città meridionali. In Sicilia, ridusse all'obbedienza i Saraceni e li deportò in massa nella colonia agricolo-militare di Lucera, a pochi chilometri da Foggia. Teorizzò, per primo, il diritto della monarchia assoluta e centralizzata dettando le Constitutiones di Melfi, nel 1231.

L'ambizione dello Svevo era di estendere il suo dominio dall'Italia meridionale a tutta la penisola per congiungerla con l'Impero. Per questo motivo Federico II entrò in conflitto con la politica del papa; inoltre, voleva affrancarsi dal suo vassallaggio, al quale era tenuto in base agli accordi stipulati dalla madre. Arrivò sino al punto di catturare i cardinali che attraversavano il Tirreno, dalla Francia, per recarsi al Concilio convocato dal papa allo scopo di condannare il suo atteggiamento nei confronti della Chiesa.

Ma i suoi desideri naufragarono. Papa Innocenzo IV, eletto dopo due anni di vacanza del soglio pontificio, come primo atto del suo pontificato gli comminò una scomunica e lo depose nel 1245.

Cinque anni più tardi, il 13 dicembre, Federico II, circondato dai suoi fedelissimi guerrieri saraceni, mori' a Castelfiorentino; la leggenda vuole che la sua morte fosse stata causata da una cena con un piatto di pere cotte, forse avvelenate. Appena in tempo era riuscito a legittimare uno dei suoi figli naturali, Manfredi, che in qualità di principe di Taranto, fu nominato reggente del regno al posto del fratellastro Corrado IV, che curava in Germania gli interessi della famiglia Hohenstaufen.

Manfredi, il biondo re, colto e di gentile aspetto, tentò una riappacificazione con Innocenzo IV chiedendogli la corona in cambio del riconoscimento dell'alta sovranità del papato sul regno siciliano. Il pontefice parve convincersi e lo nominò Vicario pontifìcio, ma si premurò di inviare, nel contempo, le sue truppe nell'Italia meridionale per controllare da vicino lo Svevo.

A Palermo, Manfredi fu incoronato Re di Sicilia e, subito dopo, il nuovo papa Urbano IV, diffidando di Manfredi, esortò Luigi IX di Francia affinchè consentisse che il fratello, Carlo I d'Angiò, recuperasse al papato il Mezzogiorno d'Italia, e nel contempo avviò un'azione diplomatica tendente ad isolare Manfredi dai suoi alleati. Fu Clemente IV, papa francese, a portare a compimento l'operazione e ad investire del regno Carlo I d'Angiò, il quale, grazie ai finanziamenti di potenti banchieri, per lo più fiorentini, armò un potente esercito che sconfisse quello di Manfredi, a Benevento, il 26 febbraio del 1266. Le spoglie dello Svevo, ucciso sulle rive del fiume Calore, furono lasciate insepolte per ordine del papa.

Corradino di Svevia, figlio di Corrado e legittimo erede del regno, non rimase indifferente alle sorti del regno di Sicilia. Appena sedicenne scese con il suo esercito, ma fu sconfitto a Tagliacozzo, in Abruzzo.

Avventurosamente si rifugiò nel castello di Astura, nei pressi di Viterbo, ma venne tradito dal castellano, un certo Giovanni Frangipane, che lo consegnò all'arrogante e crudele sovrano angioino.

Clemente V fu. investito della sorte del giovanissimo re svevo; pare che agli ambasciatori di Carlo I che gli chiedevano il destino riservato al giovane, il papa rispose: "Non voglio vendetta, ma giustizia".
Corradino, trascinato nella piazza del Mercato, a Napoli, in nome della giustizia fu decapitato. Finiva, cosi, la dominazione degli Svevi ed iniziava, per l'Italia meridionale, quella degli Angioini.

Carlo I stabili' la sua corte a Napoli (una sede che gli consentiva di essere più vicino, attraverso il Tirreno ai suoi possedimenti in Provenza), confermò e consolidò il sistema amministrativo del Mezzogiorno messo a punto dai precedenti dominatori, lasciando inalterata la pressione fiscale per far fronte ai debiti contratti con i banchieri per la sua impresa militare e al censo annuale dovuto al papa di sessantamila once d'oro. Gli andò male solo in Sicilia. L'isola era rivendicata dagli Aragonesi spagnoli, parenti degli Hohenstaufen. Il lunedì di Pasqua, nel marzo del 1282 alcuni soldati provenzali del cavaliere Giovanni di Saint Remy si presentarono, poco prima del vespro, alla festa nuziale di Ninfa, una giovane e bella palermitana. I soldati tentarono approcci e avances verso le ragazze presenti alla festa fin troppo audaci e sgradevoli. Duetto si mostrò il più intollerante di tutti, e con la scusa di controllare se Ninfa celasse sotto gli abiti delle armi, le palpò il seno. Un giovane siciliano reagì alla provocazione e pugnalò a morte Duetto: la festa si trasformò in una sanguinosa rissa tra soldati angioini e convitati. I cittadini di Palermo, che già mal sopportavano i nuovi dominatori, insorsero e la rivolta dilagò nel resto della Sicilia. La ribellione, incoraggiata dagli Aragonesi e passata alla storia come i Vespri Siciliani, ebbe successo e "la mala segnoria" degli Angioini, al grido "mora, mora!" fu cacciata dall'isola.
fo_win3  Il primo capitolo   Primo capitolo

 

 
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Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

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pipino_capitolo_1

 

militare_01 Carlo I d'Angiò fu un re energico ed attivo, a tal punto che riteneva il sonno una inutile perdita di tempo. Nel giro di soli tre anni edificò a Napoli il Castel Novo, utilizzando la mano d'opera locale, obbligata a turni pesantissimi, minacciando di distruggere le abitazioni se i muratori si fossero assentati dal lavoro.

Napoli, che contava circa trentamila abitanti, con l'avvento della dinastia angioina ebbe un nuovo e rinnovato sviluppo, tanto da divenire ben presto sede di una delle Corti più importanti dell'Europa medievale.
L'Angioino favorì, inoltre, la nascita di industrie laniere e di tintorie, rese più attivi i commerci potenziando la flotta. Tentò di riconquistare la Sicilia due anni dopo i Vespri, inviando nell'isola il figlio Carlo II che fu, invece, sconfitto e imprigionato dagli Aragonesi. Alla notizia della sconfitta angioina, il popolo di Napoli insorse per inneggiare al vincitore, Pietro III d'Aragona, uccidendo e saccheggiando le case dei nuovi dominatori.

Il nuovo Vespro fu soffocato nel sangue, grazie all'appoggio determinante della Chiesa. Centocinquanta rivoltosi vennero impiccati sui pali posti intorno alla piazza: il crudele spettacolo voleva essere un duro ammonimento ai sudditi.

Il ceto popolare napoletano pagava le tasse almeno per il 65% del valore totale, la classe media, costituita da notabili, funzionari, commercianti e figure seminobili, versava il 25%, e solo il 10% dell'onere fiscale era riservato alla nobiltà' (nota 1).

La città era organizzata in Seggi o Sedili (approssimativamente costituivano una specie di decentramento amministrativo) per lo più controllati dai Nobili, come quelli del Nido e di Capuana, o dalle corporazioni, come quella del Porto; ve ne era anche uno che rappresentava tutto il popolo della città, docile strumento in mano alla nobiltà. Il Seggio, oltre a preoccuparsi dell'inventario e del controllo dei soggetti da tassare, eleggeva il Capitano di Piazza, provvedeva a dirimere le liti che avvenivano tra i mercanti di generi alimentari, sovrintendeva alle corporazioni di arti e mestieri, distribuiva i sussidi rivenienti dalla tassa sul sale.

Tra gli addetti alla riscossione della tassa sul sale, compare, nei documenti del 1280, Nicola Pipino; suo figlio, Giovanni Pipino, dopo aver studiato ed appreso le conoscenze minime per stendere atti amministrativi, divenne, a Barletta, un "piccol e vil notaiolo" al servizio del signore di quella città, Giozzolino della Marra. Come era costume di tutti i funzionari dell'epoca, cercò anch'egli di ottenere vantaggi personali dalle proprie mansioni. Il notaio Giovanni Pipino (che in seguito chiameremo Pipino il Vecchio) nel 1282 venne processato per una estorsione a danno di alcuni commercianti. Fu assolto, ma probabilmente a suo favore giovò il fatto che tra gli imputati vi era il figlio dello stesso Giozzolino della Marra.

L'abilità del giovane funzionario non sfuggì al re che era sempre alla ricerca di una burocrazia efficiente, esperta in tutte le sottigliezze per la riscossione e l'amministrazione del pubblico denaro, a cui non doveva mancare l'inventiva per fronteggiare le continue necessità del tesoro regio, impegnato a fronteggiare i debiti assunti dal sovrano con i banchieri fiorentini e con lo stesso pontefice. Nel 1283, Pipino il Vecchio diventò un funzionario di Corte con il modesto ma rispettabile stipendio di due once, undici tari e cinque grana (nota 2). Per dare un'idea del valore del suo stipendio, si può dire che, all'epoca, con due grana si poteva acquistare un chilogrammo di grano, con un tari trenta polli, con due o tre tari una pecora e con due once d'oro un discreto cavallo da traino, all'epoca mezzo di locomozione di una certa importanza.

Pipino il Vecchio svolse con diligenza i suoi compiti a Corte, tanto che Roberto d'Artois, Vicario del regno durante la prigionia di Carlo II in Sicilia, lo considerava già dilectus consiliarius et familiaris noster e gli affidò la riscossione delle tasse della Puglia. Poco più tardi, Carlo II gli donava i feudi di Accettura, in Basilicata e alcuni beni immobili a Barletta. Iniziava così per Pipino, umile ed oscuro funzionario di Corte, una sorprendente ascesa sociale. Nel 1289 fu decorato del "cingolo di miles", cioè cavaliere. Il titolo gli permetteva di essere elevato al rango di nobile, e due anni più tardi il re, come premio per la sua fedeltà, lo nominò Mastro Razionale della Magna Curia, l'ufficio di maggiore autorità e dignità che si occupava della gestione delle finanze.

Che fosse un uomo abile, lo testimonia uno scambio di palazzi effettuato a Barletta con i frati della chiesa di santa Maria Maggiore. Pipino sulla base di una donazione di una casa distrutta riuscì, alla fine, ad ottenere un immobile di notevole valore, in cambio di dodici once d'oro e quindici tari che il frate cantore Pietro avrebbe dovuto utilizzare, a sua volta, per acquistare beni per la chiesa e ceri da accendere a suffragio dei famigliari defunti di Pipino.

Ma l'ambizione di Pipino non si esaurì a questo punto. Per essere considerato un nobile in tutto e per tutto gli mancava un matrimonio rispettabile.
Per consolidare la sua posizione a Corte, Giovanni sposò la nobile Sibilla di Bisceglie, figlia ereditiera di un valoroso capitano provenzale di Carlo I, fatto prigioniero da Corradino di Svevia nella battaglia di Ponte a Valle, in Toscana. Dal matrimonio nacquero quattro figli, il primogenito Niccolo', Angiola, Margherita e Maria. Le figlie furono sposate con cavalieri appartenenti a famiglie nobili e influenti nella Corte: Angiola, si coniugò con Niccolo' della Marra, Margherita con il conte di Terlizzi Gasso Dionisio, Maria con il conte di Ascoli Adinolfo D'Aquino.

Con i matrimoni delle figlie, la scalata sociale di Giovanni era ormai completata. Nessuno più osava, a Corte, ricordare le umili origini di questo potente funzionario del re. Pipino il Vecchio, successivamente, approfittò della sua nomina ad esecutore testamentario di Giovanni Sparano di Bari, signore del potente e ricco feudo di Altamura, per unire in matrimonio, il 28 novembre del 1296, suo figlio Niccolo' con una delle figlie del defunto Giovanni, Giovannella, contessa di Vico. Quest'ultima, in seguito alla morte della sorella Cecca, ereditò tutti i feudi famigliari che costituirono la sua ricchissima dote nuziale.

Pipino il Vecchio, che si era ormai affermato nella ristretta cerchia dei nobili più importanti del regno, compì viaggi in compagnia del re in Provenza, funse da testimone in importanti atti della Corte, come quello relativo all'infeudazione a Filippo di Taranto, fratello del re, del principato d'Acaia, nel Peloponneso, del ducato di Atene e del regno di Albania.
Ma l'impresa che più di ogni altra portò prestigio alla sua casata, fu la conquista di Lucera, la colonia agricola voluta da Federico II per insediarvi i guerrieri saraceni superstiti, dopo lo sterminio ordinato in Sicilia.

Per sottolineare l'importanza di tale impresa ricorderemo, per sommi capi, le vicende di questa cittadina.
Lucera contava trentamila abitanti, quasi tutti musulmani, che l'avevano trasformata da piccolo borgo in città ricca e fiorente, dove veniva coltivato intensamente il grano. Questa città riconosceva al sovrano un censo annuale di quattrocentocinquanta once d'oro: da solo, costituiva un quarto circa di tutto quello che pagava l'intera Capitanata. Carlo I aveva tentato, inutilmente, di insediare nella città i suoi cavalieri provenzali, approfittando dell'assenza dei guerrieri saraceni da lui impegnati nell'assedio di Durazzo. I Francesi, però, trovarono il clima troppo caldo e preferirono trasferirsi sull'Appennino dauno, a Celle e a Faeto. Ancora oggi, in quei luoghi si parla un idioma provenzale, testimone dell'antico insediamento di quei cavalieri.

La città saracena costituiva una spina nel fianco per la politica degli Angioini e del papa, in quanto ricordava non solo la presenza della fede musulmana in un regno considerato feudo pontificio, ma era una visibile testimonianza del periodo federiciano. Inoltre, Lucera, per risolvere i suoi problemi demografici, cercava nuove terre da coltivare, cosa che incontrava l'aperta ostilità dei borghi vicini.
L'impresa tentata da Carlo I, doveva riuscire a Carlo I, che, nel 1300, affidava all'abile Pipino il compito di conquistare la città con un esercito forte di tremila cavalieri. Pipino, però, doveva autofinanziare l'impresa e, a tal fine, avviò contatti con le città della Capitanata che furono concordi nell'immischiarsi in simili faccende. I Saraceni, infatti, disturbavano le campagne pugliesi con alcune scorrerie, erano invidiati per la loro ricchezza e costituivano, soprattutto, un modello di società poco gradito ale popolazioni cattoliche delle città vicine. Pipino, per farsi finanziare la spedizione, si impegnò a concedere vantaggi territoriali agli alleati, frutto della conquista della cittadina saracena.

L'impresa fu preparata con molta cura. Carlo II lanciò un anatema: "Lucera dei Saraceni lurida conca di fiere e divenuta agli occhi di tutti pantano di infetto contagio, anzi dura peste di tutta la Puglia"; si attese che gli agricoltori musulmani raccogliessero ed ammassassero il grano nella città dopo la mietitura. Il 15 agosto, giorno dell'Assunta, Pipino il Vecchio lanciò l'assalto, costringendo i soldati saraceni a rifugiarsi nel poderoso castello della città. Per sconfiggerli, ricorse ad uno stratagemma, fingendo una fuga in modo che i guerrieri musulmani uscissero dalle mura. Era il 25 agosto. Lo stesso Pipino rischiò la vita. Fu circondato da un nugolo di soldati saraceni e disarcionato da cavallo. Nel momento dell'estremo pericolo raccomandò l'anima sua a san Bartolomeo, il santo del giorno, e mentre stava per essere ucciso, sopraggiunsero i suoi cavalieri. La giornata si concluse con un pieno e completo successo militare delle truppe angioine. Grande fu il prestigio che questa impresa portò alla famiglia dei Pipino.

Ci furono notevoli perdite umane da ambo le parti. I Saraceni fatti prigionieri furono costretti ad abiurare la loro fede; coloro che si rifiutarono furono passati a fil di spada; quelli che accettarono il battesimo furono chiamati marrani, e circa diecimila di loro furono venduti come schiavi ad un'oncia d'oro ciascuno (nota 3), realizzando, così, un bell'incasso per le assetate finanze del sovrano angioino.

Il bottino fu ingente, tanto che, a lungo, se ne favoleggiò nelle cronache dell'epoca. Broccati di seta, oro cesellato, vasellame d'argento, pietre preziose, perle, attrezzi agricoli, bestiame, costituirono l'ingente affare regio.
Soprattutto, furono recuperate immediatamente, almeno trentamila salme di grano, di cui seimila spedite a Napoli, che stava soffrendo in particolar modo per una carestia, mille salme andarono in Sicilia, alle truppe di Roberto, figlio di Carlo II, che stava conducendo l'ennesima battaglia in Sicilia assediando Catania, e il resto venduto ai mercanti, con notevole guadagno. Furono ovviamente, alienati tutti i beni e gli animali dei Saraceni.

Con la conquista di Lucera, il pontefice e Carlo II acquisirono un ottimo risultato finanziario-politico. Il movente della sanguinosa persecuzione dei Saraceni non fu certo l'ardente desiderio di rendere cristiana quella città, ma un vero e proprio business, per soddisfare, da un lato, le assetate esigenze di cassa del sovrano, dall'altra per recuperare ingenti provviste di granaglie, a costo zero, per soddisfare la fame dei Napoletani.
Carlo II annunciò al papa l'avvenuta conquista quale suo contributo al giubileo, che in quell'anno si stava celebrando, cambiando il nome di Lucera con quello di Santa Maria della Vittoria.
Pipino il Vecchio, da uomo accorto, trasse ovviamente qualche vantaggio patrimoniale. Accanto a quelli meno noti e tenuti segreti, ottenne in dono dal re le terre di Tertiveri appartenute al capo musulmano Abdelasisio, il castello di Ceglie di Gualdo, la terza parte di Solete, feudo salentino, e la comestabulìa (una specie di governatorato) della città appena conquistata con diritto ereditario, più cento once d'oro sull'attività delle saline di Puglia.

In cambio, Pipino il Vecchio si impegnò ad edificare una cattedrale ed un convento, questo dedicato a san Bartolomeo, e a donare simbolicamente al re una vacca nel dì dell'Assunta, un maiale nel giorno di san Bartolomeo, un ariete in quello di Pasqua. La vacca rappresentava l'abbondanza promessa, il maiale i Saraceni sconfitti, l'ariete la resurrezione cristiana di Lucera. Fu subito avviata una colonizzazione per ripopolare la città conquistata distribuendo terreni e case ai cavalieri provenzali e ai cristiani disposti a trasferirsi, insieme a privilegi quali l'esenzione decennale delle tasse e il diritto a vendemmiare e impastare liberamente nelle cantine e nei molini domestici.
L'ascesa di Pipino il Vecchio continuò con l'acquisizione di vari feudi, tra i quali Cerignola, e con l'autorizzazione di papa Clemente V ad ampliare con opere sumptuose la chiesa di santa Maria Maggiore di Barletta. Questa città era tra le più ricche del regno; il suo censo era di cinquecentonove once d'oro, ben superiore a quello di Bari. Per questo, Pipino aveva tutto l'interesse ad affermare la sua influenza nella città, al punto che anche una concessione di Carlo II di un oliveto a favore dei frati barlettani lo vide coinvolto come esecutore della volontà regia.

Quando Pipino ormai fu all'apice della sua scalata sociale, nel 1308 scoppiò uno scandalo a Corte. Il figlio del re, Filippo principe di Taranto, aveva sposato Ithamar, una principessa bizantina che gli aveva portato in dote molte città dell'Epiro.
La principessa fu accusata di una relazione extra-coniugale con Bartolomeo Siginulfo, Gran Camerario della Curia, ovvero responsabile del tesoro di Carlo II. Inutilmente Siginulfo si protestò innocente, anzi fu accusato anche di aver cospirato contro la stessa vita di Filippo di Taranto. Probabilmente, però, quell'adulterio era inesistente; fu utilizzato con il triplice scopo di ridimensionare l'accresciuta influenza del Gran Camerario, consentire il ripudio della principessa Ithamar per favorire lo scioglimento del nodo matrimoniale in vista di una nuova unione coniugale più vantaggiosa. Il terzo obiettivo era quello di lanciare un messaggio inequivocabile ai funzionari di Corte affinchè fossero ligi e strumento docile dei sovrani.
Ammonimento che valeva anche per Pipino il Vecchio, uomo prudente e ossequioso ai voleri regi, che si era lasciato coinvolgere nelle lotte del suo Seggio parteggiando per una fazione, quella degli Alopa contro i Grisso.
Nello stesso anno, morto Carlo II (del quale Pipino il Vecchio fu tra gli esecutori testamentari), salì sul trono il figlio Roberto, detto il Saggio, che perfezionò il secondo matrimonio del fratello Filippo di Taranto, dopo il ripudio di Ithamar, con Caterina di Courtenay, una fanciulla dodicenne, nata zoppa, sorella del futuro re di Francia, con in dote il simbolico titolo di imperatrice di Costantinopoli. Un figlio di Filippo di Taranto, nato dal primo matrimonio con Ithamar, sposò a sua volta, per suggellare la complessa operazione dinastica, la sorella di Caterina. Si potrebbe paragonare questa operazione a quello che oggi potremmo definire un "incrocio azionario" tra società.

E indubbio che i Provenzali, come i precedenti dominatori, portarono nella loro Corte usanze e costumi piuttosto disinvolti; non c'è stato sovrano angioino, maschio o femmina, che non abbia avuto le sue brave concubine o amanti, ma senza uguagliare Federico II che, oltre alle tre mogli, ebbe qualche amante e fu accusato di disporre di una specie di harem, (si trattava, di danzatrici che allietavano la sua Corte).
Pipino il Vecchio fu confermato nelle sue funzioni e nominato consigliere a latere da re Roberto, il quale gli restituì il feudo di Minervino che gli era stato tolto dal fratello di Carlo II, Raimondo Berengario, deceduto qualche anno prima. Il re giustificò, secondo usanza, la sua donazione, con la necessità di provvedere a rimedio e salvezza dell'anima degli stessi eredi di Berengario, come se il suo fedele funzionario fosse stato un santo o un'opera pia.

Nel 1310, Pipino ottenne altri feudi: le contee di Potenza, Troia e Vico, divenendo uno dei baroni più importanti del regno. Negli anni successivi, Pipino il Vecchio incrementò ulteriormente i suoi possedimenti, il cui elenco diviene ora troppo lungo citare. Intervenne, con il maggior numero di cavalieri, a fianco del fratello del re, Giovanni, duca di Durazzo, impegnato a combattere in Sicilia, e fu testimone dell'accordo di pace concluso da Roberto con i Pisani, nel giugno del 1316. Fece ancora in tempo a ricevere un altro dono feudale, il castello di Biano, e nell'agosto dello stesso anno passò a miglior vita.
Il suo corpo fu tumulato nel convento di San Pietro a Maiella, ad Aversa; sul sepolcro fu inciso un epitaffio che ricordava la sua impresa contro i saraceni:

Per quem barbarica damnata gente subacta, gaudet Luceria iam nunc Christicola facta

(con il suo intervento, sottomessa la popolazione barbarica e dannata, esulta Lucera città fatta cristiana).
Non mancarono le condoglianze del pontefice ai famigliari.
Il primo settembre, re Roberto firmò il decreto di successione dei beni di Pipino il Vecchio al figlio Niccolò, pattuendo una tassa di successione pari a trecentotrentatrè once d'oro e quindici tari, più il riconoscimento delle spese per il mantenimento di trentatrè cavalieri per il regio ospizio.

Niccolo Pipino, che era sposato a Giovannella di Altamura, divenne, così, uno dei primi signori del regno. Alla fine dell'inverno si recò in Provenza, in occasione della cerimonia di canonizzazione di Luigi d'Angiò, fratello di re Roberto. Successivamente, Niccolò partì per la Sicilia, a combattere l'eterna guerra degli Angioini contro gli Aragonesi, precedentemente interrotta per soccorrere Genova, minacciata dai ghibellini. In questa circostanza, Pipino ottenne dal re la revoca della tassa di venticinque once sul feudo di Minervino, borgo situato nel bel mezzo della Murgia barese che, all'epoca, contava tremila abitanti, e fu insignito del titolo di conte della città con il riconoscimento del diritto di successione. Il sovrano gli confermò, inoltre, le cento once d'oro annue provenienti dalle saline di Puglia e la comestabulìa di Lucera.

In occasione della minacciosa discesa in Italia del ghibellino Ludovico il Bavaro, nel 1328, Roberto nominò Niccolò capitano generale dell'Abruzzo per la difesa dei confini del regno. Qualche anno dopo Pipino litigò aspramente con l'imperatrice Caterina di Courtenay per il possesso di un terreno in località Radicata, presso Spinazzola e, il 24 ottobre del 1332, i figli di Niccolò, per la morte del padre, pagarono alle casse regie i diritti di successione.
Re Roberto, rimasto vedovo, sposò in seconde nozze Sancia d'Aragona e per consolidare i suoi legami con la Corte di Francia, unì in matrimonio suo figlio di primo letto, Carlo l'Illustre, con Maria di Valois. Nel contempo il sovrano pensò, per ampliare gli interessi dinastici del suo casato, di far sposare l'altro fratello, Giovanni, duca di Durazzo, con la vedova Matilde di Hainault che portava in dote l'Acaia. Matilde era intensamente innamorata di un altro uomo e non aveva alcuna intenzione di accettare un matrimonio imposto dalla ragion di stato. Ma invano. La vedova fu costretta ad imbarcarsi per Napoli, dove contro la sua volontà, furono celebrate le nozze. Matilde volle rimanere fedele al suo amore negandosi al marito e, appena le fu possibile, con il pretesto di un pellegrinaggio, fuggì a Roma. Non la passò liscia. Re Roberto la fece riprendere e segregare a vita nella fortezza napoletana di Castel dell'Ovo, dove morì qualche anno dopo, nel più completo isolamento.

Giovanni di Durazzo, ripudiata Matilde, si unì, poi, in seconde nozze, con Agnese di Périgord, sorella dell'influente cardinale avignonese Talleyrand, nati entrambi, si racconta, da una relazione adulterina tra la bellissima Brunissenda de Foix con il papa avignonese Clemente V.

