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Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
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Libro completo
| Libro Giovanni Pipino completo, autore Pino Gadaleta | |
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Mentre in Europa tutto è mutato e una serie di
rivoluzioni religiose, politiche e sociali ha strappato
alla classe feudale il potere economico e politico per
darlo alla borghesia, nell' Italia meridionale le cose
sono rimaste allo stesso punto; e attraverso mille
tempeste la classe feudale è riuscita
a tenersi a galla.
La ragione di questa persistenza del dominio nelle
mani della stessa classe si trova nel fatto che
nell' Italia meridionale tutti i mutamenti di regime
sono avvenuti per cause esterne. Per questa ragione
nessuna riforma politica è stata mai compiuta nel
Mezzogiorno per opera degli indigeni dal tempo dei
Vespri Siciliani ad oggi.
I mutamenti, invece, sono avvenuti sempre sotto la
pressione di eserciti stranieri: nei secoli XIV e XV,
Angioini, Durazzeschi, Aragonesi; nei secoli seguenti,
Francesi, Spagnoli, Austriaci, Borbonici,
Napoleonici, Italiani.
A una spedizione militare esterna i nobili meridionali
non hanno mai opposto resistenza. Perciò, invece di
difendere la loro indipendenza, hanno seguito una
tattica opposta: buttarsi con entusiasmo
dalla parte del vincitore."
Gaetano Salvemini
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| Copyright(c) . Created: Saturday 4 August 2001 Updated: Saturday 7 July 2007 at 20.05.32 |
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Dalle terre della Normandia, intomo all'anno
1000, una famiglia di abili e feroci guerrieri, i
Drengot, arruolati come soldati mercenari dal principe di Salerno Guaimaro IV, scesero nel Sud dell'Italia sottomettendo le popolazioni locali, predandole dei loro averi, distruggendo gli indifesi sobborghi, scacciando dalle città i deboli dominatori bizantini.
Rapidamente, grazie alle imprese del primo conte di Puglia, Guglielmo Braccio di Ferro e di Roberto
il Guiscardo, conquistarono i territori del Mezzogiorno, divenendone astuti dominatori, innalzando castelli e poderose torri allo scopo di controllare le
popolazioni sottomesse; osarono mettersi contro papa
Leone IX che fu sconfitto e fatto prigioniero, a Civitate
nel 1053.
I Normanni, oltre ad essere audaci guerrieri, si
dimostrarono abili diplomatici. Liberarono, infatti,
subito il pontefice, invocando il suo perdono dichiarandosi suoi fedeli vassalli. Più tardi, nel 1130,
Ruggero II fondò il regno di Sicilia.
Costanza d'Altavilla, ultima normanna erede del
regno di Sicilia, sposò lo svevo Enrico VI, figlio di
Federico Barbarossa. Dalla loro unione nacque a Jesi, nel 1194, in una tenda di un accampamento
militare, Federico II.
Raggiunta la maggiore età, Federico ereditò il
regno e l'impero. Fu un accorto amministratore,
consolidò il regno soffocando le ribellioni dei baroni
e impedendo qualsiasi moto autonomistico delle
città meridionali. In Sicilia, ridusse all'obbedienza
i Saraceni e li deportò in massa nella colonia agricolo-militare di Lucera, a pochi chilometri da Foggia. Teorizzò, per primo, il diritto della monarchia
assoluta e centralizzata dettando le Constitutiones
di Melfi, nel 1231.
L'ambizione dello Svevo era di estendere il suo
dominio dall'Italia meridionale a tutta la penisola
per congiungerla con l'Impero. Per questo motivo
Federico II entrò in conflitto con la politica del papa;
inoltre, voleva affrancarsi dal suo vassallaggio, al
quale era tenuto in base agli accordi stipulati dalla
madre. Arrivò sino al punto di catturare i cardinali
che attraversavano il Tirreno, dalla Francia, per
recarsi al Concilio convocato dal papa allo scopo
di condannare il suo atteggiamento nei confronti
della Chiesa.
Ma i suoi desideri naufragarono. Papa Innocenzo
IV, eletto dopo due anni di vacanza del soglio pontificio, come primo atto del suo pontificato gli comminò una scomunica e lo depose nel 1245.
Cinque anni più tardi, il 13 dicembre, Federico
II, circondato dai suoi fedelissimi guerrieri saraceni,
mori' a Castelfiorentino; la leggenda vuole che la
sua morte fosse stata causata da una cena con un
piatto di pere cotte, forse avvelenate. Appena in
tempo era riuscito a legittimare uno dei suoi figli
naturali, Manfredi, che in qualità di principe di
Taranto, fu nominato reggente del regno al posto
del fratellastro Corrado IV, che curava in Germania
gli interessi della famiglia Hohenstaufen.
Manfredi, il biondo re, colto e di gentile aspetto,
tentò una riappacificazione con Innocenzo IV chiedendogli la corona in cambio del riconoscimento
dell'alta sovranità del papato sul regno siciliano. Il
pontefice parve convincersi e lo nominò Vicario
pontifìcio, ma si premurò di inviare, nel contempo,
le sue truppe nell'Italia meridionale per controllare
da vicino lo Svevo.