Le giovani principesse trasferirono nella reggia napoletana la gaia atmosfera del modello "cortese" francese. Conviti, danze e giostre trovarono rinnovato vigore a Castel Novo; lo stesso re Roberto trovò il tempo e l'occasione per blandire le dame di Corte, tanto che gli si attribuì una figlia naturale, Maria d'Aquino (forse la famosa Fiammetta del giovane Boccaccio, che dimorava a Napoli). La nuora del re, Maria di Valois, durante un soggiorno fiorentino, pretese da Cecco d'Ascoli, medico e rinomato astrologo, un oroscopo per lei e Giovanna, la sua bambina nata da poco.
Cecco, consultate le stelle, si guardò bene dal rivelare la sua predizione. La principessa, nota per il suo carattere presuntuoso, non ispirava fiducia all'esperto astrologo.
La francesina, difatti, aveva gradito molto poco che le altre dame fiorentine l'avessero imitata, abbigliandosi con ricche vesti e, per scoraggiarle, convinse il marito ad emanare un editto con cui si obbligavano le nobildonne toscane a indossare vesti più umili, pena l'obbligo di portare un cappello da cui pendevano gialle cordicelle, tanto fitte da nascondere il viso. Maria di Valois voleva a tutti i costi avere il privilegio di essere la donna più graziosa ed ammirata di Firenze.

Dopo molte insistenze della principessa, Cecco, uomo prudente e discreto, dovette piegarsi e, tra mille scuse e contorsioni linguistiche, finì per annunciare il presagio che vedeva madre e figlia abbandonate alla più immorale delle condotte. Il responso dell'astrologo non fu gradito e Cecco fu condannato al rogo.
Maria di Valois e Carlo l'Illustre morirono prematuramente, lasciando a re Roberto due nipotine, Giovanna e Maria. Il sovrano, in base ai suoi calcoli dinastici, voleva il matrimonio delle fanciulle con i rispettivi cugini angioini del ramo ungherese.
Nel Medioevo il matrimonio tra consanguinei era molto diffuso tra i nobili, e in questo caso serviva per consolidare il regno napoletano, per mettere al riparo le nipotine dagli appetiti ereditari dei figli di Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo, fratelli del re, che avevano, ovviamente, pretese sul trono.

A soli sette anni Giovanna, erede designata al trono, fu unita in matrimonio al coetaneo cugino ungherese Andrea, e Maria d'Angiò fu promessa sposa, invece, a Luigi, fratello di Andrea, futuro re di Ungheria.
Roberto non sapeva di aver commesso un terribile errore.

fo_win3  Il secondo capitolo   Secondo capitolo

 

 
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Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

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pipino_capitolo_2

 

militare_01 Roberto il Saggio coltivò l'amore per la letteratura e ampliò la regia biblioteca affidandola a Paolo Perugino; volle ospitare Petrarca, in occasione della sua presenza a Roma, prima che cingesse l'alloro.
Il sovrano, che si dilettava di composizione poetica, da cui il suo soprannome di "re sermone", declamò al poeta i suoi versi e lo invitò a dedicargli il poemetto "Africa".

Roberto, uomo di indole avara, a modo suo sapeva essere anche generoso: gli studenti che frequentavano l'università napoletana erano agevolati nel pagamento delle tasse ed era consentito loro, per gli acquisti alimentari, di imporre ai commercianti il prezzo del pesce. Quando cavalcava per Napoli, inoltre, faceva distribuire ai poveri sei tari, la qual cosa rendeva scenografica ogni sua uscita.
D'altra parte, a quei tempi non esistevano mezzi di comunicazione di massa e i sovrani dovevano pur rendere visibile la loro presenza: in molti casi questo scopo era raggiunto con l'edificazione di una chiesa o di un castello, in altri con la sovvenzione a qualche monastero affinchè si aiutassero i bisognosi. Napoli, sotto gli Angioini, si sviluppò notevolmente, raggiungendo i sessantamila abitanti. Il suo porto era molto attivo e le piazze brulicavano di gente di razze e ceti sociali diversi; mercanti greci, musulmani, veneziani, avventurieri, prostitute, che contribuivano a rendere rumorosa anche la piazza antistante Castel Nuovo, fino a indurre la regina Sancia, donna mistica e votata alla preghiera, a chiedere l'intervento di suo marito, Roberto, affinchè cessassero gli schiamazzi. Il chiasso e il fetore che avvolgeva la città, per l'abitudine di versare i liquami lungo le strade, dovevano essere, già a quei tempi, insopportabili.

I nobili trascorrevano il proprio tempo tra feste e giostre, intrecciando ardite relazioni sentimentali che daranno, più tardi, al giovane Boccaccio, residente a Napoli in qualità di apprendista banchiere, gli spunti per scrivere il Decameron.
Boccaccio conobbe a Napoli Fiammetta, moglie di un nobile, che lo aveva ardentemente ricambiato del suo amore sino al rientro del marito da una missione.

La futura regina Giovanna preferiva passare il tempo tra giochi e danze, tralasciando gli studi e ricambiando i corteggiamenti interessati dei principi cugini e di giovani nobili, forse per trovare scampo alla noiosa compagnia del marito che le era stato imposto da bambina. Andrea, di carattere rude e poco disponibile alle compagnie frivole dei suoi coetanei di Corte, preferiva dedicarsi alla caccia con il falcone e a quella dei cinghiali, trascurando i suoi doveri coniugali e intrattenendosi in allegre brigate con il suo seguito di cavalieri e dame ungheresi.

Se a Napoli i cortigiani, anche per celare i loro pesanti contrasti interni, si distraevano con divertimenti e allegre convivialità, altre città del regno, per la debolezza del governo angioino, precipitavano sempre più verso il disordine politico, con la conseguenza che i cittadini erano costretti a subire sempre più i soprusi e la voracità fiscale dei signorotti e baroni locali.
A Salerno, per esempio, tra il 1334 e il 1338 si contendevano il potere due famiglie, quelle degli Amidei e dei Buondelmonti. Roberto intervenne, sedando la furibonda e sanguinosa lotta con un indulto generale, ma ottenne un deludente risultato: l'anno dopo, il tumulto riprese con maggior violenza. Nel 1334, alcuni malviventi avevano indossato i panni dei cavalieri Templari per usurpare i loro beni con la violenza, e così camuffati rapinavano i viandanti. Nel 1336 il terrore regnava nella valle del Fortore; i baroni assoldavano briganti feroci e sanguinari per predare i sobborghi e dividere il frutto delle loro azioni.

Non erano certamente tempi di pace e giustizia sociale: i cimatori dei panni di lana dovettero ricorrere al re perché i sarti e i famuli, cioè i servi dei mercanti, pretendevano da loro il 25% dei guadagni per evitare ritorsioni.
Neanche la piccola nobiltà periferica si trovava in condizioni migliori: a molti di loro era rimasto ben poco delle ricchezze originarie, e la decadenza era giunta a punto tale che alcuni di loro non sapevano leggere ne scrivere.
Ma torniamo ai protagonisti della nostra vicenda. Giovannella di Altamura, rimasta vedova di Niccolo Pipino, suddivise subito i beni famigliari tra i figli maschi. Giovanni Pipino divenne conte di Minervino e si autoproclamò Palatino di Altamura. Il secondo, Pietro, fu conte di Vico; il terzo, Luigi, ereditò altri feudi. Maritò la figlia più grande al conte Nicola d'Eboli di Trivento, la più piccola, Vannella, ad un cavaliere ungherese, il conte di Asperch, giunto in Puglia al seguito del principe Andrea.

Giovanni Pipino viveva stabilmente a Corte come ciambellano del re e, avendo ricevuto una educazione austera dalla madre Giovannella, doveva giudicare con occhio severo l'ambiente cortigiano. Ormai trentenne, il conte Palatino si allontanò da Napoli per risiedere nel castello di Minervino, con lo scopo di controllare i feudi famigliari. Probabilmente sul possesso del castello erano sorti problemi con gli eredi di Raimondo Berengario, per questo si attribuì a Giovanni Pipino l'uccisione del nobile provenzale Reginoro del Balzo, cognato di Sigismondo e Ruggero della Marra. Circostanza, questa, che potrebbe spiegare l'eterno conflitto tra le famiglie dei del Balzo e della Marra con Giovanni Pipino, per il possesso del feudo di Minervino.

L'anno dopo, Giovanni intervenne con i suoi soldati per difendere il fratello Pietro in una contesa sorta con il vescovo di Vico. Gli abitanti di questa città si erano ribellati per l'imposizione di una tassa, come era consuetudine in quei tempi, per far fronte alle spese matrimoniali della sorella dei Pipino, Agnese.
La disputa tra i cittadini, appoggiati dal loro vescovo, e Pietro, finì in giudizio. Il re, esaminata la vicenda, stabilì che fossero eletti maestri giurati due cittadini di buona condizione, uno di gradimento del vescovo, l'altro del conte, i quali avrebbero avuto il compito di assistere Pipino nella riscossione dei proventi. In cambio, il conte si impegnava, sotto giuramento, a non vessare o gravare di altre tasse i cittadini e, pur conservando il titolo di conte di Vico, riconosceva di regio demanio la città. Questo patto consentiva ai cittadini di essere soggetti solo al re e di essere liberi da qualsiasi ombra di dominio signorile. Pietro Pipino era stato, praticamente, esautorato del suo feudo.

I fratelli Pipino avevano da poco ereditato i consistenti beni della nonna, Sibilla di Bisceglie, ma questa eredità era contesa da una loro zia e dal marito di costei, Gasso Dionisio, conte di Terlizzi, giustiziere di Terra di Bari. Gasso abusò della sua funzione per penetrare nottetempo nella casa di Giovanni Pipino e trafugare i tesori della defunta; ma non si fermò qui. Sempre di notte, entrò nelle dispense di Giovanni, a Bisceglie, facendo man bassa di olio e frumento che vi erano ammassati.
Il giorno dopo si recò nelle stalle del conte di Minervino per prelevare vacche, cavalli, e maiali e custodirli nelle sue masserie. Per non essere incolpato dei furti effettuati, Gasso condusse Nicoletta, dama di compagnia di Sibilla e unica testimone delle sue imprese, prigioniera nel suo castello di Terlizzi.

Al Palatino non si presentava altra strada che quella di chiedere la protezione del sovrano. Ma le decisioni di quest'ultimo si rivelarono addirittura controproducenti. Oltre a negargli il recupero dei beni maltolti, il re gli impose di restituire alla zia un debito di duecento once d'oro contratto con la defunta nonna e mai saldato.
L'allontanamento di Giovanni Pipino da Napoli cominciava a far sentire i suoi effetti. Nella Corte si stava affermando un nuovo gruppo di potere, più strettamente legato alle origini provenzali; del resto, Pipino il Vecchio era un parvenu, cresciuto dapprima all'ombra di Giozzolino della Marra e in seguito per il benvolere di Carlo I. Pipino non era di nobili origini e, tantomeno, un provenzale: la sua ascesa rappresentava una eccezione alle rigide regole degli infeudamenti, dei complessi meccanismi del potere della nobiltà. Il suo stemma gentilizio, consistente in tre ostriche rosse in campo azzurro con in cima il rastrello rosso degli Angioini, era una invenzione, non un blasone ereditato da eroiche imprese di qualche lontano cavaliere provenzale o normanno.

A Corte, le leve del potere erano passate nelle mani dei Sanseverino e dei del Balzo che amministravano i poteri militari e giudiziari. Costoro erano fortemente ostili ai Pipino, avendo preso di mira i loro feudi.
Giovannella di Altamura cercò di sollevare le sorti della famiglia e di rafforzare i blasoni dei propri figli. Fece fronte ai loro debiti prestando, nel 1337, al Palatino e a Pietro milletrecento fiorini in oro da consegnare ai giustizieri per alcuni loro feudi siti in Terra di Lavoro e in Basilicata. La contessa di Altamura, dopo aver ottenuto il permesso del re, intavolò trattative con la regina Sancia per acquistare alcuni feudi, versando più di novemila once in carlini d'argento, insieme alle spese annuali per sostenere e mantenere il servizio di venticinque cavalieri a disposizione del re. Ottenne, così, il feudo di San Severo, che destinò a Pietro Pipino, mentre quello di Torremaggiore fu dato in appannaggio a Luigi. Tenne per sé, invece, il feudo di Miglionico (nei pressi di Matera) per duemilaseicento once d'oro. Era evidente che Giovannella disponeva ancora di cospicue risorse che amministrava diligentemente.

Sembrò che i rapporti tra la famiglia Pipino e la Corte migliorassero sensibilmente: il conte Palatino si recò in Sicilia per prestare servizio militare, e il sovrano gli riconfermò le cento once d'oro rivenienti dai ricavi delle saline di Puglia, che erano già state concesse al nonno. A Pietro si consentì di esportare dal porto di Manfredonia duecentocinquanta salme di granaglie raccolte nelle sue masserie di Capitanata. Luigi riuscì ad ottenere giustizia in una lite sorta con i cittadini di un borgo che avevano occupato le terre di un suo feudo. La stessa Giovannella si vide accolta una istanza per verificare i suoi crediti, frutto del possesso di alcune sue terre, crediti che non le erano stati corrisposti dai regi funzionari. Il sovrano sembrò riservare in questo frangente maggiore attenzione nei confronti dei suoi feudatari pugliesi.

L'anno successivo insorsero gli abitanti di San Severo che assaltarono il castello della città per scacciare i soldati del conte Pietro Pipino. Il motivo della ribellione era causato dall'insofferenza dei Sanseveresi nei confronti della signoria del Pipino, preferendo, come tutte le altre città del regno, la giurisdizione del regio demanio (cioè del sovrano), meno diretta e quindi più eludibile.
Pietro, che in quel momento si trovava nella vicina Lucera intervenne, distruggendo orti, vigneti e campi dei ribelli che giunsero persino a rifiutare l'ordine del re che imponeva loro di accettare la baronia del loro nuovo signore. Pietro, per vincere l'ostinazione dei Sanseveresi, chiese aiuto al fratello Giovanni il quale, aiutato da Niccolò e Alessandro Degattis, intervenne con trecento cavalieri e molti soldati, utilizzando contro i ribelli macchine ossidionali, come torri di legno e arieti, con l'approvazione dello stesso sovrano e l'aiuto militare dei suoi ufficiali. Ma i cittadini si resero protagonisti di una valorosa e gagliarda resistenza, e così la disputa andò avanti per un anno senza che si arrivasse ad una soluzione.

Il sovrano decise di intervenire direttamente per sistemare una volta per tutte la questione. Stabilì che San Severo tornasse al regio demanio pagando un riscatto di millecinquecento once per affrancarsi dalla baronia del Pipino, a cui dovevano essere restituiti i soldi spesi per l'acquisizione del feudo dalla regina Sancia. Inoltre, a Pipino venivano assegnate, a titolo di rimborso, le somme dovute dai cittadini per le gabelle. L'anno dopo i Sanseveresi, che erano stati anche multati dal re per la loro disobbedienza, chiesero ed ottennero dal sovrano la sospensione della sanzione. Pietro Pipino era stato, praticamente, ridimensionato nella sua baronia per la seconda volta.
Poco più lontano, a Barletta, era scoppiata una sanguinosa faida tra le famiglie dei della Marra e i Degattis. Le campane rintoccavano le ore della giornata segnate da incendi, devastazioni, sanguinosi agguati tra le due famiglie. Non si risparmiavano le atrocità: piedi, orecchie e nasi troncati ai nemici venivano inchiodati sugli scudi, a mo' di trofeo. Tommaso Sanseverino e Raimondo del Balzo, per ordine del re, intervennero con le truppe per sedare la rivolta. Giovanni Pipino riuscì ad eludere le spie angioine e le truppe di Tommaso Sanseverino e di Stefano e Giacobbe della Marra, giungendo a conquistare la città di Ruvo, in cui i della Marra avevano grandi proprietà ed interessi.

Non solo Barletta si trovava in queste condizioni. I registri della cancelleria angioina erano prodighi di notizie su dissidi e scontri in almeno una trentina di città; da Termoli ad Amalfi, da Foggia a Reggio, da Potenza a Giovinazzo le famiglie dei nobili si scontravano nelle piazze con tumulti sanguinosi (nota 4). Il regno, inoltre, era penalizzato da una terribile carestia che durò sino alla morte di Roberto. La victualia, cioè un insieme di cereali composto da grano, orzo e spelta, era venduta al prezzo di quattordici tari a tomolo. Da un tomolo si potevano ricavare ottanta buoni pani; considerando che il reddito medio di un contadino era di cinque tari al mese, con cui si poteva comprare un solo pane, si comprende in quali difficoltà si dibattesse gran parte della popolazione. La pesante condizione finanziaria e alimentare sfociò a Napoli, nel 1339, in uno scontro armato tra i nobili del seggio del Nido e di Capuano contro il resto della popolazione. Roberto pensò di risolvere la questione escludendo da qualsiasi partecipazione alla rappresentanza del seggio i popolani minuti e gli artigiani.

Barletta era la città più florida della Puglia e il suo porto era il terminale della via del grano, coltivato intensamente nel Tavoliere. Era molto forte in città la presenza di potenti feudatari, almeno una decina, e di circa centocinquanta nobili, milites o burgensatici, con l'inevitabile seguito di masnadieri professionisti, utilizzati come forza di dissuasione nei confronti di altri nobili e per imporre un rigido controllo sulle attività dei cittadini.
I della Marra, strettamente legati ed imparentati ai Sanseverino, costituivano la famiglia più potente della città, e in quanto maestri portolani, controllavano il traffico commerciale del porto.
La loro carica li rendeva molto influenti e gli consentiva di controllare tutte le attività commerciali ed interpretare le leggi a proprio piacimento.
A farne le spese furono due mercanti fiorentini, i fratelli Sinano, giunti a Barletta per acquistare delle granaglie. Ebbero il torto di non rendere i dovuti omaggi a Nicola della Marra (sposato con una zia dei Pipino); costui, aiutato dal fratello Corrado, assalì con i suoi armigeri gli indifesi commercianti mentre si recavano al mercato per concludere i loro affari e li depredò dei loro averi, pari a tre chilogrammi di monete d'oro.

Lo stesso Nicola della Marra irruppe nella casa di Robertello de Gualtieri, suo nemico dichiarato appena deceduto, per appropriarsi dei suoi beni. Trovati in casa del defunto i suoi due figli, a letto, ammalati e assistiti dalla sorella, costrinse la giovane donna ad accompagnare i fratelli sull'uscio di casa per interrogarli. Più volte chiese ai fratelli di svelargli il luogo in cui era custodito il piccolo tesoro di famiglia. I giovani a stento riuscivano a stare in piedi e tenendo il capo piegato, a causa della febbre, negavano di avere tali tesori. Nicola, sempre più adirato, impose alla donna di sollevare per la chioma il capo dei fratelli e, non ricevendo risposta alle sue ulteriori domande, li decapitò con un solo colpo di spada, lasciando nelle mani della terrorizzata sorella le teste mozzate dei due disgraziati. La fama sinistra degli uomini della famiglia non risparmiava le donne: si racconta che Giovanna della Marra "la terribile" non si fosse fermata neppure davanti al sangue dei suoi congiunti, pur di bloccarne i disegni ereditari.
Questi erano i comportamenti dei della Marra, certamente non diversi da molti altri nobili del tempo.

In Puglia Pietro Pipino, sul finire del 1339, probabilmente insofferente per lo smacco subito nella vicenda di San Severo, e forse privato della comestabulia di Lucera, assalì, con successo, il castello della città che era stata affidata dal re a Raimondo del Balzo.
Anche Giovanni Pipino passò al contrattacco per inserirsi nelle lotte e contrastare i disegni dei nuovi padroni della Corte. Trasse spunto da una disputa sorta con Camilla della Marra (nota 5), nobildonna barlettana, per muovere da Minervino ed entrare in Barletta, palleggiando per i Degattis contro i della Marra, imparentati e sostenuti dai Sanseverino, del Balzo e Gasso Dionisio.
Il Palatino, con un esercito di circa tremila armati arruolati tra contadini, servi e pochi soldati di piccoli nobili a lui alleati, espugnò la dimora dei della Marra e fece presidiare la città da un suo capitano, un certo Sangermano, con cinquecento soldati. Nel corso degli scontri fu ucciso Sigismondo della Marra, mentre si salvò il fratello Ruggero, assente da Barletta, impegnato a Bitonto in cerca di alleati per la sua causa.
Il Palatino si aggirava nella dimora marrese con la spada in pugno cercando il suo nemico Ruggero quando, ad un tratto, intese i vagiti di un bambino provenire da una stanza. Aprì la porta e vide la moglie di Ruggero, Girolmina Del Falco, che nell'estremo tentativo di proteggere i suoi figlioli, cercava di trattenere il pianto di un bambino stretto al suo petto, facendo scudo del suo corpo per proteggere una giovane fanciulla.
Il Palatino ebbe un autentico colpo di fulmine per Venturina, tale era il nome della giovane, e tutto fece per sposarla, senza riuscirvi. La ragazza era intensamente innamorata di Elviro di Altavilla, un giovane nobile di Trani, il quale, per raggiungere la dimora marrese posta in riva al mare, utilizzava una barchetta per incontrare segretamente la fanciulla.

Elviro e Venturina incontrarono notevoli difficoltà per i loro progetti matrimoniali. Le famiglie dei giovani fidanzati erano in odio per via dell'uccisione dello zio di Elviro, tale Paolo d'Altavilla, da parte dello zio di Venturina. La famiglia della Marra accusava Paolo d'Altavilla di aver sposato la loro congiunta Ginevra della Marra, per poi avvelenarla, subito dopo, allo scopo di entrare in possesso dei suoi beni dotali. Gian Matteo della Marra decise di vendicare la morte della sorella Ginevra, uccidendo in un agguato, durante la caccia al cinghiale nel bosco di Toritto, il cognato Paolo d'Altavilla.
Dopo molte peripezie i due giovani riuscirono ad imporre alle rispettive famiglie la pace e la concordia per unirsi, finalmente, in matrimonio.

Chi non si rassegnò fu Giovanni Pipino che, grazie ad uno stratagemma, riuscì ad insinuare un pesante sospetto sulla fedeltà coniugale di Venturina. In occasione dell'assenza di Elviro, ormai in uggia con la moglie, il conte di Minervino riuscì ad entrare in casa sua e sorprese, nella stanza da letto, la graziosa fanciulla vestita di una camicia da notte, così seducente da accendere desideri anche in un morto.
Il Palatino non se la sentì di portare a compimento i suoi insani propositi, lasciandosi convincere dalle suppliche della fanciulla che invocava la Madonna, affinchè rinunciasse ai suoi ardenti propositi. E mentre il bieco conte declamava a Venturina i suoi migliori sentimenti, mettendo a tacere quello che la passione reclamava, dicendo: "è amore quello che cerco, non altro"; i servi della casa, udendo i rumori provenire dalla stanza della donna, vi irruppero, sorprendendo il Palatino. Ci fu uno scontro con rumor di sciabole e Pipino, ancora frastornato dalla dolce visione del suo desiderio, si diede a precipitosa fuga attraverso il terrazzo, ferito gravemente ad un braccio, quale giusta e sacrosanta punizione per aver attentato alle virtù muliebri di Venturina (nota 6).
Se la storia di Venturina è tutta da dimostrare, invece è più verosimile la vicenda che vide protagonista uno dei componenti della famiglia della Marra. Il conte di Chiaromonte, Ugo Sanseverino, innamoratesi della giovanissima Lauretta, moglie di Enrico della Marra, assalì nottetempo il castello di Trecchina, in Basilicata. Inutilmente Enrico si difese; gli fu giocoforza soggiacere, quale suddito subalterno, all'autorità del potente barone; anzi, continuando nelle sue rimostranze, fu letteralmente buttato fuori dal castello dall'infuriato Sanseverino. Il conte, tronfio per il successo, volle dimostrare tutta la sua virilità all'esterrefatta Lauretta, costringendola ad accettarlo, nuovo ospite, nel suo letto matrimoniale. Per questa ribalderia, il conte di Chiaromonte non ricevette alcuna condanna dalla giustizia angioina (nota 7).

Giovanni Pipino, a differenza dei suoi fratelli, come risulta dai documenti storici finora pervenuti, non si sposò mai. Forse era troppo preso dagli eventi bellici, forse si accontentava di fugaci rapporti, dal momento che ai nobili certamente non mancavano occasioni, o forse volle rimanere fedele a Venturina della Marra che, con la sua bellezza e la sua pietà, gli aveva conquistato il cuore.
Il sovrano, spinto dagli influenti Sanseverino e dalla stessa regina Sancia, intervenne per sedare i gravi tumulti barlettani e, chiamati al suo cospetto i contendenti, i fratelli Pipino e i della Marra, impose loro la firma di un trattato di pace. Ma, dopo qualche mese di tregua, ripresero gli scontri, forse dovuti al fatto che i della Marra, grazie all'aiuto degli Altavilla di Trani, si erano nel frattempo riorganizzati, infliggendo una sconfitta militare a Giovanni Pipino.
Roberto, indignato e preoccupato per la sequenza degli avvenimenti, affidò a Raimondo del Balzo, maresciallo del regno, e a Ruggero Sanseverino il compito di marciare con "potente esercito" contro i Pipino, intimando loro di presentarsi, entro quindici giorni, a Corte, per essere giudicati, sotto la minaccia di una pena eccezionale: il pagamento di quattromila once d'oro per Giovanni, tremila per Pietro e mille per Luigi.

I Pipino decisero di arroccarsi nel castello di Minervino e da lì resistere all'esercito guidato da Raimondo del Balzo, Ruggero Sanseverino e Gasso Dionisio. I fratelli, che d'ora in poi saranno sempre uniti come un corpo solo, resistevano con successo agli assedianti che erano bloccati ed impantanati sui pendii della Murgia a causa delle nevicate copiose cadute nel febbraio del 1341.
Con il fango che arrivava alle ginocchia, il glaciale vento di tramontana che spazzava le tende dell'accampamento, senza sufficienti vettovaglie, i cavalieri, immobilizzati nelle gelide corazze, erano fortemente penalizzati nelle loro operazioni militari.

Giovannella non si estraniò dalla contesa e si adoperò come poteva per sanare i contrasti con la Corte: convinse i figli ad arrendersi per recarsi al cospetto del re, sicura che le loro ragioni sarebbero prevalse.
I fratelli Pipino si diressero verso Napoli, ma durante il percorso, presso Benevento, i Degattis, che erano con loro, diffidando delle intenzioni del re, decisero, invece, di riparare nel Lazio. Questi ultimi ebbero ragione.
Il Palatino e i fratelli, giunti a Napoli, non ricevettero nemmeno l'udienza dal re, ma furono subito imprigionati e custoditi in Castel Capuano. Durante il processo i Pipino si difesero argomentando che le loro ostilità erano dirette solo nei confronti di Raimondo del Balzo e i suoi alleati, considerati come loro nemici, e che si erano arresi spontaneamente all'ordine del re. Fu obiettato, però, che l'esercito inviato contro di loro era stato autorizzato dal sovrano e che, quindi, operando contro, si erano messi nella condizione di lesa maestà, pertanto erano ribelli. La sentenza, ovviamente scontata per le pressioni esercitate a Corte dai del Balzo e dai Sanseverino, fu severissima. I fratelli Pipino furono condannati a perpetuo carcere in Castel Capuano e tutti i loro beni confiscati.