A Palermo, Manfredi fu incoronato Re di Sicilia
e, subito dopo, il nuovo papa Urbano IV, diffidando
di Manfredi, esortò Luigi IX di Francia affinchè consentisse che il fratello, Carlo I d'Angiò, recuperasse
al papato il Mezzogiorno d'Italia, e nel contempo
avviò un'azione diplomatica tendente ad isolare
Manfredi dai suoi alleati. Fu Clemente IV, papa
francese, a portare a compimento l'operazione e ad
investire del regno Carlo I d'Angiò, il quale, grazie
ai finanziamenti di potenti banchieri, per lo più
fiorentini, armò un potente esercito che sconfisse
quello di Manfredi, a Benevento, il 26 febbraio del
1266. Le spoglie dello Svevo, ucciso sulle rive del
fiume Calore, furono lasciate insepolte per ordine
del papa.
Corradino di Svevia, figlio di Corrado e legittimo
erede del regno, non rimase indifferente alle sorti
del regno di Sicilia. Appena sedicenne scese con
il suo esercito, ma fu sconfitto a Tagliacozzo, in
Abruzzo.
Avventurosamente si rifugiò nel castello di
Astura, nei pressi di Viterbo, ma venne tradito dal
castellano, un certo Giovanni Frangipane, che lo
consegnò all'arrogante e crudele sovrano angioino.
Clemente V fu. investito della sorte del giovanissimo re svevo; pare che agli ambasciatori di Carlo
I che gli chiedevano il destino riservato al giovane,
il papa rispose: "Non voglio vendetta, ma giustizia".
Corradino, trascinato nella piazza del Mercato, a
Napoli, in nome della giustizia fu decapitato. Finiva, cosi, la dominazione degli Svevi ed iniziava, per
l'Italia meridionale, quella degli Angioini.
Carlo I stabili' la sua corte a Napoli (una sede che
gli consentiva di essere più vicino, attraverso il
Tirreno ai suoi possedimenti in Provenza), confermò e consolidò il sistema amministrativo del Mezzogiorno messo a punto dai precedenti dominatori,
lasciando inalterata la pressione fiscale per far fronte ai debiti contratti con i banchieri per la sua
impresa militare e al censo annuale dovuto al papa
di sessantamila once d'oro. Gli andò male solo in
Sicilia. L'isola era rivendicata dagli Aragonesi
spagnoli, parenti degli Hohenstaufen. Il lunedì di
Pasqua, nel marzo del 1282 alcuni soldati provenzali
del cavaliere Giovanni di Saint Remy si presentarono, poco prima del vespro, alla festa nuziale di
Ninfa, una giovane e bella palermitana. I soldati
tentarono approcci e avances verso le ragazze presenti alla festa fin troppo audaci e sgradevoli. Duetto
si mostrò il più intollerante di tutti, e con la scusa
di controllare se Ninfa celasse sotto gli abiti delle
armi, le palpò il seno. Un giovane siciliano reagì
alla provocazione e pugnalò a morte Duetto: la festa
si trasformò in una sanguinosa rissa tra soldati
angioini e convitati. I cittadini di Palermo, che già
mal sopportavano i nuovi dominatori, insorsero e
la rivolta dilagò nel resto della Sicilia. La ribellione,
incoraggiata dagli Aragonesi e passata alla storia
come i Vespri Siciliani, ebbe successo e "la mala
segnoria" degli Angioini, al grido "mora, mora!" fu
cacciata dall'isola.
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Carlo I d'Angiò fu un re energico ed attivo, a tal
punto che riteneva il sonno una inutile perdita di
tempo. Nel giro di soli tre anni edificò a Napoli il
Castel Novo, utilizzando la mano d'opera locale,
obbligata a turni pesantissimi, minacciando di distruggere le abitazioni se i muratori si fossero
assentati dal lavoro.
Napoli, che contava circa trentamila abitanti,
con l'avvento della dinastia angioina ebbe un nuovo
e rinnovato sviluppo, tanto da divenire ben presto
sede di una delle Corti più importanti dell'Europa
medievale.
L'Angioino favorì, inoltre, la nascita di industrie
laniere e di tintorie, rese più attivi i commerci
potenziando la flotta. Tentò di riconquistare la Sicilia
due anni dopo i Vespri, inviando nell'isola il figlio
Carlo II che fu, invece, sconfitto e imprigionato
dagli Aragonesi.
Alla notizia della sconfitta angioina, il popolo di
Napoli insorse per inneggiare al vincitore, Pietro III
d'Aragona, uccidendo e saccheggiando le case dei
nuovi dominatori.
Il nuovo Vespro fu soffocato nel sangue, grazie
all'appoggio determinante della Chiesa. Centocinquanta rivoltosi vennero impiccati sui pali posti
intorno alla piazza: il crudele spettacolo voleva
essere un duro ammonimento ai sudditi.
Il ceto popolare napoletano pagava le tasse
almeno per il 65% del valore totale, la classe media,
costituita da notabili, funzionari, commercianti e
figure seminobili, versava il 25%, e solo il 10%
dell'onere fiscale era riservato alla nobiltà' (nota 1).
La città era organizzata in Seggi o Sedili (approssimativamente costituivano una specie di decentramento amministrativo) per lo più controllati
dai Nobili, come quelli del Nido e di Capuana, o
dalle corporazioni, come quella del Porto; ve ne era
anche uno che rappresentava tutto il popolo della
città, docile strumento in mano alla nobiltà. Il
Seggio, oltre a preoccuparsi dell'inventario e del
controllo dei soggetti da tassare, eleggeva il Capitano di Piazza, provvedeva a dirimere le liti che
avvenivano tra i mercanti di generi alimentari,
sovrintendeva alle corporazioni di arti e mestieri,
distribuiva i sussidi rivenienti dalla tassa sul sale.
Tra gli addetti alla riscossione della tassa sul
sale, compare, nei documenti del 1280, Nicola
Pipino; suo figlio, Giovanni Pipino, dopo aver studiato ed appreso le conoscenze minime per stendere atti amministrativi, divenne, a Barletta, un
"piccol e vil notaiolo" al servizio del signore di
quella città, Giozzolino della Marra.
Come era costume di tutti i funzionari dell'epoca, cercò anch'egli di ottenere vantaggi personali
dalle proprie mansioni. Il notaio Giovanni Pipino
(che in seguito chiameremo Pipino il Vecchio) nel
1282 venne processato per una estorsione a danno
di alcuni commercianti. Fu assolto, ma probabilmente a suo favore giovò il fatto che tra gli imputati vi era il figlio dello stesso Giozzolino della
Marra.
L'abilità del giovane funzionario non sfuggì al re
che era sempre alla ricerca di una burocrazia efficiente, esperta in tutte le sottigliezze per la riscossione e l'amministrazione del pubblico denaro, a
cui non doveva mancare l'inventiva per fronteggiare le continue necessità del tesoro regio, impegnato a fronteggiare i debiti assunti dal sovrano con
i banchieri fiorentini e con lo stesso pontefice. Nel
1283, Pipino il Vecchio diventò un funzionario di
Corte con il modesto ma rispettabile stipendio di
due once, undici tari e cinque grana (nota 2). Per dare
un'idea del valore del suo stipendio, si può dire
che, all'epoca, con due grana si poteva acquistare
un chilogrammo di grano, con un tari trenta polli,
con due o tre tari una pecora e con due once d'oro
un discreto cavallo da traino, all'epoca mezzo di
locomozione di una certa importanza.
Pipino il Vecchio svolse con diligenza i suoi
compiti a Corte, tanto che Roberto d'Artois, Vicario
del regno durante la prigionia di Carlo II in Sicilia,
lo considerava già dilectus consiliarius et familiaris
noster e gli affidò la riscossione delle tasse della Puglia. Poco più tardi, Carlo II gli donava i feudi
di Accettura, in Basilicata e alcuni beni immobili
a Barletta. Iniziava così per Pipino, umile ed oscuro
funzionario di Corte, una sorprendente ascesa sociale. Nel 1289 fu decorato del "cingolo di miles",
cioè cavaliere. Il titolo gli permetteva di essere
elevato al rango di nobile, e due anni più tardi il
re, come premio per la sua fedeltà, lo nominò
Mastro Razionale della Magna Curia, l'ufficio di
maggiore autorità e dignità che si occupava della
gestione delle finanze.
Che fosse un uomo abile, lo testimonia uno
scambio di palazzi effettuato a Barletta con i frati
della chiesa di santa Maria Maggiore. Pipino sulla
base di una donazione di una casa distrutta riuscì,
alla fine, ad ottenere un immobile di notevole valore,
in cambio di dodici once d'oro e quindici tari che
il frate cantore Pietro avrebbe dovuto utilizzare, a
sua volta, per acquistare beni per la chiesa e ceri
da accendere a suffragio dei famigliari defunti di
Pipino.
Ma l'ambizione di Pipino non si esaurì a questo
punto. Per essere considerato un nobile in tutto e
per tutto gli mancava un matrimonio rispettabile.
Per consolidare la sua posizione a Corte, Giovanni sposò la nobile Sibilla di Bisceglie, figlia
ereditiera di un valoroso capitano provenzale di
Carlo I, fatto prigioniero da Corradino di Svevia
nella battaglia di Ponte a Valle, in Toscana. Dal
matrimonio nacquero quattro figli, il primogenito
Niccolo', Angiola, Margherita e Maria. Le figlie furono
sposate con cavalieri appartenenti a famiglie nobili
e influenti nella Corte: Angiola, si coniugò con
Niccolo' della Marra, Margherita con il conte di Terlizzi Gasso Dionisio, Maria con il conte di Ascoli
Adinolfo D'Aquino.