Facile intuire che l'esercizio di tale confisca fu affidato agli avversar; dei Pipino; Raimondo del Balzo, dopo aver ottenuto il feudo di Minervino, si precipitò come un falco in Puglia per dar corso alla sentenza, perseguendo tutti gli alleati dei Pipino, che dovevano essere molti, sino a giustiziarli o a ridurli in estrema povertà. Roberto Sanseverino ottenne il palazzo e i beni che i Pipino possedevano a Barletta, Niccolò Alunno d'Alife, segretario della cancelleria angioina, ebbe tutti i possedimenti che i fratelli pugliesi avevano a Foggia. Ne fece le spese anche Matteo Villani, che fu dapprima diffidato, poi imprigionato per la restituzione di duecentocinquanta once d'oro possedute per conto di Pietro Pipino dai banchieri fiorentini dei Bardi.
Solo dopo aver versato la somma a Roberto, Matteo Villani fu liberato (nota 8).

La sedizione dei Pipino non era direttamente rivolta contro altri baroni (in questo caso, si usava assolvere il feudatario ribelle dietro pagamento di una sanzione, ritenuta sempre molto appetibile per le casse dell'avaro Roberto), ma costituiva una sfida agli Angioini e al loro modello di Stato.
I della Marra, sostenuti dai loro alleati, dopo la dura pena comminata ai loro avversari, si prostrarono ai piedi del re chiedendo perdono per i loro misfatti, ricevendo così, il 26 agosto del 1341, l'indulto e la remissione di ogni pena sia corporale sia pecuniaria. La motivazione di una così favorevole sentenza era dovuta al fatto che le colpe commesse dai della Marra erano, per il re angioino, frutto del "calore della gioventù ed opera del diavolo"!

I fratelli Pipino non erano dei baroni qualsiasi e, sicuramente, godevano di simpatie presso la Curia avignonese di cui erano, in sostanza e formalmente, fedeli sostenitori. Giovannella di Altamura, donna instancabile e madre premurosa, sentendosi tradita dalle decisioni del re, riuscì con suppliche ed insistenze a convincere papa Benedetto Xll ad intervenire in favore dei figli. In questo periodo, però, i rapporti tra il papato e il sovrano angioino non erano tra i migliori; una delle cause era da ricercarsi nella generosa ospitalità che Roberto aveva riservato ai fraticelli, ordine mendicante francescano, di cui era fervente sostenitore, ma che erano stati condannati come eretici da Bene- detto XII, il quale ne aveva chiesto, inutilmente, l'espulsione da Napoli. Roberto, prima di morire, volle indossare come vestito funebre un saio francescano.

La dura condanna dei fratelli Pipino era anche il riflesso delle divergenze politiche tra il re ed Avignone, e Roberto, per meglio evidenziare il suo dissapore con il pontefice, imprigionò la stessa contessa di Altamura confiscando, addirittura, i suoi beni dotali e ordinò un trattamento carcerario più duro per i fratelli prigionieri. Il comportamento del re costituiva la ferma risposta ai tentativi del papa di inserirsi nelle questioni napoletane.
L'atteggiamento di Roberto nei confronti dei Pipino non trova riscontri in analoghe situazioni. Molte zone del regno erano in balìa di baroni irrequieti che avevano tolto la pace a città, borghi e campagne, combattendosi tra loro e assoldando mercenari, che scorrazzavano per le terre angariando, predando e incendiando. Ma tutto si risolveva con indulti, riappacificazioni ipocrite, pene pecuniarie; nessun nobile autore di sedizioni e scontri era stato mai privato della libertà, ne tanto meno si era visto confiscare i beni. Spesso, la giustizia si risolveva più che con delle condanne esemplari, con sonante moneta da porre sui piatti della bilancia; del resto, a Roberto, che minacciava sempre fulmini e tuoni, importava più riempire i forzieri custoditi nella Torre Bruna di Castel Nuovo.

fo_win3  Al terzo capitolo   Terzo capitolo

 

 
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Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_capitolo_3

 

militare_01    O colpevoli... astuti e crudeli
O Giovanna, regina dolorosa,
Credete che per molto ancor si celi
La Giustizia di Dio, tuttora ascosa?
Felloni e amari principi di Puglia,
Fra uoi, più che mai lupi rapaci,
Vengono e fuoco e pestilenza e ferro,
Morte e languore e la violenta fine.
(Dalla profezia di fra' Stoppa)

Con le sbarre della prigione calava il sipario sulle vicende del conte Palatino e dei suoi fratelli. Costoro, nella disputa barlettana avevano tentato di difendere soprattutto i loro interessi per uscire dall'isolamento in cui li costringevano i baroni di Roberto. I Pipino non potevano vantare nobili origini, a differenza dei cavalieri provenzali di Roberto, i quali, per questo, si sentivano legittimati nei tentativi di sottrarre loro potere e feudi.
Il Palatino, insieme ai fratelli, però, era stato capace di coagulare nobili e popolani scontenti, che aderirono in gran numero alla sua causa per reagire anche alle angustie e alle ristrettezze in cui erano ridotti.
La rivolta dei fratelli pugliesi non aveva certamente un programma definito ne tanto meno disponeva di risorse economiche e militari tali da poter sostenere una simile guerra, ma tutto lascia presupporre che il loro atteggiamento andasse ben oltre le irrequietezze dei soliti baroni meridionali, famelici ed ottusi.

Per questo, re Roberto prese provvedimenti così severi ed inclementi nei confronti di Giovanni Pipino; sapeva che di fronte non aveva il malessere di un feudatario che voleva risolvere con una scaramuccia armata la sua avidità di possesso, ma un indomito cavaliere da umiliare, affinchè nessuno osasse più ripetere tentativi di ribellione nei confronti dello Stato angioino.
A differenza dei precedenti dominatori del Mezzogiorno, come i Normanni e gli Svevi, che avevano organizzato uno Stato accentratore, gli Angioini avevano sempre più delegato ai loro feudatari compiti amministrativi e di governo dei loro sudditi, consentendo, così, alle casse regie congrue e più controllabili entrate tributarie.
Il Mezzogiorno, con l'inizio della decadenza del regno angioino, diveniva sempre più estraneo ai mutamenti economici e politici che investivano il resto d'Italia, dove si andava, nel frattempo, affermando un ceto borghese, costituito da banchieri, commercianti e artigiani che già avevano dato vita all'esperienza dei Comuni e, poi, delle Signorie. Lo stesso papato trattava con crescente distacco il suo feudo napoletano e si limitava ad un controllo burocratico.

Il Sud, con la fine delle crociate, incominciava a decadere nei traffici economici e negli interessi politici internazionali. Per questi motivi Roberto, attraverso il meccanismo dei matrimoni di famiglia, da lui progettati per i suoi famigliari ed eredi, cercava di guardare ad Oriente, sull'altra sponda dell'Adriatico. Il suo obiettivo era di collegarsi, con il possesso delle regioni della Grecia, Acaia e Morea, al forte regno angioino ungherese proiettato verso più solidi e sicuri programmi di espansione.
A causa della politica dei dominatori Normanni, Svevi e Angioini nei confronti della città, non si era sviluppata nel Sud una borghesia urbana; c'era solo un manipolo di commercianti locali insediato sulle coste, ma surclassato negli affari dai concorrenti lombardi, veneziani, catalani che monopolizzavano le attività commerciali ed erano ben attenti a non ridistribuire sul territorio le ricchezze che accumulavano, speculando sulle miserie della Corte e dei sudditi. Non c'erano soldi da investire nelle attività agricole e artigiane; i feudatari, e con loro le grandi abbazie e i monasteri, avevano impedito lo svilupparsi di qualsiasi forma di attività autonoma dei piccoli e laboriosi agricoltori o degli artigiani, per mantenere, invece, invariato il latifondo.

Il disagio sociale e la povertà sfociavano nel brigantaggio, come fenomeno antistatale, nella rapina, nella sopraffazione. Il sistema tributario angioino, per nulla differente da quello normanno-svevo, era congegnato in modo da colpire la persona più che i beni, il lavoro, qualsiasi ne fosse la forma, più che la proprietà. Era ovvio che il maggior onere cadesse sui contadini e gli artigiani, per i quali la pressione dei tributi indiretti raggiungeva il 90% del totale.
Era sufficiente che il contadino formasse una famiglia e accendesse il fuoco nel suo monolocale, per essere tassato con tre tari l'anno (la cosiddetta tassa del fuoco); non solo, anche panificare, vendemmiare, portare ortaggi nella piazza del mercato, ogni tipo di amo utilizzato per la pesca, l'uso delle proprie braccia per l'umile lavoro di facchinaggio nei porti, aveva un peso tributario. Il contadino custodiva in un sacco di tela i suoi poveri averi, insieme al corredo matrimoniale, il quale, come quello della sua compagna era costituito da pochissimi indumenti, per essere sempre pronto alla fuga nel caso scoppiasse un incendio o giungesse nel borgo una improvvisa incursione di predatori.

Erano finiti i tempi che avevano favorito l'affermarsi, a Napoli, di una certa libertà nei costumi; il re, nel 1335, con un editto minacciò pene severe per ricondurre i suoi sudditi a costumi più probi vietando, ad esempio, agli uomini di seguire la moda delle barbe e dei capelli lunghissimi ed incolti che nascondevano il viso, di indossare tuniche molto corte su pantaloni tanto aderenti che evidenziavano le forme, ma anche le obesità, le malformazioni delle ginocchia, il baciare le donne per strada. Anche il modo di cavalcare di alcuni signori, di sghimbescio, come le donne, senza la protezione delle armature, fu riprovato dal re. Le donne usavano calze fascianti, con una tunica stretta in vita, la "cipriana", che aveva maniche larghissime e generose scollature che a malapena trattenevano gli ubertosi petti, tanto decantati da Boccaccio. Le loro gonne a volte presentavano seducenti spacchi che arrivavano all'anca. A nulla era servito il codice suntuario emanato dal re, per frenare l'esibizione e lo sfoggio di tessuti pregiati e di armature sfavillanti indossate dai nobili.

Le pratiche esoteriche erano diffusissime nel Medioevo; questo permetteva ai vassalli di sognare o sperare situazioni meno deprimenti. Napoli doveva essere un pullulare di fattucchiere, divinatrici, indovini a cui spesso si ricorreva per filtri d'amore per guadagnarsi le attenzioni di donne o uomini, spesso sposati. Vi erano anche strani personaggi che diffondevano notizie false, come un tale che girava per il regno con una fasulla bolla pontificia in cui il re era dichiarato nemico della Chiesa e spogliatore famelico dei suoi sudditi.
Roberto, nel 1338, per il facile moltipllcarsi di improvvisati ciarlatani e falsi maghi, minacciò con un decreto, solenni e pubbliche fustigazioni.

Negli ambienti di Corte si pensava alla successione di Roberto, dal momento che i fratelli, Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo lo avevano preceduto nella tomba. Caterina di Courtenay e Agnese di Périgord non soffrivano molto per la loro vedovanza: la prima si consolava con Niccolò Acciaioli, la seconda non disdegnava l'attenzione dei giovani cavalieri, sempre pronti ad accorrere numerosi alle sue feste e ai suoi giochi di società.
Della bellezza di questa principessa era rimasto colpito lo stesso Boccaccio che decantò con toni entusiasti nel suo poemetto l'Amorosa visione. Tra le due vedove si era aperta una competizione politica sfociata nella formazione a Corte di due fazioni per il predominio sul regno. L'imperatrice Caterina capeggiava quella dei tarantini, Agnese quella dei durazzeschi. Entrambe tessevano, subdolamente, alleanze ed insidie. Tutti aspettavano la morte di Roberto come una liberazione, non solo perché la vecchiaia lo aveva reso più bigotto e moralista, ma anche per dare corso ai rispettivi calcoli dinastici. Abili ed insonni, Caterina ed Agnese tramavano per far sposare Maria d'Angiò, promessa a Luigi di Ungheria e sorella della designata regina Giovanna I, ad uno dei loro figli.

Caterina di Courtenay si avvaleva dell'opera di Niccolò Acciaioli, figlio di un banchiere fiorentino, che non aveva guardato alla sua infermità o alla sua sfiorita gioventù per le sue numerose gravidanze, per divenirne l'interessato amante. Con lei erano schierati i Sanseverino, l'ammiraglio Marzano, Raimondo del Balzo, Gasso Dionisio e la famiglia De Cabanni, che come un'avida torma gremiva Castel Nuovo, coltivando desideri di potere, stringendo torbide alleanze in vista di parentadi principeschi. Agnese si avvaleva, invece, dell'aiuto del fratello, il cardinale Talleyrand, molto influente nella Curia avignonese.

Il 13 gennaio 1343, Roberto, sul letto di morte chiamò a sé la nipotina Giovanna per le ultime raccomandazioni: riconquistare la Sicilia per rafforzare il regno, rispettare sempre le disposizioni papali, non associare nessuno all'esercizio del potere che spettava solo a lei, affidarsi ad un consiglio di reggenza che doveva aiutarla nel governo sino alla sua maggiore età.
Giovanna I, appena diciassettenne, divenne la prima regina governante del Mezzogiorno, della Provenza e di molti feudi piemontesi. Sposata a sette anni con il coetaneo Andrea, giovane rude e guercio, Giovanna riaprì la Corte ad una nuova stagione di divertimenti, di giostre, di liete danze, di allegre passeggiate e cacce, e si mostrò munifica verso coloro che le stavano più vicino; le furono attribuite ardenti storie d'amore con Roberto d'Artois e un cavaliere di Corte.
Il matrimonio, nel Medioevo, aveva luogo, di norma, durante la pubertà, a 14 anni e anche prima, specie tra i ricchi; l'unione coniugale ricopriva per i nobili e la ricca borghesia, un'importanza notevole in quanto poteva consentire il mantenimento di strutture di potere e di possesso.
Non erano rari i casi di spose-bambine che come veri e propri pegni di interessi politici ed economici venivano trasferite nella famiglia del futuro sposo e cresciute come figlie. Il matrimonio, considerato spesso un affare di famiglia, era combinato per garantire le esigenze di continuità dinastiche, per consolidare alleanze, per comporre litigi sorti nelle divisioni dei beni. I sentimenti e le preferenze dei giovani non avevano alcun peso. Nel migliore dei casi la vita media di un matrimonio era di dieci-quindici anni, data la mortalità dell'epoca, e non avendo, spesso, solide basi sentimentali, era considerato più una unione transitoria che definitiva; non solo, una volta consumato, non era raro che la moglie o il marito cercassero altrove compagnie più gratificanti.

Giovanna I, per celebrare la sua incoronazione, invitò Boccaccio a scrivere un'opera per esaltare l'eroismo, l'avvedutezza, il coraggio delle donne, capaci di anteporre la loro stessa vita alle esigenze del bene comune o dell'amore. Il Certaldese accolse la richiesta e scrisse il De Clarìs mulieribus, opera in cui è raccontata la storia di tutte le donne più famose dell'umanità (nota 9).

La giovane regina si dimostrò subito decisa e volitiva tanto da disporre, dopo un mese dalla successione, la restituzione della libertà a Giovannella di Altamura, riconoscendole il diritto di riavere il suo feudo dotale e, su sollecitazione del pontefice, impose al recalcitrante Raimondo del Balzo di restituirle tutti gli animali di cui si era appropriato. Dovevano essere un bel po', se il conte Raimondo del Balzo, impossibilitato alla restituzione, si vide costretto a concordare con Giovannella un indennizzo pari a ben tremila once d'oro.

Il regno napoletano era sempre più pervaso da illegalità e fenomeni di brigantaggio, tanto che alla stessa regina venne rubato per due volte, da ignoti, il vasellame d'argento, durante il trasferimento da Castel Nuovo alla sua residenza estiva, Quisisana, a Castellamare. Giovanna attingeva a piene mani dal tesoro della Torre Bruna, grazie alla complicità dei consiglieri di reggenza, tra cui spiccava la figura del Gran Siniscalco Roberto dei Cabanni.
Quest'ultimo era figlio di Filippa la Catanese, una ex lavandaia, vedova di un pescatore, conosciuta da re Roberto durante una sua spedizione militare in Sicilia: colpito dalla sua particolare bellezza, per tenerla vicino, le affidò il compito di far da balia al figlio appena nato.
Filippa si unì in matrimonio con un cuoco, uno schiavo nero di un nobile napoletano, tale Cabanni. Morto costui senza eredi, lasciò al suo ex-cuoco nome, titolo nobiliare e relativi beni. Filippa la Catanese, rimasta vedova, doveva essere entrata in modo particolare nelle grazie del re, tanto da riuscire ad ottenere che il figlio ricoprisse il prestigioso incarico di Gran Siniscalco (un sovrintendente di palazzo addetto all'amministrazione dei beni immobiliari e alla cura di stalle e tenute da caccia regie).

In seguito, a Filippa, donna ignorante, intrigante e furbastra, dedita alle pratiche magiche, fu anche affidata la cura e l'educazione delle due nipotine di Roberto, le orfanelle Giovanna, futura regina del regno, e Maria d'Angiò. Filippa s'inserì nelle lotte intestine di Corte, cercando di trarne i massimi vantaggi personali e influì sull'educazione di Giovanna prestandosi, più tardi, come intermediaria tra la giovane regina e i suoi corteggiatori, e tra questi lo stesso suo figlio, Roberto dei Cabanni.
Papa Clemente VI, subito dopo la morte di Roberto, scrisse lettere di circostanza alla giovane sovrana per sottoporle il caso dei fratelli Pipino rinchiusi ancora in prigione, senza ricevere risposta. Giovannella d'Altamura, ostinata e infaticabile nel perorare la liberazione dei suoi figli, supplicò inutilmente la regina Sancia e si rivolse anche a suo cugino Roberto de Ponciaco, uno dei vicari del regno. Alle sollecitazioni del suo vicario Giovanna I, stizzita, gli intimò di non occuparsi più dei problemi della contessa d'Altamura.
Giovannella non si arrese, probabilmente si recò ad Avignone per supplicare il papa, che questa volta scrisse, il 28 agosto del 1343, a Giovanna I una lettera più pertinente ed incisiva, il cui tenore era all'incirca:

"[...] il Re Roberto, ingannato da false suggestioni, (si riferisce ai Sanseverino e i del Balzo] dopo aver chiamato al suo cospetto i fratelli, li aveva fatti arrestare e privare dei loro beni, i quali come sudditi fedeli ed obbedienti non avevano avuto alcun timore di recarsi alla sua presenza. Poi sol perché si erano appellati al patrocinio papale, li aveva fatti rinchiudere in più atroce carcere, arrestando persino la loro innocente madre. Poiché Re Roberto nel suo testamento ha disposto che a tutti coloro che avessero ricevuto danno dalla sua amministrazione [giudiziaria] fossero restituiti i beni mal tolti e la libertà in remissione dei suoi peccati, ti prego vivamente di liberare i fratelli tenuti ingiustamente prigionieri in Castel Capuano. Questo ti prego di adempiere se ci tieni alla salvezza dell'anima del tuo avo e alle mie preghiere".

La cancelleria napoletana questa volta non si fece attendere; lo stesso Niccolò Alunno d'Alife curò la risposta che Giovanna I spedì al papa, rifacendosi al concetto instaurato dal diritto normanno di guerra non movenda, che sanciva il divieto a tutti i feudatari di muovere guerra al re.

" [...] Era noto a tutti che i Pipino avevano mosso guerra nel regno, inquietandone il pacifico stato con troppa pubblicità, osando portare assedio alla città di Barletta ed altre terre con trombe, bandiere dispiegate, provvisti di arieti ed altri mezzi bellici, menando seco un grosso esercito di banditi e delinquenti. Questa gran moltitudine divisa in squadre, armate a piedi e a cavallo, avevano compiuto temerari eccessi, giungendo persino a combattere le milizie e le bandiere regie, incorrendo, così, in aperta ribellione. Arduo è raccontare tutti i misfatti, omicidi, incendi e violenze, impudicizie che essi perpetravano ai danni della popolazione. Il buon sovrano, però, era stato così clemente dal lasciarli vivi mentre meritavano la morte. Se tanta pietà era stata usata nei loro confronti, di cosa si lamentavano i Pipino? E poi la stessa Corte che aveva rilasciato la madre, trovandola innocente, avrebbe liberato i figli se fossero stati anche loro tali. A che vale, dunque, ricordare i meriti dei loro avi se per i loro servigi furono ben ricompensati? Se fosse stata concessa loro la libertà questo avrebbe aperto la via a tutti i malintenzionati per sottrarre la quiete e la pace del regno, e questo non doveva giammai avvenire, poiché la disposizione di Roberto, che si revocassero tutti i processi non regolarmente giudicati, non riguardava i fratelli che erano stati debitamente processati"(nota 10)

La lettera della cancelleria angioina conferma che la ribellione di Giovanni Pipino, avendo mobilitato una "gran moltitudine di gente divisa in squadre, armate, a piedi e a cavallo... provviste di arieti... bandiere dispiegate..." aveva assunto tutti i caratteri di una rivolta, seppure limitata ad un fatto locale. Inoltre l'azione militare del cavaliere pugliese era stata ben organizzata sul piano militare ed era più ampia di quella che poteva essere messa in campo da un semplice barone feudale.
Emerge, in modo anche palese, la volontà della Corte di non riaprire il processo e di non considerare la possibilità di concedere l'eventuale liberazione ai fratelli. Questo per evitare che i possedimenti a loro confiscati, essendo stati distribuiti tra i dignitari di Corte, fossero restituiti.

Con la morte di Roberto si era ulteriormente aggravata l'instabilità politica del regno.
Gli Angioini erano una casata divisa in tre rami: Giovanni, duca di Durazzo, Filippo, principe di Taranto, e Caroberto, re di Ungheria. Essendo morti tutti i fratelli, il testamento di Roberto aveva scontentato gli eredi rimasti, poiché aveva nominato sua nipote Giovanna titolare del regno napoletano, e in caso di una sua prematura morte, la sorella minore, Maria d'Angiò. Roberto, avendo intuito che solo un più stretto legame con il ramo angioino-ungherese poteva assicurare una prospettiva di sviluppo alla dinastia, aveva pensato di combinare i matrimoni delle nipotine con i figli del fratello, re di Ungheria, Caroberto: Giovanna a sette anni fu sposata al secondogenito di Caroberto, Andrea, mentre Maria fu promessa sposa al primogenito, Luigi. Quest'ultimo matrimonio, però, non fu mai celebrato

Una soluzione, ovviamente, duramente contestata dagli altri due rami napoletani, i durazzeschi e i tarantini. I primi, difatti, per un complesso calcolo ed interpretazione delle leggi dinastiche, si ritenevano legittimi eredi del regno, essendo Carlo Durazzo il nipote più anziano di re Roberto. Per i tarantini, invece, l'erede era Roberto di Taranto, perché primo nipote. Scontenti rimanevano gli Ungheresi, perché unica titolare del regno era solo Giovanna e, quindi, escluso dal potere il giovane marito Andrea.
Date queste premesse, era ovvio che scoppiassero lotte dinastiche tra le due fazioni per avere il sopravvento. Nella guerra, non ancora messa in atto, tra durazzeschi e tarantini, Giovanni Pipino rimase estraneo, essendo fedele, per principio ma anche per calcolo, ai desideri del papato, nella sottile disputa che aveva visto questo ostile alle decisioni del re angioino. Nubi minacciose andavano affacciandosi sul regno napoletano.

Il papa era preoccupato, soprattutto, per l'inconsistenza del consiglio di reggenza napoletano delegato al governo del regno, in attesa che Giovanna I divenisse maggiorenne. Il consiglio di reggenza si era dato a spese incontrollate e ad elargizioni fuori luogo. La giovane regina era abilmente distratta nei suoi compiti di governo dalle iniziative spensierate e dai divertimenti di Corte che Agnese di Périgord e Caterina di Courtenay, con la complicità di Filippa la Catanese, organizzavano quotidianamente. Erano queste tre vedove, in concreto, che manovravano, più o meno occultamente, la situazione politica, approfittando del fatto che la regina Sancia, moglie di re Roberto, ormai in piena crisi mistica, pensava più al monastero che alle sorti delle nipotine Maria e Giovanna I, divenute ambite prede matrimoniali delle fazioni in lotta.

fo_win3  Al quarto capitolo   Quarto capitolo

 

 
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Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_capitolo_4

 

militare_01 Giovanna I, fedele all'impegno testamentario, era decisa a detenere ed esercitare il potere, e desiderava bruciare i tempi per essere incoronata regina prima di divenire maggiorenne. Il consiglio di reggenza, infatti, aveva potestà sino al raggiungimento della sua maggiore età, fissata a venticinque anni compiuti. Il suo proposito trovava consenzienti funzionari di Corte, baroni e i principi suoi cugini che premevano su Avignone con ricche e insistenti ambasciate. In questa fase degli avvenimenti sembrò prevalere la bella Périgord.

Il venerdì santo, Carlo Durazzo "rapì" la cuginetta Maria d'Angiò, graziosa quindicenne, per sedurla e poi sposarla nel cortile del suo giardino. Sembra, però, che la rapita, seppur giovanissima, fosse stata consenziente: Carlo doveva essere un giovane biondo e dall'aspetto molto regale ed aveva colpito la fantasia e i sentimenti di Maria, che non voleva ripetere l'infelice esperienza matrimoniale della sorella.
Complico e discreta organizzatrice del rapimento fu la nuora di Filippa la Catanese, Margherita Ceccano che, da brava ruffiana, favorì gli incontri amorosi dei cugini. Per il suo servigio, Agnese di Périgord le donò il feudo di Ceglie. Lo scandalo fu enorme perché il fattaccio era avvenuto in piena settimana santa. Giovanna sembrò adirarsi sino al punto di tramare contro la vita dello stesso Carlo Durazzo; l'infuriata Caterina di Courtenay, al colmo dell'ira, disertò la cerimonia nuziale riparatrice e si ritirò nel suo palazzo a meditare un'atroce vendetta. Raggiunto un compromesso con Giovanna, Carlo Durazzo ne otterrà il consenso per il matrimonio riparatore e la promessa di una ricca dote per Maria. Il fratello di Agnese Périgord, il cardinale Talleyrand, si adoperava ad Avignone per convincere Clemente VI a concedere la necessaria dispensa per il matrimonio tra i due cugini, ma il pontefice, forse per non dispiacere ed offendere Luigi d'Ungheria, a cui Maria era stata promessa in sposa, prendeva tempo.