Con i matrimoni delle figlie, la scalata sociale
di Giovanni era ormai completata. Nessuno più
osava, a Corte, ricordare le umili origini di questo
potente funzionario del re. Pipino il Vecchio, successivamente, approfittò della sua nomina ad
esecutore testamentario di Giovanni Sparano di
Bari, signore del potente e ricco feudo di Altamura,
per unire in matrimonio, il 28 novembre del 1296,
suo figlio Niccolo' con una delle figlie del defunto
Giovanni, Giovannella, contessa di Vico. Quest'ultima, in seguito alla morte della sorella Cecca,
ereditò tutti i feudi famigliari che costituirono la
sua ricchissima dote nuziale.
Pipino il Vecchio, che si era ormai affermato
nella ristretta cerchia dei nobili più importanti del
regno, compì viaggi in compagnia del re in Provenza, funse da testimone in importanti atti della
Corte, come quello relativo all'infeudazione a Filippo di Taranto, fratello del re, del principato
d'Acaia, nel Peloponneso, del ducato di Atene e
del regno di Albania.
Ma l'impresa che più di ogni altra portò prestigio
alla sua casata, fu la conquista di Lucera, la colonia agricola voluta da Federico II per insediarvi
i guerrieri saraceni superstiti, dopo lo sterminio
ordinato in Sicilia.
Per sottolineare l'importanza di tale impresa ricorderemo, per sommi capi, le vicende di questa
cittadina.
Lucera contava trentamila abitanti, quasi tutti
musulmani, che l'avevano trasformata da piccolo
borgo in città ricca e fiorente, dove veniva coltivato
intensamente il grano. Questa città riconosceva al
sovrano un censo annuale di quattrocentocinquanta
once d'oro: da solo, costituiva un quarto circa di
tutto quello che pagava l'intera Capitanata. Carlo I
aveva tentato, inutilmente, di insediare nella città i
suoi cavalieri provenzali, approfittando dell'assenza dei guerrieri saraceni da lui impegnati nell'assedio di Durazzo. I Francesi, però, trovarono il clima
troppo caldo e preferirono trasferirsi sull'Appennino
dauno, a Celle e a Faeto. Ancora oggi, in quei
luoghi si parla un idioma provenzale, testimone
dell'antico insediamento di quei cavalieri.
La città saracena costituiva una spina nel fianco
per la politica degli Angioini e del papa, in quanto
ricordava non solo la presenza della fede
musulmana in un regno considerato feudo pontificio, ma era una visibile testimonianza del periodo
federiciano. Inoltre, Lucera, per risolvere i suoi
problemi demografici, cercava nuove terre da coltivare, cosa che incontrava l'aperta ostilità dei borghi
vicini.
L'impresa tentata da Carlo I, doveva riuscire a
Carlo I, che, nel 1300, affidava all'abile Pipino il
compito di conquistare la città con un esercito
forte di tremila cavalieri. Pipino, però, doveva
autofinanziare l'impresa e, a tal fine, avviò contatti
con le città della Capitanata che furono concordi
nell'immischiarsi in simili faccende. I Saraceni, infatti, disturbavano le campagne pugliesi con alcune scorrerie, erano invidiati per la loro ricchezza
e costituivano, soprattutto, un modello di società
poco gradito ale popolazioni cattoliche delle città vicine. Pipino, per farsi finanziare la spedizione, si impegnò a concedere vantaggi territoriali agli alleati, frutto della conquista della cittadina saracena.
L'impresa fu preparata con molta cura. Carlo II
lanciò un anatema: "Lucera dei Saraceni lurida
conca di fiere e divenuta agli occhi di tutti pantano
di infetto contagio, anzi dura peste di tutta la Puglia";
si attese che gli agricoltori musulmani raccogliessero ed ammassassero il grano nella città dopo la
mietitura. Il 15 agosto, giorno dell'Assunta, Pipino
il Vecchio lanciò l'assalto, costringendo i soldati
saraceni a rifugiarsi nel poderoso castello della
città. Per sconfiggerli, ricorse ad uno stratagemma,
fingendo una fuga in modo che i guerrieri musulmani
uscissero dalle mura. Era il 25 agosto. Lo stesso
Pipino rischiò la vita. Fu circondato da un nugolo
di soldati saraceni e disarcionato da cavallo. Nel
momento dell'estremo pericolo raccomandò l'anima sua a san Bartolomeo, il santo del giorno, e
mentre stava per essere ucciso, sopraggiunsero i
suoi cavalieri. La giornata si concluse con un pieno
e completo successo militare delle truppe angioine.
Grande fu il prestigio che questa impresa portò alla
famiglia dei Pipino.
Ci furono notevoli perdite umane da ambo le
parti. I Saraceni fatti prigionieri furono costretti ad
abiurare la loro fede; coloro che si rifiutarono furono passati a fil di spada; quelli che accettarono
il battesimo furono chiamati marrani, e circa
diecimila di loro furono venduti come schiavi ad
un'oncia d'oro ciascuno (nota 3), realizzando, così, un
bell'incasso per le assetate finanze del sovrano
angioino.
Il bottino fu ingente, tanto che, a lungo, se ne
favoleggiò nelle cronache dell'epoca. Broccati di
seta, oro cesellato, vasellame d'argento, pietre
preziose, perle, attrezzi agricoli, bestiame, costituirono l'ingente affare regio.
Soprattutto, furono recuperate immediatamente, almeno trentamila salme di grano, di cui seimila
spedite a Napoli, che stava soffrendo in particolar
modo per una carestia, mille salme andarono in
Sicilia, alle truppe di Roberto, figlio di Carlo II, che
stava conducendo l'ennesima battaglia in Sicilia
assediando Catania, e il resto venduto ai mercanti,
con notevole guadagno. Furono ovviamente, alienati tutti i beni e gli animali dei Saraceni.
Con la conquista di Lucera, il pontefice e Carlo
II acquisirono un ottimo risultato finanziario-politico. Il movente della sanguinosa persecuzione dei
Saraceni non fu certo l'ardente desiderio di rendere
cristiana quella città, ma un vero e proprio business,
per soddisfare, da un lato, le assetate esigenze di
cassa del sovrano, dall'altra per recuperare ingenti
provviste di granaglie, a costo zero, per soddisfare
la fame dei Napoletani.
Carlo II annunciò al papa l'avvenuta conquista
quale suo contributo al giubileo, che in quell'anno
si stava celebrando, cambiando il nome di Lucera
con quello di Santa Maria della Vittoria.
Pipino il Vecchio, da uomo accorto, trasse ovviamente qualche vantaggio patrimoniale. Accanto a quelli meno noti e tenuti segreti, ottenne in
dono dal re le terre di Tertiveri appartenute al capo
musulmano Abdelasisio, il castello di Ceglie di
Gualdo, la terza parte di Solete, feudo salentino,
e la comestabulìa (una specie di governatorato)
della città appena conquistata con diritto ereditario, più cento once d'oro sull'attività delle saline di
Puglia.
In cambio, Pipino il Vecchio si impegnò ad edificare una cattedrale ed un convento, questo dedicato a san Bartolomeo, e a donare simbolicamente al re una vacca nel dì dell'Assunta, un
maiale nel giorno di san Bartolomeo, un ariete in
quello di Pasqua. La vacca rappresentava l'abbondanza promessa, il maiale i Saraceni sconfitti, l'ariete la resurrezione cristiana di Lucera. Fu subito
avviata una colonizzazione per ripopolare la città
conquistata distribuendo terreni e case ai cavalieri
provenzali e ai cristiani disposti a trasferirsi, insieme a privilegi quali l'esenzione decennale delle
tasse e il diritto a vendemmiare e impastare liberamente nelle cantine e nei molini domestici.
L'ascesa di Pipino il Vecchio continuò con
l'acquisizione di vari feudi, tra i quali Cerignola, e
con l'autorizzazione di papa Clemente V ad ampliare con opere sumptuose la chiesa di santa Maria
Maggiore di Barletta. Questa città era tra le più
ricche del regno; il suo censo era di
cinquecentonove once d'oro, ben superiore a quello
di Bari. Per questo, Pipino aveva tutto l'interesse
ad affermare la sua influenza nella città, al punto
che anche una concessione di Carlo II di un oliveto
a favore dei frati barlettani lo vide coinvolto come
esecutore della volontà regia.
Quando Pipino ormai fu all'apice della sua scalata sociale, nel 1308 scoppiò uno scandalo a
Corte. Il figlio del re, Filippo principe di Taranto,
aveva sposato Ithamar, una principessa bizantina
che gli aveva portato in dote molte città dell'Epiro.
La principessa fu accusata di una relazione extra-coniugale con Bartolomeo Siginulfo, Gran
Camerario della Curia, ovvero responsabile del
tesoro di Carlo II. Inutilmente Siginulfo si protestò
innocente, anzi fu accusato anche di aver cospirato contro la stessa vita di Filippo di Taranto.
Probabilmente, però, quell'adulterio era inesistente; fu utilizzato con il triplice scopo di ridimensionare l'accresciuta influenza del Gran Camerario,
consentire il ripudio della principessa Ithamar per
favorire lo scioglimento del nodo matrimoniale in
vista di una nuova unione coniugale più vantaggiosa. Il terzo obiettivo era quello di lanciare un
messaggio inequivocabile ai funzionari di Corte
affinchè fossero ligi e strumento docile dei sovrani.
Ammonimento che valeva anche per Pipino il
Vecchio, uomo prudente e ossequioso ai voleri
regi, che si era lasciato coinvolgere nelle lotte del
suo Seggio parteggiando per una fazione, quella
degli Alopa contro i Grisso.