Il clima a Corte era divenuto incandescente, destando non poche preoccupazioni sia ad Avignone che in Ungheria. Partirono, quasi contemporaneamente, per Napoli, Francesco Petrarca inviato dal papa e, da Viségrad, la regina Elisabetta d'Ungheria, madre di Andrea.
Elisabetta giunse a Manfredonia con un seguito di circa quattrocento persone e con i forzieri colmi di danaro. Il primo colloquio con la nuora lo ebbe subito nel castello di quella città; energica e decisa, Elisabetta rimproverò Giovanna I per il suo disinvolto comportamento coniugale, indegno per una regina, e le intimò di dividere il suo potere amministrativo e politico con il figlio. L'ingente tesoro custodito nei forzieri di Elisabetta, pari a circa ventunomila marchi d'oro e ventisettemila marchi d'argento (che aggiunti a quelli che saranno successivamente versati nelle casse papali per acquisire la benevolenza di Clemente VI alla causa di Andrea, fanno un totale di ventidue milioni di corone-oro, sufficiente ad acquistare tredici volte la Dalmazia), fu utilizzato da Elisabetta per munifici doni ai personaggi più influenti di Corte, per opere pie e regalie, allo scopo di conquistare favori ed alleanze alla causa di Andrea. Uno sforzo eccezionaie che conferma quanto fossero forti gli interessi degli Angioini-Ungheresi sul regno di Napoli.

Petrarca aveva l'incarico di preparare la Corte napoletana all'arrivo imminente del legato pontificio, il cardinale Aimery, il quale avrebbe dovuto sostituire il consiglio di reggenza nelle sue funzioni amministrative. Il poeta, però, era investito ufficialmente di un'altra importante missione: la liberazione dei fratelli Pipino.
Petrarca rimase sconvolto dalla situazione del regno, e nelle sue lettere paragonò i giovani sovrani a Tolomeo e Cleopatra, e la città a Babilonia. Si scagliò contro un fraticello di Corte, tutore di Andrea, tale fra' Roberto definendolo horrendum triples animales( triples perché utilizzava a mo' di scettro il suo bastone di appoggio per imporre la sua volontà ai cortigiani napoletani), il quale si adoperava a spingere la regina Sancia verso mistici propositi monacali per distoglierla dai suoi compiti di controllo dell'attività del consiglio di reggenza. Il poeta trovò il tempo per assistere, incredulo, all'esibizione di una nerboruta donna napoletana in grado di sollevare un peso che poteva essere spostato solo da dieci uomini, e annotò con grande sdegno che gli stessi sovrani si recavano a piazza della Carboneria per assistere a cruenti giochi di gladiatori.
Petrarca, però, non si distolse dal compito principale della sua missione, come testimonia la lettera che scrisse al cardinale Colonna:
"[...] tre o quattro volte, salvo errore, sono entrato nel carcere di Castel Capuano, e vidi gli amici tuoi che nulla sperano fuor che da te: la giustizia della causa loro ch'essere dovrebbe il loro sostegno, tornò fin qui a loro danno: perché nulla è tanto pericoloso, quanto il trattare una causa giusta con un giudice iniquo. Arrogi non aver gli infelici peggior nemico di chi per quello che venne loro mal tolto si fece ricco e superbo; il quale desidera naturalmente torsi dagli occhi coloro cui potrebbe una volta presentarsi l'opportunità di recuperare il perduto. Alcun non è, a cui toccata non sia una parte dei beni ad essi rapiti. È come sperare che ladri dei cosiffatti vogliano alla loro salvezza e libertà provvedere, se intendono che quindi ridotti sarebbero a povero stato? Oh quanto meglio per loro se non avesser mai posseduto nulla, lo li ho visti in ceppi; oh cosa indegna: oh, volubile e precipitosa ruota della fortuna! Del rimanente come orrenda a vedersi è la loro prigionia, così mirabile ed eccelsa la nobiltà dell'animo loro nel soppor- tarla. Finché tu viva essi non lasciano di ottimamente sperare del loro caso; in quanto a me non so sperare nulla di buono, se forza maggiore non intervenga. Se si confidano nella clemenza è tutto vano; morranno in carcere. La vecchia regina [Sancia] già consorte del regno è la più infelice delle vedove: dice di sentirne pietà, e confessa che non può fare altro. Cleopatra e il suo Tolomeo Giovanna I e Andrea] la sentirebbero anch'essi, se Potino e Achilia lo consentissero".

Il motivo dell'interesse di Petrarca per la sorte dei "fratelli" non è chiaro, ma era evidente che questi, grazie all'azione della madre, Giovannella, erano oggetto di sollecitudine da parte della Curia avignonese, e che le speranze per la loro scarcerazione erano vane se affidate ad un atto autonomo di clemenza della Corte napoletana, ma realistiche se fosse intervenuta una forza maggiore. Tale forza maggiore era da intendersi non come un atto d'imperio del papa, bensì come il risultato di un abile disegno diplomatico tale da costringere la Corte napoletana a liberare i fratelli prigionieri.

Clemente VI riceveva forti pressioni dagli Ungheresi affinchè Andrea fosse eletto re al pari di Giovanna I. I principi napoletani, invece, osteggiavano apertamente tale ipotesi e, seppure divisi, questo disegno li trovava uniti. È probabile che Petrarca si sia incontrato con la regina Elisabetta e abbia affrontato la discussione dell'incoronazione di Andrea. Solo una persona del prestigio e dell'intelligenza del Petrarca poteva affrontare il ginepraio della situazione e, seppure in veste non formale, poteva adempiere allo scopo di avviare i necessari chiarimenti tra le parti. La liberazione dei fratelli Pipino rientrava nella complessa strategia diplomatica del papato, il quale intendeva dimostrare ad Elisabetta che l'autorità avignonese sulle questioni napoletane rimaneva intatta. Per raggiungere questo fine si doveva mettere in discussione lo stesso testamento di re Roberto. Il papa, per minare nelle sue basi giuridiche le volontà del vecchio sovrano angioino, utilizzava la vicenda dei Pipino, che, se fossero stati liberati, avrebbe costituito il precedente per interpretare diversamente le volontà testamentarie dell'Angioino e rendere così possibile l'incoronazione di Andrea.
La vicenda degli sfortunati feudatari pugliesi diventava il pretesto per azioni politiche di più alto profilo, con implicazioni giuridiche sulla legittimità del potere Angioino sul regno.

L'intensa attività diplomatica di Petrarca per la liberazione dei Pipino non trovava ancora sbocchi positivi. Il poeta scrisse nuovamente al cardinale Colonna per informarlo che l'ultima riunione del consiglio di reggenza non si era potuto o, meglio, voluto esprimere favorevolmente sulla sorte dei prigionieri, preferendo sciogliersi per evitare i pericoli e le insidie che la città riservava ai viandanti di notte.
Ma un altro avvenimento scosse il poeta al punto di consigliargli una precipitosa fuga da Napoli.

Da qualche tempo a Napoli si era in apprensione per una oscura profezia del vescovo di Ischia che voleva la città esposta ad un grave e luttuoso evento. La profezia sembrò avverarsi la notte successiva al giorno di santa Caterina, il 25 novembre del 1343. Un violentissimo maremoto colpì Napoli e dintorni, distruggendo uomini e cose. Ne da notizia lo stesso Petrarca, in una lettera al cardinale Colonna, descrivendo nei minimi particolari la tremenda catastrofe:

"[...] e serrata la finestra mi posi sopra il letto, e dopo aver vegliato per un pezzo, cominciando a dormire mi svegliò un rumore di terremoto, il quale non solo spalancò le finestre e spense il lume che soglio tenere la notte, ma scosse dalla fondamenta la mia camera dove io stava [presso il convento di San Lorenzo]. Essendo dunque in cambio del sonno, assalito dal timore di morte vicina, uscivo dal chiostro e mentre tra le tenebre l'uno cercava l'altro, e non si poteva vedere se non per il beneficio di qualche lampo [...] che gruppi di acqua! che venti! che tuoni! che orribil bombir del cielo! che orrendo terremoto! che strepito spaventevole del mare! [...] ma poi che venne il dì, benché fosse tanto oscuro il cielo che parea notte, [...] si levò un grandissimo remore che il terreno che stava sotto i piedi, cominciava ad inabissarsi, essendo penetrato sotto il mare [...] mille monti d'onde, non nere, non azzurre, come sogliono essere nelle altre tempeste, ma bianchissime si vedevano arrivare dall'isola di Capri a Napoli [...]".

E mentre Giovanna, scarmigliata e a piedi scalzi, si recava con le sue damigelle in pellegrinaggio per le chiese ad invocare la pietà del Signore sulla città martoriata, l'impaurito Petrarca partì per Avignone, ripromettendosi di non sostare mai più in città costiere (nota 11).

Subito dopo il maremoto, che aveva distrutto il porto e invaso d'acqua la parte bassa della città, un fulmine raggiunse la Corte napoletana: una bolla papale dichiarava decaduto il consiglio di reggenza imponendo, come tutore della minorenne Giovanna I, il cardinale Aimery.
Il pontefice sancì nella stessa bolla la nullità di tutti gli atti di vendita, di concessione di feudi e investiture emessi dal consiglio di reggenza, e per rendere più incisiva la sua azione, minacciò di scomunica la cattolicissima regina Sancia e gli altri consiglieri che si fossero inseriti nella reggenza dello Stato.
Elisabetta d'Ungheria si trattenne a Napoli in attesa di provvedimenti a favore dell'incoronazione del figlio da parte di Clemente VI.

L'autorevole presenza a Napoli del cardinale Aimery in qualità di legato pontificio, l'impegno assunto da Caterina di Courtenay di assistere amorevolmente Andrea, la ritrovata concordia coniugale dei giovani sovrani, convinsero Elisabetta a far ritorno in Ungheria, nella primavera del 1344. Prima di partire, seppure con un atroce presentimento nel cuore, affidò il figlio Andrea alla tutela del Gran Giustiziere Bertrando de Beaux.
Dopo la partenza della madre, Andrea, come segno della sua ritrovata autorità a Corte, tra il malumore generale dei baroni, il 24 giugno 1344 dispose finalmente che a Giovanni Pipino e ai suoi fratelli fossero aperte le porte di Castel Capuano, negando però la restituzione dei beni a suo tempo confiscati, che continuarono a rimanere ben saldi nelle mani degli avversari dei Pipino. Successivamente Clemente VI farà giungere a Giovanna I suoi più sentiti ringraziamenti per l'avvenuta liberazione dei fratelli Pipino, e dispose l'incoronazione di Giovanna, da tenersi nel monastero di santa Chiara con una solenne funzione celebrata dal cardinale Aimery.

Il pontefice, però, non aveva consentito la contemporanea incoronazione di Andrea, forse in ossequio ad una sua strategia che puntava ad una soluzione graduale della complessa questione napoletana. Il conte di Minervino era presente alla funzione religiosa insieme a tutti i baroni, nobili e dignitari del regno. Il 28 Agosto 1344 Giovanna cingeva la corona, e tra la sorpresa generale, durante la funzione religiosa, la giovane regina, rompendo il protocollo, esternò a viva voce la sua volontà di ricevere la corona in base alle convenzioni giuridiche che la volevano legittima erede del regno (quindi non solo per volontà pontificia).
Questo sottolinea la forte personalità di cui era dotata la diciottenne regina. Quattro giorni dopo, però, Giovanna, sempre a santa Chiara, fu chiamata a giurare il suo vassallaggio alla Chiesa, nelle mani del cardinale Amery, e al pagamento del censo, pari a ottantamila once, da versare il giorno dei santi Pietro e Paolo.

Clemente VI, per consentire ad Andrea di uscire dall'isolamento in cui era costretto dai baroni napoletani, aveva puntato sul conte Palatino, il quale, restituito alla libertà, poteva salvaguardare l'incolumità del giovane principe ungherese dalle oscure trame di Agnese di Périgord e dell'imperatrice Caterina di Courtenay. Giovanni Pipino, grazie anche all'appoggio del papato e in special modo dell'influente cardinale Colonna, poteva così ricoprire un ruolo politico significativo nelle tranne della Corte napoletana.
Non è da escludere che i Pipino avessero in qualche modo legami con il seguito di Andrea, poiché la sorella Vannella era sposata con il conte ungherese Asperch.

Il conte di Minervino, finalmente libero e per nulla infiacchito dai tre anni di prigionia, riprese subito a vivere da nobile. Troppo presto, per alcuni, che malignarono di discrete risorse finanziarie nascoste, oppure di probabili generose sovvenzioni di Elisabetta d'Ungheria. Pipino cavalcava per la città sfoggiando ricche vesti e largo seguito, e non disdegnava, innalzando il suo vessillo, di partecipare alle frequenti giostre, misurandosi con gli avversari con mezzi più competitivi di quelli degli stessi principi reali e prendendosi le sue soddisfazioni umiliando nei giochi d'arme gli altri cavalieri.

Subito dopo la partenza di Elisabetta, complici Agnese e Caterina, coadiuvate da Filippa la Catanese, i rapporti coniugali della giovane coppia reale tornarono ad inasprirsi al punto che Andrea era costretto a chiedere i soldi alla moglie per comprarsi un abito, e durante i giochi di società organizzati dai cortigiani, subì l'umiliazione di essere deriso a causa del suo difetto alla vista.
La bella Périgord un giorno si ammalò. Un dotto medico, esaminate le sue urine diagnosticò una inaspettata gravidanza che, considerando lo stato vedovile di Agnese, suscitò stupore e costernazione. Il più indignato era Roberto di Durazzo, primogenito di Agnese, che decise di togliere da ogni impaccio la madre.
Agnese era vedova da un bei pezzo e lo scandalo era davvero grosso, nessuno doveva conoscerlo. Per farla abortire, secondo gli accorgimenti in uso in quell'epoca, le venne somministrato un clistere avvelenato, che risultò fatale.
L'ineffabile imperatrice Caterina trasse subito vantaggio dalla morte di Agnese, diffondendo la notizia scandalosa della gravidanza della sua ex avversaria.

Agnese, si scoprirà dopo, era rimasta vittima della vendetta della sua rivale. Le sue urine erano state, infatti, sostituite con quelle di Sancia dei Cabanni, nipote di Filippa la Catanese, che assisteva la poveretta. Sancia, una bella bruna coetanea e dama di compagnia di Giovanna I, era contessa di Morcone, sposata col nobile Roiano, con una dote di seicento once d'oro. Gasso Dionisio fu uno dei testimoni del suo matrimonio, che però, per motivi inspiegati, fu annullato da Roberto. Sancia era gravida per una relazione, tra le tante, con il conte di Terlizzi, Gasso Dionisio, lo zio rivale dei Pipino.

Tra inganni e infide manovre di palazzo, Andrea, già inviso ai baroni napoletani per aver tolto dalla prigionia i fratelli Pipino, vide finalmente avvicinarsi il risultato degli sforzi dei suoi congiunti. Il Santo Padre si era convinto ad imporre a Giovanna l'incoronazione del marito. Non appena ricevuta la notizia, Andrea pensò bene di esporre nella sala delle udienze un suo nuovo stendardo che raffigurava un ceppo ed una mannaia. Nelle sue intenzioni il giovane principe ungherese voleva lugubremente avvertire i suoi nemici e denigratori di Corte, che la sua rivincita era vicina. Ma questa trovata gli costò cara.

L'improvviso apparire di un'eclisse nella costellazione del Cancro e la congiunzione tra i pianeti di Marte, Giove e Saturno in Acquario allarmò gli astrologi che preconizzarono lutti e tragedie, dolori e sofferenze.
Settembre 1345. Giovanna, al sesto mese di gravidanza, ed Andrea, accompagnati dalla ristretta cerchia di amici, si recarono ad Aversa per una vacanza da dedicare alla caccia. Erano ospiti del convento di San Pietro la Maiella, lo stesso luogo dove riposavano le spoglie di Pipino il Vecchio.
Tra battute di caccia e danze festose, curavano anche l'amministrazione del regno. La mattina del 18, Andrea accolse gli ambasciatori di Zara, città assediata dai Veneziani, che chiedevano un appoggio militare. Giovanna, invece, riceveva una delegazione di speziali e droghieri che protestavano per il fatto che alcuni di loro, imbarcati sulle navi per diporto commerciale, erano stati costretti a prestare servizio come marinai per l'ammiraglio Marzano, impegnato nella eterna guerra contro la Sicilia. I malcapitati mercanti, per essere restituiti alla libertà, dovevano pagare un riscatto ai capitani delle navi. La regina accolse in pieno le tesi dei mercanti, ed emanò un editto che impedisse per l'avvenire un tale sopruso.

Dopo una allegra cena, i reali si erano ritirati nelle proprie stanze. Andrea fu chiamato per urgenti notizie provenienti da Napoli. Appena uscito, fu assalito con pugni e calci da un gruppo di uomini; cercò di rientrare nella stanza, ma qualcuno aveva già serrato la porta. Il principe si difese strenuamente, fu preso per i capelli, immobilizzato, soffocato con un laccio e il suo corpo lasciato penzolare da una balaustra. La leggenda vuole che il laccio fosse stato intessuto dalla stessa Giovanna, utilizzando i suoi capelli intrecciati con fili d'oro, sotto il malefico influsso di Filippa la Catanese. A Corte, difatti, era diffusa l'opinione che Andrea non potesse essere giammai ucciso dai colpi di spada, perché immune per un talismano che gli aveva donato la madre.
Le urla disperate del principe-consorte furono udite solo da una cameriera ungherese che si affacciò incuriosita. Il flebile bagliore della sua lucerna le impedì di riconoscere i congiurati che lasciarono cadere il cadavere nel giardino sottostante.

Giovanna, quella notte, aveva il sonno pesante!
Non udì e non si accorse di nulla. Il cadavere del giovane fu scoperto solo alle prime luci dell'alba.
La sovrana si premurò personalmente, con una lettera redatta in freddo stile burocratico, di avvertire il pontefice, insinuando che il movente del delitto fosse da ricercare nell'abitudine di Andrea, nonostante i suoi richiami, di passare insonni nottate in compagnia dei suoi amici e amiche ungheresi.
La tragica morte di Andrea, ordita da più mani e con la complicità generale della Corte (le persone giustiziate per l'omicidio risulteranno in seguito almeno una ventina, tra dignitari e cortigiani), favorì il sopravvento della fazione dei tarantini.

Un primo indizio del loro coinvolgimento nella congiura fu la sorprendente coincidenza con la quale il loro alleato, Tommaso Sanseverino, Gran Connestabile (capo dell'esercito) scioglieva le truppe in Calabria, lasciando l'ammiraglio Marzano al largo delle coste, a continuare una guerra persa in partenza contro la Sicilia, e rientrando a Napoli di gran carriera, il giorno prima dell'omicidio. Tutto rende plausibile l'ipotesi che a Giovanna non potessero sfuggire i tristi disegni della zia impera trice e dei cugini.
Il corpo del giovane ungherese fu lasciato insepolto presso il convento per alcuni giorni. Dopo qualche tempo fu pietosamente posto su un feretro e accompagnato a Napoli dal conte Palatino con i suoi fratelli, che si erano precipitati ad Aversa alla notizia dell'omicidio. Durante il corteo funebre si battevano, in segno di dolore, il viso, con una frusta esclamando:

"E perché, o Signore, ci hai lasciato nelle mani dei nostri nemici? Chi, illustre Signore, ci salverà ora dalle mani dei nostri avversari'? Ecco, la nostra speranza ci venne meno in tutto!".

Giovanna I, stretta nel lutto, a Natale dell'anno successivo, metteva alla luce il figlio di Andrea.
"Ma per li più si disse, ch'era il figlio di Andreasso, e di certi segni li simigliava; e chi diceva no per la mala fama della regina", annotò nella sua cronaca Giovanni Villani. Lo stesso papa, in una lettera al vescovo di Cavaillon, da lui delegato per celebrare il battesimo del bambino, scrisse di "credere legittimo il figlio di Giovanna, quantunque alcuni abbiano parere contrario".

Subito dopo il parto, al grido "morte alla regina puttana", si ribellarono i sudditi napoletani che invocavano giustizia per l'omicidio di Andrea e la condanna dei colpevoli. La sedizione aveva poco di spontaneo ed era stata organizzata ad arte dai principi cugini, sia durazzeschi che tarantini, con l'obiettivo di provocare la deposizione della sovrana, o per costringerla a sposare uno di loro. La ribellione avvenuta nel mese di febbraio costrinse Giovanna e gli assediati in Castel dell'Ovo a bruciare i mobili per potersi riscaldare. Con Giovanna, erano asserragliati anche la famiglia dei Cabanni e un ristretto numero di nobili a lei fedeli. Tra questi si distinse Enrico Caracciolo, che tentò inutilmente delle sortite per disperdere i ribelli. Giovanna, alla fine, dovette cedere e consegnare al Gran Giustiziere coloro che erano ritenuti i colpevoli dell'omicidio di Andrea.

I primi a pagare furono Filippa la Catanese e suo figlio Roberto, i quali, prima di essere bruciati sul rogo, furono trascinati per le strade di Napoli tra mille torture, con ami infilati tra le labbra per impedire loro di urlare, più che la loro innocenza, altre compromettenti complicità. La leggenda popolare vuole che le loro ossa fossero utilizzate per fabbricare dadi o manici per cucchiai e coltelli. In seguito, anche Sancia Cabanni seguirà la loro sorte, dopo aver svelato, durante la prigionia, il retroscena della gravidanza di Agnese di Périgord.
Seguì, subito dopo, la condanna del conte di Terlizzi Gasso Dionisio, lo zio nemico e rivale dei Pipino, che ricopriva l'incarico di maresciallo del regno (capo della polizia), che aveva firmato la sua condanna recandosi nelle carceri, per tagliare la lingua al servitore di Andrea, reo e pericoloso testimone dell'omicidio. Sua moglie, Margherita Pipino, fu spogliata di tutti i suoi beni e, con suo figlio Ludovico, si rifugiò in un monastero a Monopoli; l'anno successivo, riconosciuta innocente, le furono restituiti i feudi di Ruvo, Terlizzi e Loseto.

Grande burattinaia della congiura fu quasi certamente la diabolica Caterina di Courtenay, consigliata dall'amante Niccolò Acciaioli, avventuriero fiorentino e tutore del figlio Ludovico di Taranto (nota 12). Preoccupata dalla piega che prendevano le indagini e dal rischio di venire smascherata, si mise personalmente alla testa di un piccolo esercito e marciò verso il castello di Sant'Agata dei Goti, dove si erano rifugiati gli ultimi due testimoni dell'omicidio, Carlo d'Artois (nota 13) e suo figlio Roberto, presunto amante di Giovanna I e autore materiale dell'omicidio. Entrata nel loro castello con uno stratagemma suggeritegli dal fido Acciaioli, prima si fece consegnare le loro ricchezze, poi li eliminò.
Spedì il corpo di Carlo d'Artois, cucito nella pelle di un bue, al giustiziere Bertrando De Beaux che indagava sul delitto, invitandolo provocatoriamente, se ne era capace, a interrogare il cadavere.

A Napoli, i durazzeschi e i tarantini trasformarono le piazze in un campo di battaglia con agguati e scontri. In questo clima da guerra civile, il conte Palatino, a marce forzate, si recò in Ungheria per informare direttamente Luigi e sollecitarlo ad intervenire nel regno per vendicarsi dell'uccisione del fratello. Luigi non si limitò a dargli udienza, ma si servì di lui per preparare la sua venuta in Italia (nota 14).
ll giovane re ungherese preparò con grande abilità diplomatica il suo viaggio nella Penisola. Strinse una alleanza con gli Inglesi per bloccare, così, un eventuale intervento francese a favore del regno di Napoli, poi si assicurò la sicurezza delle sue frontiere rinsaldando patti militari con l'Austria e la Baviera. Trattò la pace con lo zar di Serbia e firmò un armistizio con Venezia che gli consentiva di attraversare, con le sue truppe, il Veneto, evitandogli la traversata del mare Adriatico.

Tutte le signorie dell'Italia centro-settentrionale gli accordarono aiuto e permessi per attraversare i loro territori. Le truppe, costituite dalla fidatissima ed esperta cavalleria, pesante e leggera, della Transilvania, furono divise in piccoli gruppi e spedite ad intervalli di tempo, per non pesare troppo sulle popolazioni della Penisola e impaurirle. La fanteria fu costituita principalmente dai mercenari lombardi e teutonici che conoscevano molto bene il territorio e le abitudini militari dei Napoletani.
Luigi affidò al conte Palatino Niccolo Gilétfi, alla testa della cavalleria leggera cumana, il compito di predisporre il ricevimento e il vettovagliamento per il regale seguito. La macchina bellica dell'Ungherese era pronta a invadere il regno napoletano.
Ne approfittarono subito alcuni baroni piemontesi per togliere a Giovanna i feudi che possedeva al di là del Po.

Luigi (detto il Grande) partì dall'Ungheria nel mese di novembre accompagnato dal vescovo di Veszprém, da Stefano, voivoda di Transilvania, da Giovanni Pipino, e fu ricevuto trionfalmente dai maggiori signori italiani. L'Ungherese marciava a tappe forzate preceduto da un grande drappo nero su cui era disegnata l'effigie di un uomo al capestro, e a dicembre era già a L'Aquila, accolto con onori dal feudatario della città, Lallo di Camponesco.
Giovanna appariva incapace di reagire, aveva inutilmente tentato di allestire un esercito capace di respingere l'invasione ungherese, anche per la scarsa disponibilità delle sue risorse finanziarie.
Frastornata dagli avvenimenti, politicamente isolata, era sotto la forte influenza di Caterina di Courtenay, che si era trasferita a Castel Nuovo, premurandosi di portare con sé il figlio, Roberto di Taranto, che consolando la giovane cugina regina, ben presto ne divenne l'amante.

La giovane sovrana attraversava uno dei momenti forse più tristi della sua vita e la notizia della discesa in Italia di suo cognato, re Luigi d'Ungheria, contribuiva a rendere più incerte le già traballanti sorti del regno. Senza difensori, circuita dalla zia imperatrice, fu fortemente richiamata dal papa ai suoi doveri di vedovanza, tanto da essere invitata, perentoriamente, ad allontanare dal castello il suo amante, Roberto di Taranto e, per ovviare alla scandalosa condotta, il papa la obbligò a circondarsi della compagnia di quattro suore clarisse.

Giovanna, per uscire dalla situazione di debolezza militare che avrebbe reso ardua la difesa del suo regno dall'invasione ungherese, agì politicamente, tentando di riappacificare i cugini tarantini e durazzeschl.
Giovanna approfittò della improvvisa scomparsa della terribile zia per chiudere le porte di Castel Nuovo a Roberto di Taranto che tornava dal funerale della madre, e, tra la sorpresa generale, accolse nelle sue stanze il riluttante Ludovico di Tarante (nota 15), fratello minore di Roberto di Taranto, spinto letteralmente nelle sue braccia da Niccolò Acciaioli (nota 16). La regina lo sposò e sacrificò ogni sentimento d'amore pur di salvare la sua corona e l'unità del regno angioino. Anche questo matrimonio di stato, consumato solo per opportunità politiche, e superare il fermo rifiuto papale, così come era avvenuto per le richieste di matrimonio con Roberto, si rivelerà amaro ed infelice.

La pace con la fazione dei durazzeschi fu raggiunta riconoscendo Carlo Durazzo duca di Calabria, titolo che di solito era attribuito al delfino. A suggellare l'accordo, il figlio di Giovanna, di soli venti mesi, fu promesso sposo alla cugina nata dal matrimonio dello stesso Carlo con Maria d'Angiò, sorella della sovrana.
Tutto questo contribuì ancor più ad aumentare la confusione che regnava nel Sud dell'Italia. Molti baroni parteggiavano apertamente per Luigi il Grande, ormai prossimo ad invadere il regno. Tra questi era il conte Gaetano di Fondi, cugino di parte materna di Giovannella di Altamura, e il suo passaggio alla causa ungherese era in linea con la posizione, in quel momento, dei fratelli Pipino (nota 17).

Gaetano di Fondi inflisse una dura lezione alle truppe angioine che erano corse ad assediarlo a Traetto, vicino Latina. Il conte ordinò agli abitanti del paese di murare tutti gli ingressi delle case e dei vicoli e convenne con loro un segnale a cui dovevano rispondere scaraventando sassi e frecce sugli assalitori. Di notte, poi, abbandonò la città e si appostò poco lontano. Gli assalitori, la mattina dopo, trovarono le mura senza difesa e la città immersa in un silenzio totale. I vicoli del paese, però, erano stati murati in modo tale che l'unica via percorribile portasse i soldati angioini, direttamente in piazza.
Quando questi furono giunti, partì il segnale e gli abitanti di Traetto incominciarono il lancio di pietre sugli aggressori, mentre il conte di Fondi bloccava la porta d'accesso alla città, impedendo, così, la ritirata agli avversar!. La sconfitta degli Angioini fu inevitabile.
Ma alla sconfitta si aggiunse l'ingiuria. Giovanna vide arrivare a Napoli, da porta Capuana, i suoi soldati a natiche scoperte e con un cartello sulle spalle che pressappoco diceva: "Così ci combinò il conte di Fondi".

Clemente VI si diede un gran da fare per evitare l'invasione e salvare Giovanna I perché, memore dei tanti grattacapi che Federico li aveva procurato al papato con le sue mire espansionistiche, voleva impedire ad ogni costo la riunificazione del dominio angioino ungherese con quello napoletano.
Giovanna poteva dormire sonni tranquilli: Clemente sarebbe stato sempre un suo interessato soste nitore. Fu inviato un legato pontificio che tentò di dissuadere il sovrano ungherese dall'invasione, inu tilmente. Lo stesso legato tentò di frenare l'avanzata cercando alleati per Giovanna; solo il conte Gaetani di Fondi si convinse a sostenere la sovrana che lo perdonò per la sua precedente ribellione con un indulto, il 25 settembre del 1347.

Giovanni Pipino si era recato nel Lazio, presso Terracina e da lì a far leva di soldati a favore del re ungherese che marciava verso L'Aquila, tenendosi lontano da Roma, governata in quel momento dal tribuno Cola di Rienzo. Costui, uomo di umili origini, era divenuto un capopopolo con il programma ambizioso di ricalcare i fasti dell'Urbe portando a termine una congiura antinobiliare che culminò con la sconfitta dei famigliari del cardinale Colonna. Cola imprigionò i cittadini più ricchi della città, allo scopo di estorcere tesori e danaro e vagheggiò anche progetti di unificazione dell'Italia e di riforme che, però, furono smentiti dal suo atteggiamento ostile e provocatorio verso il popolo al quale impose, una volta pervenuto al potere, tasse e gabelle, nonostante le sue promesse di segno opposto. Come tutti coloro che promettono benefici e tasse ridotte al popolo senza mantenerle, finì assassinato dalla rabbia dei cittadini, che, qualche anno dopo,bruciato il cadavere, ne dispersero le ceneri.

Cola di Rienzo, proclamatesi "Nicola severo e clemente, tribuno della pace e della giustizia, liberatore della Sacra Romana Repubblica", aveva ricevuto da Giovanna una ambasciata che gli portò in dono cinquecento fiorini d'oro e gioielli per la sua consorte. Il tribuno la ricambiò, invece, parteggiando per la causa del sovrano ungherese in cambio di cinquecento cavalieri che gli erano tornati utili per sconfiggere i Colonna.
Ma neanche l'esercito ungherese era al riparo da colpi bassi e tradimenti. Scoppiò un contrasto tra i generali di Luigi d'Ungheria e il mercenario duca Guarnieri, che preferì abbandonare l'impresa e trasferirsi nel Lazio, cogliendo l'occasione per distruggere e saccheggiare la città di Anagni.

Giovanni Pipino nel Lazio incontrò, a Montefiascone, in qualità di legato pontificio, Bertrando de Beaux, che lo invitò ad astenersi dall'appoggiare l'invasione di Luigi e ad intervenire contro il tribuno romano (sostenitore della causa ungherese), inviso al papa non solo per i suoi eccessi sanguinari contro le famiglie dei Colonna e degli Orsini, ma anche per i suoi tentativi di affrancarsi dal vassallaggio. Pipino era riconoscente al cardinale Colonna, che tanto si era adoperato per la sua liberazione, e ligio come sempre ai desideri di Avignone, obbedì e si presentò a Roma per affrontare Cola di Rienzo.
Pipino agì con astuzia, provocando il tribuno con qualche scaramuccia. Questi subito lo convocò per rendere conto del suo atteggiamento; per tutta risposta il Palatino si stabilì nella zona di Roma controllata dai Colonna, al Testacelo.
Nottetempo, sulla porta della chiesa di sant'Angelo della Pescheria fu affisso un invito, rivolto ad un certo Luca Savelli, affinchè entro quattro giorni, si alleasse con Pipino. La cosa mandò su tutte le furie Cola di Rienzo che, fatto strappare l'invito, ne affisse un altro intimando a Luca Savelli (nota 18) di presentarsi a lui nel giro di tré giorni per essere giudicato.

Giovanni Pipino rafforzò la sua presenza sbarrando il passaggio dell'Arco di san Salvatore in Pesoli, e chiamò a raccolta i suoi seguaci facendo suonare a martello le campane di sant'Apostolo Paolo; Cola di Rienzo accettò la sfida e in risposta fece rintoccare, a sua volta, le campane della chiesa di sant'Angelo: Roma doveva essere tutto uno scampanio. Alla gente impaurila non rimase altro che rinchiudersi in casa.
Cola inviò cinquecento cavalieri, capitanati da un certo Scarpetta, un avventuriere tedesco. Pipino li attese davanti all'Arco di San Salvatore in Pesoli, respinse l'attacco e, ferito a morte Scarpetta, ne inseguì i soldati al grido "Viva i Colonna, a morte il Tribuno!".

Invano Cola di Rienzo ordinò di far risuonare le campane per chiamare in sua difesa i cittadini romani, i quali si guardarono bene dal mettere piede fuori dall'uscio. Il Tribuno, impaurito e incapace di qualsiasi reazione, dopo aver letto un proclama ai pochi cittadini rimasti fedeli e fatte squillare le trombe d'argento, ornato il capo dell'alloro, chiese ospitalità agli Orsini, rifugiandosi in Castel Sant'Angelo, dove lo raggiunse sua moglie, travestita da frate. Sempre di nascosto e travestito, a metà del dicembre 1347, fuggì da Roma per recarsi in un convento di fraticelli in Abruzzo, per poi riparare a Praga. Dopo qualche anno, ottenuto dal papa il perdono, tornò a Roma per concludere la sua vita sul rogo.

Giovanni Pipino celebrò la vittoria proclamandosi "Patrizio, liberatore di Roma e dei Principi Romani, illustre guerriero e difensore della Santa Chiesa".
Il conte di Minervino, avendo confermato di privilegiare gli interessi della Santa Chiesa, piuttosto che quelli del sovrano ungherese, fu da quest'ultimo bandito dal regno napoletano come suo nemico. Il Palatino, insieme ai suoi inseparabili fratelli, si stabilì prudentemente a Roma, all'ombra rassicurante di San Pietro, in attesa degli eventi.

fo_win3  Al quinto capitolo   Quinto capitolo

 

 
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Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_capitolo_5

 

militare_01 Le vicende della Corte, le guerre dei cavalieri, le ripicche, i tradimenti, interessavano pochissimo la stragrande maggioranza della popolazione. Il regno era precipitato in una diffusa e totale miseria per una carestia che aveva colpito tutta la Penisola, divenuta un luogo dove gli uomini furono costretti a cibarsi di "quelle cose che ripugnano alla natura umana".

A Napoli, il popolo non era più in grado di pagare le esose gabelle; i cittadini erano al limite della sopravvivenza; rapine, persecuzioni, processi sommari e.torture erano all'ordine del giorno. Gli uffici pubblici erano sbarrati, i tribunali chiusi per settimane, il commercio e le comunicazioni coi paesi vicini rimanevano insicuri a causa dello scorrazzare di predoni e briganti.
Un estremo tentativo di Giovanna per riportare la tranquillità non ebbe risultati, nonostante l'ordine di radere al suolo le case dei delinquenti e dei facinorosi. Sul piano politico la sovrana concesse al popolo l'elezione dei propri rappresentanti in un Consiglio di maestri o "capi d'arti".

La notizia della vittoria di Giovanni Pipino su Cola di Rienzo fu accolta con sollievo dalla Corte di Castel Movo, ma servì solo ad accelerare la marcia di Luigi di Ungheria, giunto, a dicembre, alle porte di Napoli.
Il 14 gennaio del 1348, Giovanna I, nuovamente incinta, comprese che la sua posizione era ormai compromessa. Riunì i baroni a lei fedeli che le consigliarono di rifugiarsi nei suoi feudi provenzali per porsi sotto la protezione papale. Si separò dal figlio avuto con Andrea affinchè fosse affidato allo zio invasore e, nel silenzio di una notte illuminata solo dalla luna, s'imbarcò alla volta di Marsiglia, con pochi averi e accompagnata dal suo fedele cavaliere, Enrico Caracciolo. Una volta sbarcata sul suolo della Provenza, la giovane regina non ebbe accoglienze trionfali, ma fu obbligata a soggiornare presso un castello per più di un mese, prima che il papa l'ammettesse in udienza, e il suo accompagnatore, Enrico Caracciolo fu, addirittura, imprigionato.

Il re consorte, Ludovico, tentò una estrema difesa a Capua, ma accorgendosi di disporre di forze decisamente inferiori al nemico, con il suo consigliere e tutore Niccolò Acciaioli, preferì, con un viaggio avventuroso, seguire l'esempio della moglie.
I principi cugini tarantini e durazzeschi si recarono ad Aversa per rendere omaggio all'invasore Luigi di Ungheria, ormai sicuro vincitore.
L'Ungherese accolse i nobili napoletani con grande cortesia, cenò e giocò allegramente con loro. La mattina dopo, giunto nei pressi del convento di San Pietro la Maiella, chiese a Roberto di Durazzo se sapeva indicargli la finestra a cui era stato appeso il corpo del fratello Andrea. Roberto gli rispose che ignorava la circostanza e Luigi, adirato, gli rispose:

"Traditore e complice tu fosti della morte di Andrea, tuo signore e mio fratello, e ti adoperasti alla Corte del papa presso tuo zio cardinale Talleyrand, per impedire la sua incoronazione! Tu ti recasti ostilmente in Aquila per impedirmi il passaggio; tu con frodi ed inganni ti facesti dispensare dal papa per sposare Maria, mentre per testamento di re Roberto era stata a me promessa e questo con la mira di succedere al trono non appena morto Andrea e della regina di lui consorte; questo non potrai negare, perché qui è la lettera con il tuo sigillo e indirizzato a Carlo d'Artois con cui annunciavi il regicidio...; ora è giusto che tu muoia, ove facesti morire mio fratello".

Roberto fu decapitato, ma non fu solo una crudele vendetta. Sopprimendolo, Luigi eliminava uno dei più pericolosi pretendenti al trono napoletano; il gesto, però, lo rese politicamente impopolare tra i signori italiani e i regnanti d'Europa. Gli altri principi angioini furono imprigionati e spediti nel castello di Viségrad.
Il re entrò a Napoli preceduto dal drappo nero, spada in pugno, vestito con una lunga tunica di sciamilo rosso costellato di perle, non nascondendo le sue intenzioni bellicose. I suoi soldati furono, però, scoraggiati dal commettere violenze e saccheggi per la ferma reazione dei Napoletani, che minacciarono di sollevarsi.
Giustiziò con feroci supplizi i responsabili sopravvissuti dell'uccisione del fratello, e si guadagnò l'alleanza di potenti baroni, tra i quali Sanseverino e Raimondo del Balzo a cui furono riconfermati i propri feudi. Lasciati nella città numerosi soldati, si diresse verso la Puglia.

Notizie preoccupanti giungevano, infatti, dalla terra natale circa la ripresa delle ostilità con i Veneziani, ma anche per l'infuriare della terribile peste nera, che ridusse di almeno un terzo le popolazioni europee. Il morbo fu devastante anche a Napoli, che vide la sua popolazione decimata.
L'Ungherese, per vendicarsi dell'atteggiamento di Bertrando de Beaux, considerato da lui giudice iniquo nel processo contro gli assassini del fratello, arrivò nelle terre di quest'ultimo, ad Andria. Inutilmente la cittadina si difese: fu posta a ferro e fuoco. Le donne furono stuprate in massa e gli uomini torturati con tenaglie incandescenti, sino a confessare dove avessero nascosti i loro beni. Luigi giunse persino a violare un convento di suore per rapire una monaca, sorella di Bertrando de Beaux.
Le sue intenzioni sulla donna non ebbero successo poiché la malcapitata, imprigionata nel castello di Melfi, riuscì a fuggire.

L'Ungherese arrivò alle porte di Bari e i cittadini di questa città, per non subire la stessa sorte di Andria, invitarono il re a porgere omaggio alle sacre reliquie di san Nicola, al quale la famiglia angioina era particolarmente devota, e accettarono - per non rischiare la confisca dei beni se non avessero deposto le armi - la sua signoria. Luigi, successivamente, alla chetichella, prese il largo da Manfredonia, facendo vela verso l'Ungheria, affidando il comando delle sue truppe in Puglia a Stefano, voivoda (una sorta di governatore) di Transilvania.

Giovanna I giunse ad Avignone nel momento in cui si seppellivano, per la peste, migliala di morti, e si sottopose al giudizio del collegio cardinalizio per la morte di Andrea. Uscì trionfalmente assolta da tutte le accuse di regicidio, perché non furono riscontrate prove a suo carico.
La regina napoletana cedette Avignone a Clemente VI per ottantamila fiorini d'oro, forse come segno di riconoscenza per l'assoluzione ricevuta dal collegio cardinalizio, forse per ottenere la necessaria dispensa papale in modo da legittimare spiritualmente il suo matrimonio con Ludovico, al quale fu costretta, per volontà papale, a riconoscere il diritto di compartecipare al governo del regno.

fo_win3  Al sesto capitolo   Sesto capitolo

 

 
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Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_capitolo_6

 

militare_01 La partenza di Luigi d'Ungheria incoraggiò i Napoletani a chiedere il ritorno di Giovanna, la quale, dopo aver partorito una bambina, rientrò, accolta festosamente dalla popolazione e con qualche risorsa finanziaria in più, grazie agli ottantamila fiorini ricavati dalla vendita di Avignone.
Nel frattempo, Niccolò Acciaioli e l'ammiraglio Marzano avevano avuto un incontro con Giovanni Pipino, rimasto a Roma, inoperoso, a godersi i frutti del ritrovato prestigio ottenuto con la vittoria su Cola di Rienzo.

La natura bellicosa di Giovanni Pipino non poteva rimanere indifferente all'occasione che gli si presentava per riprendere le armi, ma, soprattutto, gli offriva una concreta possibilità di reinserirsi nel gioco politico e acquisire, in prospettiva, benefici e feudi. Il titolo di Patrizio, liberatore di Roma, e via dicendo, lo gratificava dal punto di vista delle onorificenze, ma era privo di sostanza, non avendo feudo alcuno su cui esercitare la sua signoria.
Il 10 giugno del 1348, Giovanni Pipino, vestito della sua armatura più sfavillante, insieme al mercenario duca Guarnieri e al conte di Asperch, entrava, accolto trionfalmente, nella città di Napoli, con millecinquecento barbute teutoniche (nota 11), innalzando il vessillo dei gigli d'oro con la croce di Gerusalemme di Giovanna I insieme a quello pontificio. Ancora una volta il Palatino si adeguava alle esigenze politiche della Curia avignonese, schie rata a sostegno della sovrana, e confermando la buona reputazione che godeva per le sue riconosciute capacità militari.
Giovanna e Ludovico avviarono subito una campagna militare per riconquistare i territori controllati dalle residue truppe ungheresi.

La regina si preoccupò di riprendere Castel Nuovo e Castel Sant'Elmo, ancora in mano del nemico e pur di aver ragione dei soldati nemici asserragliati a Castel Nuovo, utilizzò ogni mezzo, lecito e illecito. Si arrivò persino a lanciare carogne putrefatte all'interno del castello, nel tentativo di provocare una pestilenza. Non riuscendo ad ottenere risultati utili, Giovanna invitò a cena il capitano ungherese Ulrico Wolf, che difendeva il castello. Si racconta che, per l'occasione, si fosse presentata con una seducente e trasparente veste subendo l'indifferenza del rude ufficiale ungherese che rifiutò di renderle il castello.

Ludovico, invece, si avviò verso Manfredonia, divenuta la roccaforte del comando ungherese.
Giovanni Pipino, con il cognato conte di Asperch, seguì il re nelle terre della Capitanata. Molte città daune erano rimaste fedeli agli Ungheresi: Manfredonia, Monte Sant'Angelo, Serracapriola, Ortona, Trivento, Guglionisi (località dove risiedeva un altro generale ungherese, fratello di Ulrico, Corrado Wolf, detto Lupo). Il re tarantino riuscì a conquistare Apice, dove le sue truppe si abbandonarono al saccheggio e agli stupri. Successivamente riuscì ad entrare anche a Barletta, città difesa dalla famiglia Degattis, alleata degli Ungheresi.
Ludovico giunse, poi, a Lucera, mentre contro di lui marciava Corrado Lupo. Toccò al Palatino sbarrare il passo alle bande del generale ungherese, ma quest'ultimo lo aggirò, presentandosi sotto le porte della città. I soldati di Ludovico, asserragliati nel castello di Lucera, pur essendo in numero quattro volte superiore agli avversari, subirono alcune sconfitte in scontri isolati. Il re napoletano si guardò bene dall' affrontare in una battaglia risolutiva l'avversario, il quale, stanco di aspettarlo, marciò verso Foggia.

I Foggiani si rifiutarono di rifocillare le truppe ungheresi, che ebbero, così, il pretesto per assediarli. Per avere ragione dei cittadini che si difendevano valorosamente, i soldati li costrinsero a combattere ininterrottamente, senza dare loro tregua neanche nelle ore notturne e, alla fine, li presero per stanchezza. Inutilmente i Foggiani avevano inviato richieste di aiuto a Ludovico, che era a Lucera, distante pochi chilometri dalla città. Foggia fu devastata da Corrado Lupo, con il solito rituale di violenze su cose, uomini e donne. In tanta atrocità si distinse il conte di Trivento, Nicola di Eboli, per aver impedito ai soldati di usare violenza alle donne che si erano rifugiate nella cattedrale della città. Successivamente le aiutò a trasferirsi ad Ascoli Satriano. Il bottino fu notevole, almeno ventiduemila once d'oro.

La successiva diserzione del duca Guarnieri, che ritornò nelle file ungheresi, indusse Ludovico a ritirarsi a Napoli, lasciando ai fratelli Pipino l'immane compito di difendere i suoi interessi in Puglia. Questa regione diventava il luogo dove più violentemente erano in luce le contraddizioni e lo sfacelo del regno angioino; ancora una volta, qui si decidevano le sorti della monarchia meridionale.
Nella difficile vita della popolazione che abitava i borghi della Puglia, tra torride estati e freddi inverni, nei campi devastati dalle guerre, nella mortale pestilenza, Giovanni Pipino e i suoi fratelli si trovarono a combattere una guerra con un drappello di cinquecento barbute, comandato da abili capitani teutonici e lombardi.
Fu giocoforza che i reali si affidassero al valore dei fratelli pugliesi per affrontare un nemico molto deciso e ben organizzato militarmente. Giovanna, per ricompensarli del loro impegno, restituì loro la dignità di cavalieri: Pietro Pipino riebbe il titolo di conte di Vico, la comestabulia di Lucera e la signoria di San Severo, Luigi ritornò ad essere conte di Potenza e signore di Troia e Torremaggiore e, probabilmente su suggerimento della stessa regina, sposò Margherita Ceccano, vedova di Roberto dei Cabanni.

A Giovanni Pipino, invece, non fu possibile restituire la contea di Minervino, saldamente tenuta dai del Balzo, e nemmeno gli altri feudi in mano ai suoi avversari di sempre: gli fu riconfermato il possesso del feudo materno di Altamura. È legittimo, però, pensare che il Palatino pretese, ed ottenne, che gli fosse riconosciuta in pieno la titolarità delle operazioni militari, per cui ebbe dalla sovrana il titolo di principe di Bari. E per meglio motivarlo nella guerra, gli furono promessi i feudi di Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo e Monopoli; ma le prime tre città erano filo-ungheresi e per entrare in loro possesso il neo-principe doveva prima sconfiggere i nemici e riportare quelle località sotto le bandiere degli Angioini.
Essere nominato principe di Bari, non significò affatto per Giovanni Pipino ottenere la signoria della città, che si mantenne autonoma e schierata con chi comandava nel regno; era, il titolo di principe, solo un appellativo altisonante a cui il Pipino sembrava particolarmente sensibile? O forse prefigurava una sua visione di futuri domini, di un ruolo, fosse anche politico, che egli pensava di svolgere nelle terre pugliesi, non appena le cose del regno si fossero evolute in meglio? Oppure poteva aprire le porte ad una sua futura prestigiosa dinastia? Comunque, era evidente che lo scopo principale di Giovanni fosse quello di essere elevato ad un rango tale da competere dall'alto con i suoi avversari, anche se, ancora una volta, titolo e feudi li doveva conquistare sul campo di battaglia.
Interessante è la lettura di un documento del 19 gennaio 1349, sottoscritto da Pietro Pipino, che conferma il ritrovato potere dei fratelli pugliesi:

"...presentandosi a noi il venerabile e religioso frate Angelo de Risola, di Aquila, vice priore del nostro convento, ci espose che nel febbraio del 1348, presso Lucera, prima che questa città, ora nostra, ci fosse data in consegna dal re e dalla regina, noi, spinti dal volere divino e dai grandi servizi e ossequi portati dai monaci ai nostri avi, donammo al monastero in perpetuo il latifondo denominato Ripaletta... Essendo noi stati, per grazia di Dio e delle Reali Maestà, elevati al grado di contea di Lucera, avendo ottenuto il possesso della terra e il giuramento di fedeltà dagli abitanti, vassalli e feudatari, alla presenza della sacra Maestà, principe Ludovico di Taranto, re di Sicilia e di Gerusalemme e dell'eccellente uomo, Giovanni Pipino, Palatino di Altamura, Principe di Bari, conte di Minervino,... concediamo il nostro privilegio munito e rafforzato del grande suggello..." (nota 20).

"Tutto questo dimostra la singolare personalità del nostro feudatario alla ricerca di ogni elemento anche di esteriore grandezza. Ma va osservato che non è semplice debolezza umana, un segno della vanità, e comunque sempre un aspetto significativo della sua psicologia. Noi crediamo che si celi qualcos'altro, una lungamente sognata realtà di dominio, una presunzione di regalità, che in ogni occasione può disporre e tradurre in potere effettivo. L'ambiente, la mentalità non erano tali da appagarsi della mera onorabilità di un emblema, ed il Pipino, in particolare non era un uomo da sentirsi soddisfatto del velleitario fregio di essi, ove non fosse emersa una corrispondente ragione di incidenza sui valori della struttura feudale del regno, a garanzia di ulteriori avanzamenti" (nota 21).

Le vicende del regno, però, non facevano sperare nulla di buono. Il matrimonio tra Giovanna e Ludovico si rivelò, ben presto, foriero di altri guai. A Corte, ripresero i litigi. Il principe tarantino, consigliato e sostenuto dall'Acciaioli, premeva sulla moglie per condividere, con lei, il potere. Giovanna gli rinfacciava le sue scarse capacità militari e Ludovico, accusandola di avere relazioni extraconiugali, la ingiuriava "e come vii femmina, in gran vituperio della corona, la battea". È accertato che Ludovico non fu affatto fedele alla regina ed ebbe almeno due relazioni adulterine, da cui nacquero due bambine, Esclabonda e Clemenza. La presunta infedeltà di Giovanna poteva essere, quindi, giustificata, anche per il suo carattere poco remissivo e orgoglioso.
La condotta del re tarantino non fu esemplare e il giudizio nei suoi confronti da parte dei suoi contemporanei ne risentì. Boccaccio lo definì stultus puer, Petrarca affermò che era un uomo che alle "manchevolezze della gioventù aggiungeva i vizi dell'età matura", il cronista Matteo Villani lo definì "violento, incapace sul piano militare e tanto proclive alla menzogna da farsene addirittura un vanto". Sul piano politico si era praticamente rimesso all'iniziativa e alle capacità del fidato Niccolò Acciaioli.