Nello stesso anno, morto Carlo II (del quale
Pipino il Vecchio fu tra gli esecutori testamentari),
salì sul trono il figlio Roberto, detto il Saggio, che
perfezionò il secondo matrimonio del fratello Filippo di Taranto, dopo il ripudio di Ithamar, con
Caterina di Courtenay, una fanciulla dodicenne,
nata zoppa, sorella del futuro re di Francia, con in
dote il simbolico titolo di imperatrice di
Costantinopoli. Un figlio di Filippo di Taranto, nato
dal primo matrimonio con Ithamar, sposò a sua
volta, per suggellare la complessa operazione
dinastica, la sorella di Caterina. Si potrebbe paragonare questa operazione a quello che oggi potremmo definire un "incrocio azionario" tra società.
E indubbio che i Provenzali, come i precedenti
dominatori, portarono nella loro Corte usanze e
costumi piuttosto disinvolti; non c'è stato sovrano
angioino, maschio o femmina, che non abbia avuto
le sue brave concubine o amanti, ma senza uguagliare Federico II che, oltre alle tre mogli, ebbe
qualche amante e fu accusato di disporre di una
specie di harem, (si trattava, di danzatrici che
allietavano la sua Corte).
Pipino il Vecchio fu confermato nelle sue funzioni e nominato consigliere a latere da re Roberto,
il quale gli restituì il feudo di Minervino che gli era
stato tolto dal fratello di Carlo II, Raimondo
Berengario, deceduto qualche anno prima. Il re giustificò, secondo usanza, la sua donazione, con
la necessità di provvedere a rimedio e salvezza
dell'anima degli stessi eredi di Berengario, come
se il suo fedele funzionario fosse stato un santo o
un'opera pia.
Nel 1310, Pipino ottenne altri feudi: le contee
di Potenza, Troia e Vico, divenendo uno dei baroni
più importanti del regno. Negli anni successivi,
Pipino il Vecchio incrementò ulteriormente i suoi
possedimenti, il cui elenco diviene ora troppo lungo
citare. Intervenne, con il maggior numero di cavalieri, a fianco del fratello del re, Giovanni, duca di
Durazzo, impegnato a combattere in Sicilia, e fu
testimone dell'accordo di pace concluso da Roberto con i Pisani, nel giugno del 1316. Fece ancora
in tempo a ricevere un altro dono feudale, il castello di Biano, e nell'agosto dello stesso anno
passò a miglior vita.
Il suo corpo fu tumulato nel convento di San
Pietro a Maiella, ad Aversa; sul sepolcro fu inciso
un epitaffio che ricordava la sua impresa contro i
saraceni:
Per quem barbarica damnata gente subacta,
gaudet Luceria iam nunc Christicola facta
(con il suo intervento, sottomessa la popolazione
barbarica e dannata, esulta Lucera città fatta cristiana).
Non mancarono le condoglianze del pontefice ai famigliari.
Il primo settembre, re Roberto firmò il decreto
di successione dei beni di Pipino il Vecchio al figlio
Niccolò, pattuendo una tassa di successione pari
a trecentotrentatrè once d'oro e quindici tari, più
il riconoscimento delle spese per il mantenimento
di trentatrè cavalieri per il regio ospizio.
Niccolo Pipino, che era sposato a Giovannella
di Altamura, divenne, così, uno dei primi signori
del regno. Alla fine dell'inverno si recò in Provenza,
in occasione della cerimonia di canonizzazione di
Luigi d'Angiò, fratello di re Roberto. Successivamente, Niccolò partì per la Sicilia, a combattere
l'eterna guerra degli Angioini contro gli Aragonesi,
precedentemente interrotta per soccorrere Genova, minacciata dai ghibellini. In questa circostanza,
Pipino ottenne dal re la revoca della tassa di venticinque once sul feudo di Minervino, borgo situato
nel bel mezzo della Murgia barese che, all'epoca,
contava tremila abitanti, e fu insignito del titolo di
conte della città con il riconoscimento del diritto
di successione. Il sovrano gli confermò, inoltre, le
cento once d'oro annue provenienti dalle saline di
Puglia e la comestabulìa di Lucera.
In occasione della minacciosa discesa in Italia
del ghibellino Ludovico il Bavaro, nel 1328, Roberto nominò Niccolò capitano generale dell'Abruzzo
per la difesa dei confini del regno. Qualche anno
dopo Pipino litigò aspramente con l'imperatrice
Caterina di Courtenay per il possesso di un terreno
in località Radicata, presso Spinazzola e, il 24
ottobre del 1332, i figli di Niccolò, per la morte del
padre, pagarono alle casse regie i diritti di successione.