Giovanna fu costretta a scrivere al Santo Padre invocando la sua protezione nei confronti delle prepotenze del marito e per smentire le voci maligne che circolavano a Corte su una sua presunta passione per Enrico Caracciolo. Non ci sono riscontri sull'amore di Giovanna per questo giovane, ma è pur vero che Enrico come suo camerlengo (preposto all'ufficio della cassa del tesoro) le era stato sempre vicino, nei giorni terribili dell'assedio al castello, quando il popolo napoletano lo assalì per invocare giustizia nei confronti degli uccisori di Andrea, e durante la sofferta fuga ad Avignone.
Ludovico, complice l'Acciaioli, intentò un processo per tradimento nei confronti di Enrico che, il 23 aprile del 1349, finì sul patibolo. Non fu, come si potrebbe pensare, un cruento atto di gelosia, (un sentimento sconosciuto a Corte), bensì una operazione politica per privare Giovanna di uno dei suoi sostenitori più fedeli.

Giovanni Pipino, intanto, combatteva e resisteva in Puglia. Si era stabilito nel castello di Bisceglie e da lì, efficacemente, controllava la costa sino a Manfredonia e la via che portava alla sua Altamura: da questa città era in posizione strategica, poiché vi passavano le strade che conducevano in Basilicata e, quindi, ad ovest, verso la Campania e a sud-est, attraverso Matera, a Taranto. Questo consentiva al principe di Bari di portare agevolmente lo scompiglio a Barletta, Molfetta e Giovinazzo.

Gli Ungheresi e i loro alleati si erano concentrati a Barletta per approntare un esercito, allo scopo di riportare sotto il loro controllo le terre del centro e del sud della Puglia. Il generale ungherese Stefano voivoda, però, non era stato in grado di esaudire la richiesta di aiuto dei cittadini gravinosi, accorsi da lui per sollecitare l'invio di un drappello di cavalieri che li difendesse dall'arrivo imminente del conte Sanseverino. Era evidente che gli Ungheresi avevano qualche lacuna nella loro organizzazione militare e questo li costrinse più a cercare un'alleanza che uno scontro con il principe di Bari.
Stefano voivoda chiese una tregua a Giovanni Pipino e propose un incontro, a metà strada tra Bisceglie e Trani, nei pressi di un torrente asciutto.
Erano presenti con Stefano voivoda, il duca di Guarnieri, Corrado Lupo e il conte Nicola di Eboli. Il Palatino si presentò scortato da due suoi cavalieri e con il suo nuovo stendardo, in cui le tre ostriche da rosse erano divenute color oro.

Stefano voivoda ricordò al Pipino i benefici ricevuti dagli Ungheresi per la sua liberazione dalla prigionia, grazie all'intervento di Andrea in suo favore, cosa che gli costò la vita. Quindi lo richiamò ad essere fedele al sovrano di Ungheria e lo invitò a non recare più danni e fastidi ai cittadini di Molfetta e di Giovinazzo, città che erano sotto la protezione degli Ungheresi. Giovanni Pipino, per nulla intimorito, rispose:

"Nobilissimi cavalieri, abbiamo ben compreso le parole da voi pronunciate; e crediamo che a voi siano ben note le cose che vi diciamo. Forse sapevate che quando il Signor re di Ungheria venne la prima volta, noi fummo suoi alleati e nella sua speranza venimmo sino in Ungheria per indurlo ad intervenire affinchè si vendicasse dei suoi traditori. Egli dopo essere entrato nel regno ed essersi vendicato dei traditori, perdonò ancora di più i nostri nemici e su loro indicazione stabilì di farci uscire dal regno; cosa a cui ci dovemmo adeguare con grande dispiacere, non essendo noi così potenti da contrastare la sua volontà. Ora ci chiedete di passare al suo servizio. Giammai! Non avete alcun diritto di chiedercelo in quanto da lui non ci è stato concesso alcun feudo. Ma alla vostra cortese e amichevole richiesta, vogliamo promettere per il futuro di vivere in pace con voi e con una duratura tregua. Desideriamo che sulle terre di Giovinazzo e Molfetta non ci rechiate danno, consentendo insieme di governarle. Dopodiché, sul nostro onore, vi promettiamo che, acquisite quelle terre al nostro dominio, vivremo in pace, astenendoci da qualsiasi ostilità nei confronti dell'onore della regia maestà. Se qualora da parte vostra voleste impedirci questo, noi con i nostri soldati vi resisteremo da nemici".

La risposta del Palatino provocò il risentimento di Stefano voivoda che s'incollerì al punto di ordinare ai suoi cavalieri di arrestare Pipino. Corrado Lupo e il conte d'Eboli, cognato di Pipino, si adoperarono per convincere l'Ungherese a rispettare la tregua, che vietava di far prigionieri i propri interlocutori e di accettare le proposte del principe di Bari, a condizione che lo stesso s'impegnasse a rispettare le città alleate agli Ungheresi. L'accordo fu giurato sui Vangeli e ognuno ritornò donde era venuto.
La spregiudicata condotta del Palatino nell'incontro con i suoi avversari poteva sembrare fuori da ogni ragionevole prudenza, ma sottolineava ancora una volta la sua coerenza nel perseguire un proprio disegno tendente a ripristinare l'antico patrimonio feudale in piena autonomia, senza essere debitore, per questo, nei confronti di alcuno. È probabile che Giovanni fosse, però, a conoscenza dei disegni di Ludovico, che aveva deciso di trarre in una trappola gli Ungheresi, distogliendoli dalla Puglia.

Il voivoda, difatti, subito dopo il colloquio con il principe di Bari, si avviò verso la Campania per sostenere le richieste che gli erano giunte da parte di alcune città del Casertano, che dichiaravano di volersi alleare contro Napoli. Erano, però, tali richieste, il frutto di un inganno ordito dallo stesso Ludovico.
Non appena il voivoda partì, Giovanni Pipino, rimangiandosi l'impegno assunto con i generali ungheresi, riprese le ostilità; contemporaneamente, Roberto Sanseverino entrava in Puglia e si affacciava sotto le mura della filoungherese Gravina, con mille cavalieri e numerosi fanti. Tutto lascia intuire che i Napoletani avessero organizzato una manovra militare in grande stile. Una volta attirato nella trappola campana, al voivoda si sarebbe resa difficoltosa la ritirata verso la Puglia.

I cittadini di Gravina, feudo di Maria d'Angiò, riuniti in assemblea avevano deciso di schierarsi con gli Ungheresi, ma l'arrivo di Roberto Sanseverino consentì al partito filonapoletano di ribaltare la posizione consentendo, a chi la pensava diversamente, di lasciare la città per non incorrere nelle prevedibili vendette. Diversi furono tuttavia gli atti di ritorsione: una povera donna, che aveva l'unica colpa di essere moglie di un avversario politico, mentre transitava per strada portando una fiammella per accendere il fuoco in casa, fu passata a fil di spada; un partigiano degli Ungheresi fu imprigionato e impiccato. Altri furono costretti a cedere i loro beni in cambio della libertà. Ma anche i vincitori dovettero ben presto conoscere la dura legge del più forte. I soldati del Sanseverino, una volta entrati in città, requisirono tutte le vettovaglie disponibili senza distinguere tra amici e nemici e "si toglievano seco le donne, le vergini bellissime precipuamente". La stessa giovane e aggraziata moglie di Domenico di Gravina, prezioso cronista di quel secolo, inventò una infermità causata da un recente parto per evitare di essere violentata e un'altra donna, per sfuggire alle voglie dei soldati, si nascose a bagnomaria per molti giorni in un pozzo d'acqua; neanche Alessandra, la meretrice del paese, fu risparmiata e, forse per non aver distinto nelle sue funzioni tra amici e avversari, fu condannata al rogo e bruciata viva.

A Gravina, intanto, si procedeva con sommari processi nei confronti dei filoungheresi, e per dare un'idea di quale penosa situazione si fosse creata nel regno di Giovanna I illuminante è l'argomentazione difensiva del giudice Martuccio, capo del partito filo-ungherese della città, accusato, ingiustamente, dal cognato:

"Dunque, Signore [rivolto al Sanseverino], se per questa cagione devo morire, tutti gli uomini di questo regno meritano di morire di atroce morte; perché tutto il regno dopo la morte di Andrea, nostro signor duca, si diede al dominio degli Ungheresi, e dopo il ritorno di Ludovico e della regina e di sua sorella duchessa di Durazzo [Maria d'Angiò] ognuno si diede al loro dominio. E dopo la seconda venuta degli Ungheresi, novellamente il regno si fu diviso, e a tutti gli uomini di questa città piacque di darsi al dominio degli Ungheresi".

La verità del povero giudice, così toccante nella sua semplicità, servì a ben poco; finì appeso, a testa in giù, dall'alto di una torre e, tra mille torture, impiccato. Il cadavere straziato fu lasciato per dieci giorni esposto nella piazza. La verità era solo quella dei vincitori, non importa se ottenuta con la forza, con l'inganno, con le false suggestioni.
Le città meridionali non furono estranee ai primi tentativi di autonomia nelle decisioni politiche della comunità, come è dimostrato dalle vicende di Gravina, anche se le apparenze sembrano confermare quanto le popolazioni fossero pronte a seguire le bandiere dei vincitori. I baroni contribuirono, con la loro ottusità, a frustrare, in molti casi, ogni tentativo di emancipazione municipale e seppero sempre avere buon gioco nel respingere le istanze autonomiste delle città.

Giovanni Pipino, con cinquecento cavalieri teutonici e con una moltitudine di cittadini arruolati nelle campagne e nelle città sue alleate, muoveva contro Molfetta.
I Molfettesi si difendevano risolutamente, ma caddero in un tranello che il Palatino aveva preparato. Fingendo una fuga, si lasciò inseguire dai cittadini che, giunti ad un miglio dalle mura della città presso la chiesa della Madonna dei Martiri, furono accerchiati e sconfitti. Un centinaio di pri- gionieri, tra i quali molti nobili cavalieri, furono trasferiti nelle carceri della vicina Bisceglie per essere poi rilasciati, dietro il pagamento di un riscatto e della resa della città, ai vessilli del principe di Bari. Sanseverino, invece, lasciata Gravina, si era portato verso la costa e, prima di attaccare Trani, espugnò la città di Ruvo, mettendola a ferro e fuoco.

"Oh quanto terribili urli e pianti di uomini, di donne e d'infanti fanciulli dell'uno e dell'altro sesso! [...] e moltissime donne, precipuamente le vergini, sono prese da empi carnefici e molte di loro a carnali vituperi sono trascinate".

La città fu saccheggiata e incendiata e i suoi abitanti emigrarono in Basilicata, trascinando le loro povere masserizie lungo i sentieri della Murgia che costeggiavano Castel del Monte e il Garagnone.
Sanseverino proseguì la sua marcia, conquistando Cerato e Terlizzi, per poi presentarsi sulla costa, alle porte della filoungherese Trani. Giovanni Pipino, dopo aver conquistato Molfetta, marciò contro Giovinazzo. La cittadina fu assediata dal mare e da terra. Ad aiutare il Palatino erano giunte da Bari quattro galee napoletane e gli abitanti, non vedendo alcuna via di scampo all'assedio, decisero di arrendersi, innalzando il vessillo di Giovanna I. Pipino ottenne dalla città cento once d'oro e otto ostaggi, ciascuno in rappresentanza delle classi sociali cittadine, a garanzia della totale e completa fedeltà. Gli ostaggi furono imbarcati sulle galee e custoditi nel castello di Bari.

L'assalto di Sanseverino alla città di Trani fu respinto, le scale dei soldati angioini appoggiate alle mura vennero rigettate nel fossato e il conte Sanseverino, colpito da una freccia, rimase seriamente ferito ad una coscia. Il conte, immobilizzato dalla ferita e in difficoltà per la mancanza di vettovaglie, decise di ritirarsi a Gravina, per poi, di lì, raggiungere Ludovico di Taranto che si preparava ad affrontare le truppe ungheresi a Melito, nei pressi di Aversa.
Il conte di Minervino, instancabile, continuò nella sua guerra. Con l'impiego di torri, baliste e arieti si rivolse contro la fortissima città di Bitonto che si difese con un migliaio di abili balestrieri. Lo stesso Palatino rischiò la morte, per una freccia scagliata dalle mura della città, fortunosamente evitata per aver piegato il capo al momento giusto.
I Bitontini, dopo tre settimane di assedio, compresero di non poter resistere a lungo e gli inviarono ambasciatori con un messaggio:

"Dite al Palatino che non ci molesti e aspettiamo, invece, di vedere chi sia il vincitore di questo Regno, se il re di Ungheria o la Regina, in quanto è ovvio che il Cielo ad uno di loro darà la vittoria".

Per tutta risposta il principe di Bari, arruolati i cittadini di Palo del Colle, si diede alla sistematica devastazione degli uliveti e dei trappeti. I baresi alleati di Pipino, accorsi in gran numero, si davano da fare a spiantare cipolle negli orti, e agli assediati che dalle mura assistevano impotenti a tanto scempio, gridavano: "oh valorosi Bitontini, perché non venite a raccoglierle?". I Bitontini, stremati, chiesero una tregua al Palatino, e la ottennero dietro il pagamento di cento once d'oro e con la concessione di alcune settimane di riflessione per decidere da che parte schierarsi. L'incontro risolutivo fra le parti fu fissato per metà luglio, presso il campo di san Leone.
Giovanni, poi, si diresse verso Bari, ma la città rifiutò di aprirgli le porte forse per non legittimarlo come suo principe e mantenere così la sua autonomia.

Tornato a Bisceglie, dopo aver sostato a Monopoli per un breve periodo di riposo, riprese le sue operazioni militari prendendo di mira Barletta. Nell'estate torrida del Sud (fu tale il caldo, che il cronista annota la morte di tre robusti cavalli ungheresi nel dì del Corpus Domini), si riaccese a Barletta lo scontro tra i Degattis, partigiani degli Ungheresi, e i filoangioini della Marra.
Nel frattempo, Ludovico di Taranto tentò, con un inganno, di sorprendere le truppe ungheresi a Melito; purtroppo, la sua astuzia si risolse in una immane disfatta. Vennero fatti prigionieri un migliaio di Napoletani, moltissimi nobili, tra i quali i Sanseverino e Raimondo del Balzo, che furono sottoposti a crudeli torture; costoro, per essere rilasciati, pagarono un riscatto di trentatremila fiorini d'oro.
La sconfitta di Ludovico fu talmente grave che si rese necessario l'autorevole intervento di Clemente VI per impedire che si trasformasse, irrimediabilmente, nella fine del regno di Giovanna. Il papa riuscì ad imporre una tregua dietro il pagamento di un riscatto di duecentomila fiorini d'oro da versare ai generali ungheresi per liberare i prigionieri napoletani. La notizia della sconfitta di Melito si propagò come un fulmine per tutto il regno; lo stesso cronista notar Domenico di Gravina annota che il risultato dello scontro, avvenuto il sabato, arrivò la domenica sera al castello di Garagnone (situato sulla Murgia, tra Altamura e Gravina, di cui ancora oggi sono visibili, confusi tra le rocce, resti delle mura), distante dal campo di battaglia almeno cento miglia.

Pipino risentì immediatamente le conseguenze della disfatta di Ludovico; il voivoda, tornato in Puglia, forte del danaro ricavato dal riscatto dei baroni sconfitti, offrì mille fiorini ai mercenari del principe di Bari, senza stipendio da tre mesi, in cambio della loro diserzione. La somma fu subito accettata dagli abili capitani mercenari di Giovanni (tra cui Hebniger, connestabile di Lupisce) che passarono dalla parte ungherese e inviati a difendere Bitonto.
I Bitontini, forti del sostegno degli uomini di Hebniger, nel giorno concordato con Pipino, si schierarono presso il campo di san Leone, per affrontarlo in battaglia. Il Palatino, ovviamente, si guardò bene dal presentarsi. Al capitano bitontino, dopo aver proclamato solennemente l'assenza di Giovanni Pipino, non rimase che rientrare in città, per festeggiare. La mattina dopo, Bitontini e Ungheresi si scatenarono furiosamente contro i paesi vicini, radendo al suolo la contrada di Auricarro. Toccherà, subito dopo, alla vicina Palo che si difese come poteva in una giornata rovente di fine luglio. I Bitontini tornarono all'assalto della città preferendo le ore serali per ovviare agli inconvenienti dell'ardente sole pugliese. Ci vollero due giorni per caricare sui carri tutte le vettovaglie e i beni predati e portarli a Bitonto. Poi si diressero verso Bari per restituire ai suoi abitanti la cortesia delle cipolle spiantate.

Gli Ungheresi e i loro alleati assalirono altre città, saccheggiando e stuprando, inseguendo i contadini sin dentro i boschi per torturarli. All'inferno si aggiunse l'inferno.
Giovanni Pipino, insieme ai fratelli, tentò di reagire. Si precipitò ad Altamura, si appellò agli abitanti della città, convinse i contadini che al terrore bisognava reagire, e raccolta una moltitudine di gente armata di mazze, forconi e qualche spada, con pochi cavalieri, scese verso la pianura per tentare di sorprendere e contrastare l'avanzata degli Ungheresi.
La sorpresa sfumò. Alcuni abitanti di Balsignano (borgo situato nelle vicinanze di Modugno, dove sono ancora visibili i resti di una abbazia benedettina) avvertirono gli Ungheresi, i quali, seppure inferiori di numero, erano militarmente meglio preparati. Divisero la cavalleria in tre squadre e attaccarono, con successo, i coraggiosi contadini del Palatino, nella pianura di Bitritto. Lo stesso principe, a cavallo di un bellissimo baio di nome Boccadoro, fu catturato da Hebniger.

I fratelli di Giovanni Pipino non si persero d'animo e si lanciarono all'inseguimento di Hebniger che stava conducendo di gran carriera il prigioniero verso Bitonto. Luigi Pipino riuscì a raggiungere la scorta ungherese e liberò il fratello, per poi darsi ad una precipitosa fuga e riparare nel vicino castello di Loseto dove, nel frattempo, i soldati e i contadini sconfitti si erano rifugiati.
Scese la sera; Pipino con le sue truppe rifugiate nel piccolo castello di Loseto, disponeva di poche vettovaglie. La condizione degli assediati era tragica, ma gli Ungheresi, dopo aver devastato le campagne dei contadini losetani, decisero di ritirarsi a Modugno, nel timore che dalla vicina Bari potessero giungere rinforzi a favore del Palatino.
Ferito nell'orgoglio, compromesso il suo ascendente verso la popolazione che lo aveva sostenuto - vedendo in lui l'uomo della possibile salvezza - pieno di tormento e di rabbia, Giovanni Pipino si recò nella cattedrale di Bisceglie per fare un singolare voto, quello di togliersi un calzare che avrebbe dovuto indossare nuovamente solo quando l'onta subita fosse stata riscattata.
Giovanni Pipino, con il piede scalzo, si accinse ad affrontare nuovamente i suoi nemici.

Le città di Terra di Bari furono nuovamente sottoposte agli assalti ungheresi. Corato respinse l'assedio grazie al geniale impiego di rudimentali ordigni incendiari, costituiti da orci colmi di olio e rami secchi accesi, che venivano scagliati sui nemici per bruciarne le torri e i trabucchi.
La popolazione si era stancata di tanti eccessi; gli stessi contadini andriesi, barlettani e tranesi che appoggiavano l'esercito ungherese decisero di ritirarsi. Gli Ungheresi li apostrofarono: "Vi liberammo dai latini, dividemmo con voi le prede dei nemici, ora che la vittoria è vicina, voi così ci ricompensate, con il tradimento?". Alle rimostranze per la loro diserzione improvvisa, i contadini-soldati risposero: "Ormai siamo stanchi di combattere. Chi vuole combatta. Noi vogliamo ritornare alle nostre case per riposare". Sembrerebbe vigliaccheria, ma la verità è un'altra. Si era avvicinato il tempo della vendemmia e i contadini non volevano perdere l'unica risorsa ancora disponibile per la loro sopravvivenza. Un duro inverno era alle porte, i raccolti erano stati compromessi da incendi, devastazioni, e la peste aveva decimato la mano d'opera.

Pipino piede scalzo, nottetempo, con circa duecento cavalieri, si diresse verso Barletta sapendo che la città era sguarnita di soldati. Ordinò ad alcuni dei suoi di nascondersi in un vigneto e, all'alba, mandò una sparuta avanguardia verso la città, con il compito di provocare e predare i cittadini e i contadini di Barletta, per poi fingere una rapida ritirata. I Barlettani inseguirono l'avanguardia inviata contro di loro da Pipino, cadendo in pieno nella trappola; oltre cento di loro furono fatti prigionieri. Pipino si diresse verso la città ritenendo che i suoi abitanti, alla vista dei loro concittadini prigionieri, si arrendessero; invece i Barlettani chiusero le porte delle mura e si difesero con nutriti lanci di frecce, aiutati anche dai frati minori del vicino monastero di S. Francesco. Pipino piede scalzo ripiegò e, giunto nella vicina chiesa di S. Maria delle Monache, pago del risultato, decise di sciogliere il voto: fatte squillare le trombe, innalzato il vessillo, si rimise il calzare.

I Barlettani decisero di reagire alle continue vessazioni del Palatino arruolando alcuni mercenari al seguito delle truppe ungheresi; costoro, avendo saputo che un centinaio di cavalieri del Pipino si erano recati nelle terre di Andria per far razzie, organizzarono una imboscata, attendendo i soldati del principe nei pressi di un bosco, alle porte di Bisceglie. L'agguato riuscì e tutti i cavalieri del Palatino furono fatti prigionieri; per farli rilasciare, Pipino fu obbligato a liberare tutti i Barlettani da lui precedentemente catturati.
I colpi di scena di questa guerra si susseguivano senza tregua. Questa volta a farne le spese fu lo stesso voivoda. Ad Aversa, dopo la vittoria di Melito, i mercenari del conte Lando e del duca Guarnieri chiedevano, con minacce e a gran voce, gli stipendi arretrati di due mesi più una doppia paga, promessa in caso di vittoria, per un totale pari a ben centomila fiorini. Il voivoda non poteva far fronte alle loro richieste, perché privo delle necessarie risorse finanziarie attese dall'Ungheria.

A toglierlo dall'impaccio ci pensò lo stesso Ludovico di Taranto che, venuto a conoscenza dello scontento dei mercenari ungheresi, offrì loro duecentomila fiorini in cambio della diserzione. Stefano voivoda, fiutando il tradimento, si ritirò in gran fretta a Manfredonia.
Mentre il voivoda si preoccupava di come affrontare la diserzione dei suoi avventurieri, nei porti di Manfredonia e Barletta, inaspettatamente, arrivarono moltissime navi, provenienti dalla sponda opposta. Era giunto Luigi di Ungheria con il suo esercito, per invadere nuovamente il regno di Giovanna I. Il re, appena sbarcato, si insediò nel castello di Trani dove si recarono i baroni a lui fedeli per rinnovargli l'atto di vassallaggio. Informato degli atteggiamenti del Palatino, ordinò di assediare Bisceglie inviando parte del suo esercito e due galee per circondare, da mare e da terra, il castello dove erano arroccati i fratelli Pipino.
Al Palatino non rimase che la resa, che fece nel modo più spettacolare e originale; cavalcando un'asina, vestito solo di una camicia si presentò a Luigi d'Ungheria, con un grosso capestro al collo.
Lo stesso re fu sorpreso, e apprezzando la solenne umiliazione, lo perdonò reintegrandolo nel suo feudo di Minervino. Al Palatino non sembrò vero di poter riprendere quel feudo a cui tanto era legato e si precipitò subito sulla Murgia per dare l'assalto al castello della città, difeso dai soldati di Raimondo del Balzo. Non riuscendovi, chiese ed ottenne da Luigi di Ungheria trabucchi, baliste ed arieti che gli resero più facile espugnare la città. Il sovrano ungherese, però, memore della volubilità del conte di Minervino, prese le sue precauzioni tenendo in ostaggio, nel castello di Barletta, Pietro Pipino.

In Puglia ripresero i saccheggi, le violenze, gli incendi. Gli Ungheresi conquistarono numerose località: Fasano, Villanova, Putignano, Casamassima. La sorte più dolorosa toccò ad Andria, che fu rasa al suolo. Prima, però, si ebbe l'accortezza di chiudere le porte di accesso alla città, per impedire la fuga ai cittadini. Furono strappati i denti agli uomini, e le donne - ritenute dal nostro notar Domenico tra le più belle di Puglia - subirono l'ennesimo stupro di massa.
La presenza del forte esercito di Luigi di Ungheria, pare fosse costituito da circa sessantamila soldati, doveva rendere abbastanza problematica la convivenza con le popolazioni. A Barletta, città che nelle alterne vicende di questo periodo era stata fedele alla causa ungherese, scoppiò un tumulto causato da una banale rissa tra cittadini e soldati i quali, giocando a dadi in una osteria, avevano litigato, per poi mettere mano ai coltelli.

Un cittadino rimase ferito e tanto bastò per dare la stura all'insofferenza nei confronti delle truppe. Re Luigi, che risiedeva in quel momento nel castello della città, dopo aver rimproverato i suoi capitani, a cui aveva dato precisi ordini di non molestare in alcun modo l'ospitale popolazione, intervenne direttamente nella contesa e, armi alla mano, placò gli animi dei suoi soldati.

Sedato il tumulto, Luigi si avviò con l'esercito verso Napoli, deciso a chiudere la partita con Giovanna I. Questa volta la sua marcia, però, non fu spedita come la prima, a causa di resistenze e opposizioni di alcune città. Giunto ad Aversa, Luigi incontrò alcuni ambasciatori napoletani che gli proposero il matrimonio con Maria d'Angiò, rimasta vedova per mano dello stesso re ungherese.
L'ambasciata era stata .segretamente organizzata dalla stessa Maria, che da tempo tramava contro la sorella. Il matrimonio con il presunto vincitore della guerra non poteva che rafforzare la sua posizione personale. Luigi d'Ungheria rifiutò la proposta.

Giunto sotto le porte di Napoli, l'Ungherese, in una sortita, rimase ferito seriamente ad un piede e nel delirio della febbre sognò di morire tragicamente. Nel suo accampamento si erano accesi focolai di peste, e a preoccupare ancora di più il sovrano furono le notizie che giungevano da Viségrad, dove alcuni nobili si erano ribellati, anche a causa della sua assenza. L'ennesimo intervento di Avignone a favore dei regnanti napoletani contribuì a rafforzare la convinzione del giovane re ad abbandonare l'impresa; in cambio, Luigi pretese dal pontefice la celebrazione di un secondo, e più equo processo contro Giovanna per l'assassinio di Andrea. Poi si recò a Roma per il giubileo e, tornato in Puglia, fece vela verso l'Ungheria, lasciando parte dei suoi soldati sul territorio, in attesa degli sviluppi del nuovo processo a Giovanna.

Giovanna I partì subito dopo per Avignone, dove affrontò il nuovo giudizio. Nella sala della Grande Udienza dalla volta celeste affrescata da infinite stelle della turrita chiesa avignonese, fu pronunciata la definitiva sentenza del sacro collegio:

"Il regicidio di Andrea non era avvenuto per corrotta intenzione o volontà della regina, ma a causa di malìe o fatture che le erano state fatte; alle quali la sua natura fragile femminile non aveva saputo, ne potuto, riparare".

Giovanna, per il sacro collegio, era vittima delle circostanze, forse delle pratiche magiche della fattucchiera Filippa la Catanese e per questo le si riconosceva, di fatto, la condizione di chi era incapace di intendere e volere. E seppure si lasciasse intendere che fosse stata complice, in qualche modo, del delitto, fu nuovamente e definitivamente assolta.
Luigi il Grande, vedeva, così, frantumarsi il sogno di costruire un grande Impero che unisse l'Ungheria, la Polonia e l'Italia meridionale e, anche se poco soddisfatto della sentenza di Avignone, liberò i principi napoletani tenuti in ostaggio a Viségrad, che ritornarono a Napoli, con notevoli risentimenti verso i cugini regnanti.

A tirare le somme, l'impresa dell'Ungherese, nonostante gli sforzi finanziari e le ripetute spedizioni militari, si rivelò un fallimento e la vera vincitrice risultava Giovanna I. Il conto più salato di questa guerra dinastica lo pagarono, però, i cittadini e i contadini, ridotti in uno stato di maggiore indigenza dalla peste e dalla carestia.
Ma il peggio doveva ancora venire.

A Napoli, Giovanna, dopo l'assoluzione di Avignone, fu abilmente esautorata dei suoi poteri dal marito, Ludovico, e dall'Acciaioli. Clemente VI non abbandonò la sua pupilla e, ancora una volta, intervenne in suo aiuto; dalla Provenza partirono otto galee, comandate da Ugo del Balzo che, giunto nel regno, impose a Ludovico di restituire alla consorte le sue prerogative di governo.
Ugo del Balzo, dopo aver ripristinato i poteri di Giovanna, approfittando dell'allontanamento dei sovrani dalla reggia, si recò a Castel dell'Ovo per rendere omaggio a Maria d'Angiò. La visita nascondeva un secondo fine. Improvvisamente Roberto, figlio di Ugo del Balzo, trascinò l'ignara principessa nella camera da letto e la violentò per imporle il matrimonio riparatore. Fu il pegno che doveva pagare Giovanna in cambio dell'aiuto ricevuto dai Provenzali? Fu un modo per impedire definitivamente il disegno di Maria di coniugarsi con il re di Ungheria? Fu un piano di Clemente VI per dare Maria d'Angiò in moglie a un del Balzo e per porre fine, così, alle lotte sotterranee dei principi? Probabilmente non lo sapremo mai.

Acciaioli, però, non si dava per vinto e, corrotte alcune sentinelle delle navi provenzali, consentì a Ludovico di salire sulle galee francesi per affrontare e uccidere in duello Ugo del Balzo. Il tarantino si giustificò con il papa rammaricandosi dell'omicidio, compiuto per vendicare l'onore della nuora violentata. Questo consentì a Ludovico di riprendersi il potere e costringere Giovanna a sottoporsi ad umilianti condizioni, togliendole i sigilli e le chiavi della cassa.
Fu la stessa Maria, qualche mese dopo, a vendicarsi del suo violentatore; si recò nella stanza in cui era sorvegliato e lo fece decapitare sotto i suoi occhi; poi ordinò di gettare in mare il corpo dilaniato dall'alto delle torri di Castel dell'Ovo. Nell'estate del 1353, approfittando dell'assenza di Giovanna, la vendicativa principessa, deposte le vesti da lutto, si recò in casa di Filippo di Taranto, fratello di Ludovico, e lo fece suo sposo.

fo_win3  Al settimo capitolo   Settimo capitolo

 

 
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Alcune note :

Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........

Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).

Commenti sono ben accetti.

 

 

 

pipino_capitolo_7

 

militare_01 Clemente VI non abbandonò Giovanna e si adoperò per riavvicinarla al marito. Venne stabilito un compromesso secondo il quale alla sovrana fu restituita una delle due chiavi del tesoro e il sigillo per gli atti amministrativi e, in cambio, Ludovico poteva cingere la corona e compartecipare al governo del regno. Nel giorno della Pentecoste, Ludovico, con uno scettro d'argento dorato, vestito di seta bianca, con una tunica rossa fregiata di gigli d'oro, in una solenne funzione nella chiesa di santa Chiara, fu incoronato re. Ma la sua gioia fu turbata da un incidente: durante il corteo, il suo cavallo si imbizzarrì, cadde e tre fregi della corona si spezzarono. Non fu un buon presagio. Il regale ricevimento si svolse a Castel Nuovo, con danze e canti, suoni di liuti e ricche vivande e con straordinarie esibizioni di un funambolo, mentre in una stanza della reggia una bambina ammalata, Francesca, nata dal matrimonio dei due sovrani, moriva senza che la festa fosse interrotta.

Giovanna e Ludovico, il 7 aprile del 1352, per imporre la pace nel regno, così pesantemente provato dalla guerra, decisero di amnistiare tutti i baroni che si erano schierati con gli Ungheresi, perdonando loro tutti i delitti e tradimenti commessi. Il popolo delle campagne, purtroppo, continuò a pagare gli strascichi della guerra, perché angariato dagli abusi e dalle violenze di bande organizzate dai mercenari rimasti nel regno.

Tra i baroni filoungheresi perdonati e riammessi nei loro antichi feudi, vi era anche Pietro Pipino a cui fu riconosciuta la comestabulia sulla città di Lucera e il diritto di ricevere tutti i frutti e i redditi della città di Sansevero, così come era stabilito nello stesso testamento della regina Sancia, che dichiarava legittimo proprietario del feudo il Pipino; gli fu, inoltre, concesso di esercitare il "mero e misto imperio" - cioè il diritto di giudicare i suoi sudditi - nelle terre di Torremaggiore.
In questa atmosfera di riconciliazione, Giovanna e Ludovico non erano in grado di pagare il censo dovuto alla Curia avignonese, segno di come le casse regie fossero vuote, e invitarono inutilmente lo stesso Clemente ad amministrare direttamente il regno. Per far fronte alle sue esigenze, Giovanna si vide costretta a vendere Prato ai Fiorentini per diciassettemilacinquecento fiorini d'oro.
Tutto lasciava presupporre che per il regno si prefigurasse un periodo di pacifica e tranquilla esistenza. Non fu così: il ritorno dall'Ungheria dei principi cugini, tarantini e durazzeschi, riaprì vecchi e nuovi contenziosi. I principi pretendevano ricche donazioni, come ricompensa per la prigionia subita, e per ottenerle non lesinarono atteggiamenti di sfida nei confronti dei sovrani. Roberto di Taranto, che non aveva dimenticato l'affronto subito per essere stato sostituito come consorte di Giovanna dal fratello, ridicolizzò pubblicamente la regina non presentandosi al suo cospetto per renderle i dovuti omaggi. Roberto Durazzo, appena mise piede sul suolo napoletano, inopinatamente lanciò il guanto di sfida a Luigi di Ungheria che, informato, minacciò una nuova invasione. Ludovico fu costretto ad adoperarsi con un grande sforzo diplomatico per chiudere l'incidente senza conseguenze. Ludovico Durazzo, ancora più inquieto, preferì ritirarsi nelle sue fortificazioni del Gargano, a Monte Sant'Angelo, per meditare la sua personale vendetta.

Un episodio di violenza giunse a turbare l'opinione pubblica napoletana. Giannotto Stendardo, un importante feudatario napoletano, si era invaghito di sua nipote: più che delle sue grazie, delle ricchezze ereditate per la morte del padre Jacopo Cantelmo. Rapì la fanciulla, non ancora quindicenne, e la violentò, facendola poi sua sposa.
Il pontefice invitò i sovrani ad un atto di giustizia favorevole agli eredi di Cantelmo, ma Giannotto fu, invece, difeso e giustificato da Ludovico. Il padre della ragazza, violentata, Jacopo Cantelmo, era infatti divenuto cognato di Giannotto avendo rapito, a sua volta, la sorella di questi, quando la fanciulla aveva solo tre anni!

Giovanna riuscì a trovare una intesa con i cugini tarantini. Filippo, già sposato con Maria d'Angiò, fu nominato giustiziere dell'Abruzzo. Chi fece le spese di questa decisione fu il feudatario di L'Aquila, Lallo Camponesco. Filippo, infatti, era andato a trovarlo nella sua città, ospitato con grandi onori. Lallo Camponesco, alla fine della visita, si offrì di riaccompagnare Filippo sulla strada del ritorno, e giunto il momento del commiato il principe tarantino, a tradimento, lo uccise.

Sembra che Giovanni Pipino, in questo frangente, fosse stato catturato in uno scontro con truppe residue ungheresi, insieme al conte Ruggero Sanseverino, e che entrambi fossero tenuti prigionieri, per breve tempo, a Viségrad.
Giovanna e Ludovico ne approfittarono e il 23 maggio del 1353, affidarono a Roberto di Taranto gli importanti feudi di Bari, Giovinazzo, Molfetta, Bisceglie e Potenza. Proprio quelli che erano stati precedentemente concessi ai Pipino, in cambio della loro alleanza contro gli Ungheresi: ancora una volta Giovanni Pipino si vedeva privato, senza apparente motivo, dei feudi a lui concessi. Di questo certamente ne gioivano, e probabilemnte non ne erano nemmeno estranei, i Sanseverino e i del Balzo, che invece, grazie all'appoggio di Acciaioli, consolidavano a Corte il loro potere e la loro influenza.
Ludovico Durazzo, che insieme al fratello Roberto, nulla aveva ottenuto, si era adirato per il matrimonio di Filippo di Taranto con la cognata Maria d'Angiò. Più volte il Durazzo scrisse al papa per ottenere la tutela dei figli della cognata, nati dal matrimonio con il fratello Carlo Durazzo, e tenuti letteralmente in ostaggio da Ludovico di Taranto.

Clemente VI, strenuo difensore di Giovanna, che tanto si era impegnato per mantenere unito il regno napoletano, morì. A succedergli fu Innocenzo VI, papa severo ed austero che volle moralizzare l'ambiente avignonese, troppo incline a soddisfare le esigenze temporali e personali di papi e cardinali. Giovanna, nonostante il parere contrario del nuovo pontefice, non avendo mai abbandonato la sua aspirazione di riconquistare la Sicilia, affidò a Niccolò Acciaioli, nominato Gran Siniscalco, il compito di riconquistare l'isola.
Il Fiorentino, più per una serie di fortunose circostanze che per abilità, riuscì nell'impresa, e il 20 aprile del 1354 conquistò Palermo. Giovanna, ricevuta la notizia, volle coinvolgere i sudditi napoletani nella sua gioia, invitandoli ad accendere una candela, da porre nella notte, sui davanzali delle finestre. Le cronache dell'epoca non dicono, però, con quello che costavano le candele e la poco florida situazione economica del regno, se tale iniziativa ebbe successo.
I Durazzo, che nulla avevano ottenuto dai sovrani, continuarono a coltivare i loro sentimenti di rivalsa, decidendo di ribellarsi.

Roberto Durazzo si recò in Provenza e, con soli ottanta uomini, conquistò l'imprendibile castello di Le Beaux, dei del Balzo, alleati fedeli dei tarantini. Fu una impresa notevole non solo per l'esiguo numero di soldati di cui disponeva il principe durazzesco, ma anche perché quel castello, oggi ancora visibile, è situato su una ripida e scoscesa rocca.
Ludovico Durazzo, invece, lasciò Monte Sant'Angelo per attaccare le città pugliesi fedeli a Giovanna e recuperare il feudo di Gravina, che era sempre appartenuto ai Durazzo, e che, grazie al matrimonio di Maria d'Angiò con Filippo, era ora controllato dai tarantini. Ludovico Durazzo cercò alleati alla sua causa e ne trovò uno nello scontento Giovanni Pipino: tornato dalla sua breve prigionia dall'Ungheria, il Palatino si era trovato destituito dei suoi feudi, passati nelle mani di Roberto di Tarante.

Giovanna e Ludovico sembravano, però, preoccuparsi poco delle inquietudini durazzesche, tanto che si guardarono bene dal sospendere le feste di carnevale, pur avendo le frontiere del regno minacciate dalla terribile compagnia di ventura del conte Lando, richiamato dal ribelle Roberto Durazzo e da Giovanni Pipino.
Innocenzo VI non nascondeva i suoi dissapori con la Corte angioina, causati da questioni non marginali: era rammaricato per l'atteggiamento del re tarantino che aveva perdonato Giannotto Stendardo per il rapimento della figlia di Jacopo Cantelmo; era, altresì, stufo delle continue sollecitazioni di Giovanna, tendenti alla restituzione di Avignone. I tentativi, inoltre, della Corte napoletana di ritoccare i confini del ducato di Benevento, che il papato riteneva inviolabili (essendo questo feudo direttamente amministrato da Avignone) provocarono il fortissimo risentimento del papa, che si dispose a dare una severa lezione ai suoi regali vassalli.
La ribellione dei Durazzo trovò, inizialmente, largo favore ad Avignone, grazie anche all'opera dello zio, il cardinale Talleyrand, che aveva persuaso il pontefice ad appoggiare la rivolta.

In occasione di una visita alla basilica di san Nicola di Bari, i sovrani avevano tentato, in vista dell'impresa siciliana, una riappacificazione con il Durazzo, ma il tentativo non ebbe successo per il fermo rifiuto di quest'ultimo a presentarsi al loro cospetto. Ludovico e Giovanna inviarono Giannotto Stendardo e il vescovo di Trani, quali loro ambasciatori, al conte Palatino per invitarlo ad un incontro. Giovanni accettò, però chiese, per salvaguardare la sua incolumità, che gli stessi ambasciatori rimanessero ostaggi nel suo castello di Minervino, sino al suo ritorno. L'incontro non sortì alcun risultato. Il Palatino, difatti, voleva in cambio della pace, il feudo di Monopoli e il ducato di Bari, impegni che Ludovico di Taranto non era in grado di assumere, essendo queste città sotto la giurisdizione di suo fratello Roberto. Le pretese di Pipino erano state formulate, probabilmente, con il preciso scopo di ottenere un rifiuto.
Durante la trattativa tra il re e il Palatino, a Barletta, furono rubati sessanta muli, con tutto il carico, furto che fu interpretato come un affronto architettato per screditare i sovrani.

Il 25 aprile del 1355, giunse a Napoli l'annuncio della scomunica a Giovanna e Ludovico, con relativa interdizione. Il severissimo provvedimento, giustificato dal papa con il mancato pagamento del censo dovuto alla Curia, favorì politicamente l'insurrezione dei Durazzo e di Giovanni Pipino. La notizia raggiunse i sovrani proprio durante gli ennesimi svaghi di Ludovico in quel di Pozzuoli. Il disegno papale era chiaro: la scomunica serviva a delegittimare i sovrani, che, come era già successo in passato a Federico II, dovevano umiliarsi e osservare fedelmente, per conservare il regno, le volontà di Avignone.
Ludovico Durazzo e il Palatino ne approfittarono subito per innalzare le insegne pontificie, per legittimare politicamente la loro sollevazione e perseguitare le città costiere pugliesi, fedeli al partito dei tarantini.
La ribellione dei Durazzo riprese con più vigore. Mentre Roberto portava lo scompiglio in Provenza, Ludovico, con i fratelli Pipino, agiva in Puglia. Gli insorti disponevano di discrete risorse, se furono in grado di assoldare le truppe mercenarie del conte Lando e di Annichino di Baumgarten. Riuscirono anche a fare proseliti portando dalla loro parte il conte di Caserta, Francesco Della Rath, al quale furono offerte cinquecento barbute e il feudo di Montecassino. Il barone Della Rath, accettata l'offerta, estese la rivolta in Terra di Lavoro e in quella di Otranto. Lo stesso Palatino non disdegnò di scrivere a Luigi di Ungheria, invitandolo ad intervenire nuovamente nel regno. Le sue missive, però, furono intercettate dalle spie angioine e consegnate al papa, che si preoccupò non poco, poiché tutto poteva tollerare, tranne un nuovo coinvolgimento del sovrano ungherese nelle faccende napoletane.

Ad Avignone, però, le cose mutarono. Il cardinale Talleyrand aveva preso posizione in favore dei giovani principi cardinali, la cui condotta morale e relativi privilegi avevano suscitato l'ira di Innocenzo VI. La cosa sfociò in uno scontro, tanto che il papa fu costretto a lasciare Avignone e, attraversato il Rodano, a rifugiarsi a Villeneuve. Alla fine, l'energico pontefice prese il soppravvento e riuscì ad imporre la sua volontà, ponendo fine ai lussi e alle gaie compagnie dei giovani cardinali avignonesi.
Dopo lo scontro con il cardinale Talleyrand, Innocenzo VI mitigò il suo dissenso con Ludovico e Giovanna, revocando la scomunica, ma non l'interdetto, e inviò l'inquisitore Francesco da Messina per colpire Ludovico Durazzo, che aveva aperto le porte alla eresia dei fraticelli: il principe durazzesco aveva ospitato a Monte Sant'Angelo il loro vescovo, con l'ambizioso obiettivo di unificare i vari movimenti che si ispiravano a san Francesco.

I fraticelli costituivano un ordine minore dei Francescani e godevano, come ordine mendicante, il favore delle genti più povere; per questo il Durazzo li favoriva in quanto gli consentiva di rendere più popolare la sua insurrezione. L'ordine si ispirava al poverello di Assisi ed era considerato un movimento eretico dalla Curia di Avignone, a causa delle loro severe critiche al potere temporale. In tema di ortodossia teologica, i fraticelli ritenevano che un sacerdote caduto in peccato non potesse ne confessare, ne celebrare l'eucarestia, ne, tantomeno, pretendere l'obbedienza da parte dei fedeli. Tesi che non potevano assolutamente essere tollerate dal clero avignonese, in gran parte poco incline ad osservare i voti di castità e povertà. La scomunica per eresia, nel Medioevo, costituiva la più severa condanna che il clero potesse comminare, e poteva comportare pene e torture atroci. In molti casi, significava essere cancellati dalla società. Gli Angioini, molto devoti a san Nicola e san Francesco (non è un caso che Ludovico d'Angiò, canonizzato, fosse un francescano), diedero sempre ospitalità ai fraticelli, difendendoli dalle accuse di eresia.

Luigi di Taranto aveva affidato all'Acciaioli il compito di contrastare la ribellione del Pipino e dei suoi alleati. Il Gran Siniscalco si presentò con tremila barbute nella pianura di Barletta ma, a sua insaputa, il re era sceso a patti con il conte Lando, proponendogli il pagamento di circa centomila fiorini d'oro in cambio della sua partenza dalle terre del regno. Il sovrano, però, non disponeva di tale somma e pensò di recuperarla imponendo una tassa di dieci carlini su ogni tomolo di sale; il popolo napoletano si ribellò, ritenendo ingiusto il tributo, che fu subito soppresso.

Il 23 maggio del 1355, Innocenzo VI, dopo aver precedentemente sollecitato (nel mese di febbraio) i sovrani napoletani affinchè si adoperassero per la restituzione del feudo di Minervino a Raimondo del Balzo, e quale segno del mutato clima politico ad Avignone, inviò una missiva a Giovanni Pipino e ai suoi fratelli:

"Sono stato informato che per ignote ragioni siete scontenti del re e della regina, per questo non solo favorite ma siete i principali direttori delle scellerate genti straniere le quali, pur essendo di diverse nazionalità, si sono riunite in compagnia spinte dalla cieca avidità. Sono meravigliato di questo vostro agire, poiché in epoche precedenti avete combattuto a favore dei sovrani, avendo sopportato a causa loro le tribolazioni della prigionia. Ed ora che serve di più il vostro aiuto, data la misera condizione in cui è ridotto il regno, ora che avreste dovuto più strenuamente combattere contro le orde straniere per cacciarle dal regno, non solo avete abbandonato i reali, ma vi siete schierati contro. Se volete evitare le pene spirituali e temporali, serve che mutiate atteggiamento per difendere la patria, per la quale Catone diceva che bisognava morire! E mio desiderio, comunque, la vostra salvezza a onore del vostro nome, e pregandovi di abbandonare l'errore interverrò a vostro sostegno per quello che ritenete giusto chiedere ai sovrani. Vi raccomando di esporre i vostri desideri al Vescovo di Trani scelto quale mio referente".

Dalla lettera, nella quale il papa riconosce i Pipino come "principali direttori" della ribellione durazzesca, si può ipotizzare che Innocenzo VI era seriamente preoccupato dalla piega che avevano preso gli avvenimenti e che potevano degenerare, sino al punto di riaprire gli interessi degli Ungheresi sulle vicende del regno napoletano. Di qui l'esortazione ai fratelli pugliesi di desistere dal loro atteggiamento, affidando al vescovo di Trani, vice cancelliere del regno, il compito di svolgere una intermediazione tra i Pipino e la Corte.
Ludovico Durazzo, forte dell'appoggio delle truppe del conte di Caserta e dei mercenari del conte Lando, era entrato, senza nessun contrasto, in Terra di Lavoro, giungendo sotto le porte di Napoli. Gli insorti erano tanto sicuri di avere ormai in pugno la situazione che, in attesa degli eventi e del pagamento di un notevole riscatto chiesto a Ludovico di Taranto, si dilettavano ad uccellare.

Nel marzo del 1356, l'insurrezione era ancora attiva, lo si deduce da una lettera di Acciaioli inviata a suo fratello:

"Là dove io pensavo che dovessimo possedere queta pace, ne converrà fare guerra. Ma se lo re vorrà faticare un poco e venire qua, siccome io ho scritto, tutto sarà per lo meliore; perché a li ordini che si prenderanno, si castigherà la pazzia e li tradimenti de lo Palatino; e ipso castigato, sarìa reformato tutto questo reame; ma se lo re volerà questo negligere, ipso ne sarà lo primo ripenituto".

E ancora evidente che Giovanni Pipino, nella contesa, rappresentava una parte rilevante, difatti anche la lettera di Acciaioli sembrava assegnargli, nella vicenda della ribellione dei durazzeschi, un ruolo centrale.
Con l'aiuto del legato pontificio, il cardinale soldato Egidio di Albornoz, l'Acciaioli riuscì a raccogliere delle truppe e ad accamparsi a ridosso dei ribelli, attendendo che da Napoli Ludovico si decidesse ad uscire, per stringere in una morsa l'esercito nemico. Il re angioino, invece, preferì continuare a rallegrarsi con divertimenti e danze e, nuovamente, tentò l'accordo con il conte di Lando; accordo che, questa volta, fu raggiunto con un esborso di trentacinquemila fiorini, subito, e altri settantamila da consegnare in due rate.

Ludovico, che di faticare aveva poca voglia, assoldò dal Lando ottocento barbute e le inviò contro il Palatino. Si scontrarono a Barletta, in una drammatica battaglia dalle alterne vicende; infine, grazie al coraggio di due mercenari del Palatino, Muscherada e Matarazzo, le truppe regie e i mercenari del di Lando subirono una disfatta.
Acciaioli, dopo questa sconfitta, aveva fretta di intavolare trattative di pace con il forte Pipino, poiché la ripresa della guerra in Sicilia lo richiamava a nuovi e urgenti compiti. In una lettera inviata a suo fratello nel luglio del 1356, il Gran Siniscalco affermava:

"Non posso estimare ancora lo fine, [della guerra] imperò che nulla cosa infirma potè essere firma, e lo Palatino è costante in inconstantia e in ogni perditione".

L'accordo fu raggiunto con Acciaioli, con la cessione di due suoi importanti feudi a Giovanni Pipino, Matera e Ginosa.
Il Durazzo, vistosi isolato, pervenne a più miti atteggiamenti e il mercenario conte Lando, alla fine del 1356, passava i confini del regno "con le sue oltre duemila barbute, ben montate e ben in arme, e gran quantità di cavallari saccomanni in ronzini e somieri, e barattieri [giocatori o saltimbanchi], femmine di mondo, più altra gente sudicia e vile, bene più di seimila".

Si comprende quale forza d'urto rappresentassero queste bande per il regno e, in modo particolare, nei confronti delle popolazioni. Sembrava, così, che alla fine dell'anno la pace fosse stata ristabilita, anche se alcuni mercenari del conte Lando saccheggiarono le città di Rapallo e Venosa.
Acciaioli, nel mese di novembre, raggiunta la pace con Giovanni Pipino, lasciò la Puglia per conquistare Messina dove, il 24 dicembre, fu raggiunto dalla regina e da Ludovico. Il successo fu effimero. A Catania, la flotta angioina si fece sorprendere da quella aragonese e venne completamente affondata. Per la corona angioina la Sicilia ancora una volta fu fonte di lutti, dolori ed amarezze.
Durante la ritirata, Ludovico di Taranto passò per la Puglia. Si rese conto che ormai Giovanni Pipino poteva costituire un serio pericolo per la corona. Non solo rappresentava il dissenso dei piccoli baroni pugliesi, ma anche le loro aspirazioni autonomistiche e, soprattutto, contribuiva in modo determinante a rafforzare politicamente la ribellione dei durazzeschi. L'Angioino nominò vicario per la Puglia il fratello Roberto, affidandogli il compito di sconfiggere il Palatino.

Roberto comprese che avere ragione del conte di Minervino non era cosa semplice e, certamente, comportava rischi affrontarlo in aperta battaglia. Preferì usare l'arma della corruzione intessendo rapporti con alcuni mercenari del conte. Roberto riuscì nel suo intento affidando ad un suo cavaliere fiorentino, Betto de Rossi, il compito di comprare, riuscendovi, la fedeltà di alcuni capitani di Giovanni. Questo consentì di sorprendere il Palatino, costretto a rifugiarsi nel castello di Matera, subito assediato dalle ingenti truppe angioine. Per la seconda volta, Giovanni tentò audacemente la carta della solenne umiliazione. Si presentò al principe angioino in camice e con un cappio al collo, sperando di ottenere il perdono.
Invano. Roberto lo fece legare sul dorso di un mulo per condurlo ad Altamura. Sul suo capo venne posta una corona di legno verniciata in oro e al collo un cartello, con su scritto "re di Puglia". Giunto ad Altamura, il principe angioino decise, dopo una sommaria sentenza, di impiccarlo sui merli delle mura. Il Palatino ebbe un moto di orgoglio, non voleva morire impiccato:

"Non sono di legnaggio di essere appeso, moneta falsa coniata non ho, ne devo portare mitria; se dato è per il mio malaffare che io mora, tagliatemi il capo"

Il principe rispose:

"Per le tue stomacherie il re Roberto ti imprigionò in perpetuo carcere; lo re Andrea ti liberò e funne amaramente morto; da le mani de li regali campare non potevi; solo Roma ti recepeo e ti salvò; tu le togliesti suo buono stato e tornasti in grazia dei regali; poi ti facesti capo di Grande Compagnia; arcieri e arrobatori allocavi in tue terre; tutto il reame consumavi e derubavi et predavi; re di Puglia ti facevi. Dunque degna cosa è che tua vita fine aggia laida e vituperosa, come hai meritato".