Re Roberto, rimasto vedovo, sposò in seconde
nozze Sancia d'Aragona e per consolidare i suoi
legami con la Corte di Francia, unì in matrimonio
suo figlio di primo letto, Carlo l'Illustre, con Maria
di Valois. Nel contempo il sovrano pensò, per
ampliare gli interessi dinastici del suo casato, di far
sposare l'altro fratello, Giovanni, duca di Durazzo,
con la vedova Matilde di Hainault che portava in
dote l'Acaia. Matilde era intensamente innamorata
di un altro uomo e non aveva alcuna intenzione di
accettare un matrimonio imposto dalla ragion di
stato. Ma invano. La vedova fu costretta ad imbarcarsi per Napoli, dove contro la sua volontà, furono
celebrate le nozze. Matilde volle rimanere fedele al
suo amore negandosi al marito e, appena le fu
possibile, con il pretesto di un pellegrinaggio, fuggì
a Roma. Non la passò liscia. Re Roberto la fece
riprendere e segregare a vita nella fortezza napoletana di Castel dell'Ovo, dove morì qualche anno
dopo, nel più completo isolamento.
Giovanni di Durazzo, ripudiata Matilde, si unì,
poi, in seconde nozze, con Agnese di Périgord,
sorella dell'influente cardinale avignonese
Talleyrand, nati entrambi, si racconta, da una
relazione adulterina tra la bellissima Brunissenda
de Foix con il papa avignonese Clemente V.
Le giovani principesse trasferirono nella reggia
napoletana la gaia atmosfera del modello "cortese" francese. Conviti, danze e giostre trovarono
rinnovato vigore a Castel Novo; lo stesso re Roberto trovò il tempo e l'occasione per blandire le
dame di Corte, tanto che gli si attribuì una figlia
naturale, Maria d'Aquino (forse la famosa
Fiammetta del giovane Boccaccio, che dimorava
a Napoli). La nuora del re, Maria di Valois, durante
un soggiorno fiorentino, pretese da Cecco d'Ascoli, medico e rinomato astrologo, un oroscopo per
lei e Giovanna, la sua bambina nata da poco.
Cecco, consultate le stelle, si guardò bene dal
rivelare la sua predizione. La principessa, nota per
il suo carattere presuntuoso, non ispirava fiducia
all'esperto astrologo.
La francesina, difatti, aveva gradito molto poco
che le altre dame fiorentine l'avessero imitata, abbigliandosi con ricche vesti e, per scoraggiarle,
convinse il marito ad emanare un editto con cui
si obbligavano le nobildonne toscane a indossare
vesti più umili, pena l'obbligo di portare un cappello da cui pendevano gialle cordicelle, tanto fitte
da nascondere il viso. Maria di Valois voleva a tutti
i costi avere il privilegio di essere la donna più
graziosa ed ammirata di Firenze.
Dopo molte insistenze della principessa, Cecco,
uomo prudente e discreto, dovette piegarsi e, tra
mille scuse e contorsioni linguistiche, finì per annunciare il presagio che vedeva madre e figlia
abbandonate alla più immorale delle condotte. Il
responso dell'astrologo non fu gradito e Cecco fu
condannato al rogo.
Maria di Valois e Carlo l'Illustre morirono prematuramente, lasciando a re Roberto due nipotine,
Giovanna e Maria. Il sovrano, in base ai suoi calcoli
dinastici, voleva il matrimonio delle fanciulle con
i rispettivi cugini angioini del ramo ungherese.
Nel Medioevo il matrimonio tra consanguinei
era molto diffuso tra i nobili, e in questo caso
serviva per consolidare il regno napoletano, per
mettere al riparo le nipotine dagli appetiti ereditari
dei figli di Filippo di Taranto e Giovanni di Durazzo,
fratelli del re, che avevano, ovviamente, pretese
sul trono.
A soli sette anni Giovanna, erede designata al
trono, fu unita in matrimonio al coetaneo cugino
ungherese Andrea, e Maria d'Angiò fu promessa
sposa, invece, a Luigi, fratello di Andrea, futuro re
di Ungheria.
Roberto non sapeva di aver commesso un terribile errore.
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Roberto il Saggio coltivò l'amore per la letteratura e ampliò la regia biblioteca affidandola a Paolo
Perugino; volle ospitare Petrarca, in occasione della
sua presenza a Roma, prima che cingesse l'alloro.
Il sovrano, che si dilettava di composizione poetica, da cui il suo soprannome di "re sermone",
declamò al poeta i suoi versi e lo invitò a dedicargli
il poemetto "Africa".
Roberto, uomo di indole avara, a modo suo
sapeva essere anche generoso: gli studenti che
frequentavano l'università napoletana erano agevolati nel pagamento delle tasse ed era consentito
loro, per gli acquisti alimentari, di imporre ai
commercianti il prezzo del pesce. Quando cavalcava per Napoli, inoltre, faceva distribuire ai poveri
sei tari, la qual cosa rendeva scenografica ogni sua
uscita.