Giovanni Pipino non vide il Natale del 1357. Venne impiccato sui merli delle mura di Altamura e, dopo qualche giorno, il suo cadavere fu squartato e le sue parti esposte sulle quattro porte della città. I resti non trovarono sepoltura e furono dispersi nella campagna. Sulla porta della città orientata verso Matera, venne scolpita la coscia di Pipino, che lì era stata appesa, a perenne ammonimento dei sudditi pugliesi.
La ribellione del conte di Minervino, Palatino di Altamura, principe di Bari, si concluse nella maniera più tragica, senza processo e con una vittoria dell'Angioino, frutto dell'inganno.

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pipino_conclusioni

 

militare_01 Pipino, ormai vicino ai sessant'anni, aveva giocato tutte le sue carte appoggiando la ribellione dei durazzeschi nella vana speranza, forse, di divenire "re di Puglia", anche se, probabilmente, quel titolo gli era stato appioppato solo per irriderlo. La sua alleanza con i durazzeschi, che rivendicavano il loro diritto al trono di Napoli, era una scelta obbligata; difatti nel partito dei tarantini, vi erano i del Balzo, Sanseverino e l'influente Acciaioli, tutti a lui ostili. Niccolò Acciaioli era il vero detentore del potere di Corte e ispiratore occulto, anche se questo non è possibile provarlo, dell'omicidio di Andrea. Mettersi contro la politica e il potere dell'Acciaioli, per Pipino fu un gravissimo errore.
Le vicende dei fratelli Pipino vanno, quindi, interpretate e inserite nella più ampia e complessa situazione politica del regno napoletano e non possono essere semplicemente ridotte ad un episodio di "anarchia feudale", uno fra i tanti che si verificarono nell'Italia Meridionale.

Giovanni Pipino era espressione del partito guelfo nella Corte angioina, legato al riconoscimento dei diritti feudali del papa sul regno, e costituì, più o meno consapevolmente, una rilevante pedina nella strategia diplomatica del papato, e a questa sua collocazione politica si mostrò fedele, sino a pagare prima con la prigione, poi con la morte (nota 1). Nessuno, oggi, può dire esattamente cosa egli pensasse veramente; alcuni storici lo hanno tratteggiato come un personaggio triste, sanguinario e turbolento.
Nella cultura popolare locale, l'immagine di Giovanni Pipino ha risentito del giudizio dei suoi avversari, e quindi oggetto di biografie e riferimenti non corrispondenti al vero. Per esempio:

"... di brutte forme costui, ambizioso e crudele, ricattatore di fuoriusciti, e di altra gente maligna, malvagio egli stesso, sovra ogni credere..." (nota 2).
In altri casi vengono confusi gli avvenimenti:

"...costei [la regina Giovanna] una sedicenne dispotica e capricciosa, essendo venuta in contrasto con il marito, Andrea di Ungheria, aveva, tra le sue tante leggerezze, liberato dal carcere Pipino di Barletta, un prepotente e feroce feudatario già avverso alla corona, per farlo suo socio contro il marito..." (nota 3).

Che il Palatino fosse di "brutte forme" nessuno lo può affermare, poiché non esistono ne iconografie ne descrizioni in alcuno dei documenti storici a noi pervenuti; più probabilmente doveva essere persona atletica, considerando che Giovanni partecipava ai tornei cavaliereschi della Corte e agli assalti; non fu nemmeno "socio" di Giovanna per combatterne il marito, da cui, invece, ottenne la liberazione dalla prigionia di Castel Capuano.
Lo stesso notar Domenico, di Gravina, testimone degli avvenimenti e avversario dichiarato di Giovanni, non addebita mai al cavaliere pugliese l'atrocità degli stupri di massa e le torture del tipo "strappar i denti" che, invece, erano largamente e ignominosamente praticati dalle regie truppe, sia angioine che ungheresi, nei confronti dei cittadini pugliesi.

Con questo non si vogliono assolvere gli atteggiamenti di un barone medievale, che certamente, come tutti i baroni, vessava i suoi sudditi e assediava le città avversarie, pretendendo riscatti e vincendo le loro resistenze con lotte e devastazioni.
Semplicemente, si vuole ristabilire una interpretazione più aderente alla realtà di quei tempi, definendo meglio il ruolo che, indubbiamente, il Palatino ebbe nelle vicende del regno: la ribellione per consolidare i suoi spazi dalle interferenze degli altri baroni; l'interessamento di Petrarca e del papa alle sue vicende, la cacciata del tribuno Cola di Rienzo da Roma. Avvenimenti che danno una dimensione storica alle sue azioni e sottolineano aspetti certamente meno ristretti e angusti di quelli che caratterizzavano, in generale, la vita di altri baroni del regno, seppure influenti.

Giovanni fu uno spirito inquieto. Passò la sua esistenza sempre combattendo, sempre destreggiandosi tra le fazioni, avversato dagli altri baroni di Corte, "condottiero e signore napoletano" lo definisce Emile Léonard, autorevole ed indiscusso storico del periodo angioino napoletano, che conferma come non corrette alcune interpretazioni sul cavaliere pugliese (nota 4).

Morì da eroe o da ribelle? Fu un "sovversivo" per le decadenti istituzioni angioine, o un "rivoluzionario" che voleva, magari, fare della Puglia un feudo autonomo, affrancandosi dal vassallaggio dei regnanti napoletani?
L'aspirazione del feudatario pugliese di affrancarsi dal vassallaggio angioino era tanto forte, che rende plausibile l'ipotesi, sostenuta dai suoi avversari, di voler dominare la sua terra con il titolo di re.
Nell'azione di Pipino, difatti,

"non è impossibile ... cogliere intenti o obiettivi non soltanto più ambiziosi, ma anche più calcolati, quali la costituzione di una signoria indipendente su basi territoriali ampie quanto la stessa Terra di Bari, della cui omogeneità strutturale e delle cui tendenze il Palatino sembra consapevole almeno quanto delle proprie forze" (nota 5).

Impresa che, invece, un secolo più tardi, riuscirà in parte a Raimondello del Balzo-Orsini, coraggioso e valoroso cavaliere pugliese, seppure per un breve periodo, concluso con la sua prematura morte, e con l'amaro destino che toccò a sua moglie, la nobile regina salentina Maria d'Enghien.
Questa, però, è un'altra storia.

Una cosa è certa: i dominatori che diedero la morte al cavaliere pugliese non erano affatto migliori di lui, anzi contribuirono sempre più, con il loro inesorabile declino, a peggiorare le sorti delle genti pugliesi (e meridionali), già compromesse dalle precedenti dominazioni.
Federico II, entrato nel mito come un "Grande Imperatore", grazie anche ad una sapiente operazione di rivalutazione dei suoi storici, impedì ai baroni meridionali qualsiasi autonoma gestione dei loro feudi, a differenza degli Angioini che furono, in questo, più tolleranti, ma si distinsero, almeno durante la seconda metà del Trecento, per mediocrità e abulia politica. Se con Federico II, il Sud fu avviato alla subordinazione storica e politica, gli ultimi Angioini ne consolidarono i presupposti per quella economica e sociale.

Luigi Pipino, venuto a conoscenza della sorte del fratello, si rifugiò nel castello di Minervino, ma non passò qualche mese che anch'egli fece una tragica fine. Tradito da uno dei suoi capitani, corrotto da Roberto di Taranto, fu fatto precipitare dalla torre del castello.
Pietro Pipino trovò, invece, rifugio e ospitalità ad Avignone, dove morì nel 1361. Innocenzo VI scrisse ai sovrani angioini affinchè riammettessero nel regno il figlio di Pietro, Giacomo, insieme alla madre, Margherita Ceccano e a Vannella Pipino. Giovanna acconsentì al loro rientro, aiutandoli con una provvigione di cento once d'oro.

Altamura passò nelle mani del principe Roberto, e altri feudi finirono per essere donati ad Arcuccio da Capri, altro presunto amante di Giovanna, il quale, nel 1376, si accordò con gli eredi dei fratelli Pipino, che avanzavano pretese. Fu raggiunta una transazione bonaria per millecinquecento once d'oro, con l'approvazione della regina.

Poi, di loro non vi è più traccia nei documenti. Tutti gli attori principali di questa tragedia non subirono sorte diversa.

Ludovico di Taranto, pochi anni dopo, fu annientato da un male incurabile, forse peste o malaria.

Ludovico Durazzo, dopo un altro tentativo fallito di ribellione, morì imprigionato ed avvelenato in Castel dell'Ovo, per mano dei suoi cugini rivali.

Giovanna I, dalla tiepida bellezza, "ne magra ne robusta, con il viso tondetto", non riuscì mai a caratterizzare politicamente il suo governo ed ebbe una vita sentimentale assai travagliata. Si difese come poteva, in una situazione di tragici avvenimenti e lotte fratricide, contesa e ambita da baroni e principi, che volevano divenire suoi amanti con l'unico scopo di sottrarle il potere. Tutto sommato fu una donna infelice. Soltanto in età matura, con il quarto marito, Ottone di Brunswick, un attempato e valoroso cavaliere senza feudi, conobbe un compagno fedele e disinteressato; ma anche quella fase della sua vita fu densa di guerre e combattimenti.

La Chiesa si trovava in pieno clima scismatico, e la regina dovette scegliere, schierandosi con l'antipapa francese Clemente VII, contro l'italiano Urbano VI, vescovo di Bari. Fu una scelta sofferta, ma obbligata che si rivelò, purtroppo, sbagliata, e le procurò una fine tragica. Finì i suoi giorni soffocata tra due cuscini di piume ad opera di soldati ungheresi, per ordine di suo cugino, Carlo III Durazzo, da lei designato quale suo erede. Giovanna non ebbe tomba, non ebbe ricordo (nota 6).

E per cancellare dalla memoria le imprese di Giovanni Pipino, cavaliere piede scalzo, i dominatori angioini lo consegnarono alla Storia, con la peggiore delle accuse, quella di eretico (nota 7), proprio lui, "Patrizio, liberatore di Roma e dei principi romani, illustre guerriero e difensore della Santa Chiesa".

Note:

  1. G. CONIGLIO, Feudatari di Puglia in un diploma di Roberto d'Angiò, "Archivio Storico Pugliese", voi. Vili, 1958, pag. 658.
  2. G. FIRRAO, Cenni stona sulla città di Altamura, Andria 1880, pag. 27.
  3. M. COSMAI, Stona di' Bisceglie, Molfetta 1960, pag. 37.
  4. E. LÉONARD, Gli Angiomi di Napoli, Varese 1937, pag. 444 e nota 19 di pag. 458.
  5. F. PORSIA, Le province, in "Storia del Mezzogiorno", voi VII, Roma 1986, pag. 480.
  6. C. ANGELILLIS, Nuove luci sulle vicende della regina Giovanna I, Monte Sant'Angelo 1977. L'autore sostiene suggestivamente la collocazione della tomba della regina nel castello di Monte Sant'Angelo, all'epoca roccaforte dei durazzeschi.
  7. G. CONIGLIO, op. cit., pagg. 660-65.

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pipino_appendice

 

militare_01 Giovanna, figura controversa, sensibile e femminile, ma altrettanto determinata nel mantenere il suo potere politico, per ragioni di stato, sacrifica ogni esigenza sentimentale per le nozze con Ludovico di Taranto. Le si attribuiscono avventure ed amanti, ma era probabilmente una donna che viveva sola, senza figli e senza eredi; una donna nella solitudine, nello splendore e nella miseria della sua Corte, circondata solo da una fedele nana, Agnessina, da tre servi tartari e da un bianco pappagallo. A lei tocca il merito di aver indotto il Boccaccio a scrivere, con il De Claris Mulieribus, la prima storia "al femminile".

Maria d'Angiò si vendica del suo stupratore ricambiando violenza con violenza, per riacquistare la sua libertà, che è vero libertà di donna, ma anche libertà politica, perché anche lei aspira a fare del suo matrimonio un "evento politico", per contrastare la sorella. Si sposa, alla fine, con Filippo di Taranto, dopo aver tentato di unirsi a Luigi d'Ungheria, l'uccisore del suo primo marito, pur di contrastare in ogni modo l'autorità di Giovanna. Il matrimonio di Maria si rileva infelice. Dall'unione con il principe-cugino nascono solo piccoli gibbosi, figli malaticci che muoiono prematuramente contribuendo, così, a spegnere ogni possibilità di successione al regno per il ramo dei tarantini. Più poliedriche e complesse le vicende delle donne-madri, che hanno in comune il loro stato vedovile.

L'esemplare Giovannella di Altamura, che si sacrifica in tutti i modi per assicurare ai suoi figli feudi e prestigio, non lesinando le sue risorse finanziare pur di sostenerli. Instancabile nel suo impegno per ottenere la libertà dei figli prigionieri dell'Angioino, sollecitando l'intervento della regina Sancia, del vicario del regno e dello stesso pontefice.

La regina ungherese Elisabetta non esita a dar fondo ai suoi averi, pur di sostenere la causa del figlio.

La ex lavandaia Filippa la Catanese, ascesa miracolosamente ai livelli più alti della Corte, tenta di fare sposo della regina il figlio Roberto de Cabanni. Ma, a differenza di Giovannella e di Elisabetta, accetta di diventare uno strumento nelle mani della Corte, sino a scegliere la complicità nell'assassinio.

L'ineffabile imperatrice Caterina di Courtenay, regista dell'omicidio della sua rivale, Agnese di Périgord, e stratega indiscussa nel complotto dell'assassinio di Andrea, sceglie la strada del sangue pur di assicurare il successo della sua dinastia. Non esita un istante ad indossare le vesti di guerriera, ponendosi alla testa di un drappello di soldati, per annullare la pericolosa testimonianza dei suoi complici. Tutto il suo luttuoso impegno si rivelerà vano, effimero, e i suoi avversari, i durazzeschi, alla fine prevarranno, seppure per poco.

Figure eroiche ed anonime, le donne del popolo, costrette a subire gli stupri degli eserciti invasori. Le ragazze della piccola nobiltà sacrificate dalla logica deprimente del contrattualismo matrimoniale. L'insignificante Alessandra, povera e innocente meretrice di una piccola città agricola e pastorale, giustiziata sul rogo come oggetto di rivalsa politica tra le fazioni paesane in lotta.

Se da un lato è manifesto il tentativo di emancipazione della donna, almeno di quella ricca e potente, dall'altra si intravede un mondo di completa subordinazione femminile. Se da un lato c'è la trasgressione, quale può considerarsi l'adulterio sistematico, come ribellione allo stato inferiore della donna, dall'altro c'è la celebrazione dell'amore, come in Matilde di Hinault, che tenta una fuga dal matrimonio, al quale è stata costretta, per amare, senza riuscirvi, il suo eroico cavaliere Ugo de La Palisse.
E di mezzo c'è la grande tragedia della peste che, certamente, influisce sui comportamenti, sugli schemi tradizionali della vita e del sesso, perché la procreazione diventa esigenza primaria ai fini del riequilibrio demografico.

Tutti gli avvenimenti del regno napoletano sono scanditi coi tempi di queste donne: sono loro che gestiscono il potere e segnano la tragedia e il declino della dinastia angioina.
In questa vicenda gli uomini, volenti o nolenti, sono solo semplici attori.

fo_win3  Alla bibliografia   Bibliografia

 

 
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pipino_bibliografia

 

militare_01 red_ballFonti   

  • D. Di GRAVINA, Chronicon de rebus in Apulia gestis, ed Sorbelli in R.I.S. XII, Città di Castello 1903.
  • F. PETRARCA, De rebus familiaribus, trad. Fracassetti, Firenze 1864.
  • G. BOCCACCIO, Amorosa visione, a cura di V. Branca, Bari
  • De claris mulierìbus, a cura di M.D. Casentine, Napoli 1836
  • Carmen bucolicum, trad. A.F. Massera, Bari 1928
  • La caccia di Diana, a cura di A.F. Massera, Città di Castello 1914.

red_ball Letteratura storiografica   

  • ANGELILUS C-, Nuove luci sulle vicende della regina Giovanna I, Monte Sant'Angelo 1977.
  • BALINT-HOMAN, Gli angioini di napoli in Ungheria (Ì290-1403) trad. di L. Zambra e R. Morea, Roma 1938.
  • CAGGESE R., Giovanni Pipino, conte di Altamura, in onore di M. Schipa, Napoli 1926.
  • Roberto d'Angiò e i suoi tempi, Napoli 1930.
  • CAMERA M., Annali delle due Sicilie, Napoli 1860.
  • Elucubrazioni storico-diplomatiche su Giovanna I, regina di Napoli e Carlo III di Durazzo, Salerno 1889
  • CANDIDA GONZAQA, Memone delle famiglie nobili ecc., Napoli 1B75-1882.
  • CERASOLI F., Clemente VI e Giovanna I, in ASPN, XXI (1896) PP. 1, 42. '
  • CERASOLI F., Innocenzo) VI e Giovanna I, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", XXII (1897), pp. 183, 203.
  • CHERUBINI G., "Il contadino e il lavoro nei campi", in J. Le Goff, L'uomo medievale, Bari 1987.
  • CLEUGH J., La vita sessuate nel medio evo, Milano 1963.
  • COLLENNUCCIO P., Storia del regno di Napoli, Napoli 1771.
  • CONIGLIO G., Feudatari di Puglia in un diploma di Roberto, principe di Tarante, in "Archivio Storico Pugliese", Vili, Bari 1958, pp. 680, 695.
  • DE BLASIIS G., Le case dei principi angioini nella piazza di Casteinuovo, in "ASPN", XX1-XII (1886-1887), pp. 442, 481; 289, 435.
  • DE BLASIIS G., Cronicon Siculum, Napoli 1887.
  • DE CESARE C., Il conte di Minervino, Napoli 1845.
  • DE CRESCENZO S., Notizie storiche tratte dai documenti angioini conosciuti con il nome di Arche, "ASPN" (1896), pp. 95, 118.
  • DE FEO I., Giovanna d'Angiò, Napoli 1968.
  • DEL GIUDICE G., Una legge suntuaria inedita del 1290, Napoli 1877.
  • DELLA MARRA D.F., Discorsi delle famiglie estinte, forastiere e non, comprese nei seggi di Napoli, Napoli 1641.
  • DUBY G., "Il modello cortese", in G. Duby - M. Perrot, Stona delle donne, voi. li (Medioevo), Bari 1990.
  • ECIDI P., Codice Diplomatico saraceno di Lucera, Napoli 1917.
  • La colonia saracena di Lucera e la sua distruzione, in "ASPN", XXXV1-XXX1X (1911-1914), pp. 596, 694; 71, 89; 664, 696; 115, 144; 681, 707.
  • EPIFANIO V., Gli angioini di Napoli e la Sicilia, Napoli 1936.
  • FROIO F., Giovanna I d'Angiò, Milano 1992.
  • GAYE G., Carteggio inedito d'artisti dei secoli XIV, XV, XVI, Firenze 1839.
  • GIANNONE P., Historia civile del regno di Napoli, Napoli 1865.
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  • KLAPISCH ZUBER C., "La donna e la famiglia", in J. Le Goff, L'uomo medievale. Bari 1987.
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  • LICINIO R., Uomini e terre nella Puglia medievale: dagli Svevi agli Aragonesi, Bari 1983.
  • LOFFREDO S., Stona della città di Barletta, Trani 1893.
  • LOSPALLUTO F., Il libro rosso di Altamura, in "Altamura", n. 5, 1956.
  • MONTI G.M., Alcuni documenti sconosciuti di Giovanna I, "Samnium", anno IV, 1936, pp. 60, 80.
  • Nuovi studi angioini, Trani 1937.
  • MOSCATI R., Ricerche e documenti sulle feudalità napoletane nel periodo angioino, "ASPN", L1X (1934), pp. 140, 165.
  • OPITZ C., "La vita quotidiana delle donne nel Tardo Medioevo", in G. Duby - M. Perrot, Stona delle donne, cit.
  • PORSIAF., "Terra di Bari 1200-1400", in Storia del Mezzogiorno, VII, Roma 1986.
  • RE ZEF, Vita di Cola di Rienzo, di incerto autore del secolo XIV, libro I, cap. XXXVIII, Firenze 1854.
  • ROSSIAUD J., "Il cittadino e la vita di città", in J. Le Goff, L'uomo medievale, cit.
  • SANTORO D., Memorie di Altamura, Altamura 1985.
  • SCHIPA M., Contese sociali napoletane, "ASPN", XXXI-XXXII-XXXIII (1906-1908), pp. 145 e segg.
  • SUMMONTE G., Historìa del regno di Napoli, Napoli 1646.
  • TANFANI L., Nicola Acciaiuoli, Firenze 1863.
  • TIRELLI V., La Universitas Hominum Altamure, in "Archivio Storico Pugliese", VII (1956), pp. 51, 144.
  • Un feudatario nella crisi della monarchia angioina alla metà del sec. XIV, in "Archivio Storico Pugliese", XI (1958), pp. 108,155.
  • TOCCO F., Processo contro Luigi Durazzo, "ASPN", XII (1887), pp.39, 40.
  • TORRACA F., Giovanni Boccaccio a Napoli, in "ASPN", XXIX (1914), pp. 25,80.
  • TOTINI C., Della varietà della fortuna, Napoli 1643.
  • VILLANI M., Cronica, Trieste 1858.
  • VILLANI G., Cronica, Coen, Firenze 1845.
  • VITTO N., Un episodio della feudalità nel regno angioino, Bari 1912.
  • ZENARI R., Saggio Storico. I primi anni del regno di Giovanna I di Napoli, Massa Marittima 1925.

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  1. II censo pagato dalla città di Napoli era, all'incirca, di 692 orice d'oro. Ai tempi di re Roberto, l'ammontare delle tasse, nel regno napoletano, era pari a 120-168 mila once d'oro.

  2. Un'oncia corrispondeva a 30 tari, un tari equivaleva a 20 grana.

  3. Un'oncia d'oro pesava circa 28 grammi.

  4. I registri della cancelleria angioina oggi non sono più consultabili, perché bruciati dalle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, per ritorsione ad un'azione dei partigiani napoletani.
  5. Vedi GIRELLI, Il Regno delle Due Sicilie, descritto e illustrato, vol. 1, pag. 67, s.d.

  6. La storia romanzata, con alcune inesattezze storiche, è stata scritta da CARLO DE CESARE, /Il conte di' Minewino, Napoli

  7. Vedi F. TORRACA, Giovann

  8. Vedi N. VITTO, Un episodio della feudalità nel regno angioino, Bari 1912, pag. 76.

  9. L'opera è stata poi dedicata ad Andreisca, sorella dell'Acciaioli. Vedi G. BOCCACCIO, Buccolicum Carmen, illustrata da G. Lidonnici, Città di Castello, 1914, pag. 352, nota 2.

  10. Vedi N. VITTO, op. cit., pagg. 86 e segg.

  11. Gli avvenimenti dovettero susseguirsi molto rapidamente. Il maremoto avviene nella notte del 25 novembre; il 28 novembre, il papa scrive la bolla con cui dichiara di sciogliere il consiglio di reggenza; il 29 novembre, Petrarca comunica al cardinale Colonna di aver visitato i prigionieri e il 1° dicembre segnala allo stesso cardinale che il consiglio di reggenza non ha deliberato nulla sulla liberazione dei Pipino.
    Questo può far presupporre che Clemente VI avesse già preso le sue decisioni, indipendentemente dalla liberazione dei fratelli Pipino che, invece, diventava più probabile con ladelegittimazione del potere della Corte.

  12. Niccolò Acciaioli fu armato cavaliere da re Roberto che gli affidò la tutela del quindicenne Ludovico di Taranto.

  13. Carlo d'Artois era cognato di Acciaioli avendone sposato la sorella Andreisca.

  14. Le opinioni degli storici no n sono tutte concordi sul reale svolgimento della missione di G. Pipino in Ungheria. Non è da scartare l'ipotesi, però, che il cavaliere pugliese facesse parte degli ambasciatori inviati in Ungheria dalla stessa Giovanna, per calmare le prevedibili ire di quella Corte, considerando che Pipino potesse essere relativamente credibile presso gli Ungheresi per aver sostenuto gli interessi di Andrea.

  15. In una lettera di Giovanna, si attesta l'esistenza di forti dissidi con Ludovico di Taranto, tanto che quest'ultimo, scrive la sovrana, attenta al suo "onore". La lettera è del 4 aprile 1346, ed è pubblicata per intero da G.M. MONTI, Alcuni documenti sconosciuti di Giovanna I, Samnium, voi. IV, 1936, pag. 61.

  16. Sorpresa sino ad un certo punto. Nel complesso calcolo dinastico, Roberto di Taranto poteva vantare maggiori pretese sulla corona napoletana. Sposando il minore dei fratelli, Luigi di Taranto, Giovanna eliminava una delle cause che avevano impedito a Clemente VI di dare la necessaria dispensa matrimoniale con Roberto e mitigare, così, ulteriori contrasti tra il papato e la Corte ungherese.

  17. La madre di Giovannella era Mattaleona, sorella del conte Riccardo di Fondi.

  18. Luca Savelli, insieme all'Orsini, verrà poi nominato senatore da Bertrando de Beaux.

  19. Le barbute erano elmi provvisti di setole che coprivano parzialmente le guance del cavaliere. Configuravano un cavaliere e un sergente come assistente.

  20. II privilegio è pubblicato per intero in M. CAMERA, Elucubrazioni storìco-diptomatiche su Giovanna I, regina di Napoli e Carlo III di Durazzo, Salerno 1889, pag. 189.

  21. V. TIRELLI, Un feudatario nella crisi della monarchia angioina alta metà delsecoloXIV, in "Archivio Storico Pugliese", XI (1958), pag. 141.

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