D'altra parte, a quei tempi non esistevano mezzi
di comunicazione di massa e i sovrani dovevano
pur rendere visibile la loro presenza: in molti casi
questo scopo era raggiunto con l'edificazione di
una chiesa o di un castello, in altri con la sovvenzione a qualche monastero affinchè si aiutassero
i bisognosi. Napoli, sotto gli Angioini, si sviluppò
notevolmente, raggiungendo i sessantamila abitanti. Il suo porto era molto attivo e le piazze
brulicavano di gente di razze e ceti sociali diversi;
mercanti greci, musulmani, veneziani, avventurieri, prostitute, che contribuivano a rendere rumorosa anche la piazza antistante Castel Nuovo, fino a
indurre la regina Sancia, donna mistica e votata
alla preghiera, a chiedere l'intervento di suo marito, Roberto, affinchè cessassero gli schiamazzi. Il
chiasso e il fetore che avvolgeva la città, per l'abitudine di versare i liquami lungo le strade, dovevano essere, già a quei tempi, insopportabili.
I nobili trascorrevano il proprio tempo tra feste
e giostre, intrecciando ardite relazioni sentimentali
che daranno, più tardi, al giovane Boccaccio,
residente a Napoli in qualità di apprendista banchiere, gli spunti per scrivere il Decameron.
Boccaccio conobbe a Napoli Fiammetta, moglie di
un nobile, che lo aveva ardentemente ricambiato
del suo amore sino al rientro del marito da una
missione.
La futura regina Giovanna preferiva passare il
tempo tra giochi e danze, tralasciando gli studi e
ricambiando i corteggiamenti interessati dei principi cugini e di giovani nobili, forse per trovare
scampo alla noiosa compagnia del marito che le
era stato imposto da bambina. Andrea, di carattere
rude e poco disponibile alle compagnie frivole dei
suoi coetanei di Corte, preferiva dedicarsi alla caccia
con il falcone e a quella dei cinghiali, trascurando
i suoi doveri coniugali e intrattenendosi in allegre
brigate con il suo seguito di cavalieri e dame ungheresi.
Se a Napoli i cortigiani, anche per celare i loro
pesanti contrasti interni, si distraevano con divertimenti e allegre convivialità, altre città del regno,
per la debolezza del governo angioino, precipitavano
sempre più verso il disordine politico, con la conseguenza che i cittadini erano costretti a subire
sempre più i soprusi e la voracità fiscale dei
signorotti e baroni locali.
A Salerno, per esempio, tra il 1334 e il 1338
si contendevano il potere due famiglie, quelle degli
Amidei e dei Buondelmonti. Roberto intervenne,
sedando la furibonda e sanguinosa lotta con un
indulto generale, ma ottenne un deludente risultato: l'anno dopo, il tumulto riprese con maggior
violenza. Nel 1334, alcuni malviventi avevano indossato i panni dei cavalieri Templari per usurpare
i loro beni con la violenza, e così camuffati rapinavano i viandanti. Nel 1336 il terrore regnava
nella valle del Fortore; i baroni assoldavano briganti feroci e sanguinari per predare i sobborghi
e dividere il frutto delle loro azioni.
Non erano certamente tempi di pace e giustizia
sociale: i cimatori dei panni di lana dovettero ricorrere al re perché i sarti e i famuli, cioè i servi
dei mercanti, pretendevano da loro il 25% dei
guadagni per evitare ritorsioni.
Neanche la piccola nobiltà periferica si trovava
in condizioni migliori: a molti di loro era rimasto
ben poco delle ricchezze originarie, e la decadenza
era giunta a punto tale che alcuni di loro non
sapevano leggere ne scrivere.
Ma torniamo ai protagonisti della nostra vicenda.
Giovannella di Altamura, rimasta vedova di
Niccolo Pipino, suddivise subito i beni famigliari tra
i figli maschi. Giovanni Pipino divenne conte di
Minervino e si autoproclamò Palatino di Altamura.
Il secondo, Pietro, fu conte di Vico; il terzo, Luigi,
ereditò altri feudi. Maritò la figlia più grande al
conte Nicola d'Eboli di Trivento, la più piccola,
Vannella, ad un cavaliere ungherese, il conte di
Asperch, giunto in Puglia al seguito del principe
Andrea.
Giovanni Pipino viveva stabilmente a Corte come
ciambellano del re e, avendo ricevuto una educazione austera dalla madre Giovannella, doveva
giudicare con occhio severo l'ambiente cortigiano.
Ormai trentenne, il conte Palatino si allontanò da
Napoli per risiedere nel castello di Minervino, con
lo scopo di controllare i feudi famigliari. Probabilmente sul possesso del castello erano sorti problemi con gli eredi di Raimondo Berengario, per questo
si attribuì a Giovanni Pipino l'uccisione del nobile
provenzale Reginoro del Balzo, cognato di
Sigismondo e Ruggero della Marra. Circostanza,
questa, che potrebbe spiegare l'eterno conflitto tra
le famiglie dei del Balzo e della Marra con Giovanni
Pipino, per il possesso del feudo di Minervino.
L'anno dopo, Giovanni intervenne con i suoi
soldati per difendere il fratello Pietro in una contesa
sorta con il vescovo di Vico. Gli abitanti di questa
città si erano ribellati per l'imposizione di una tassa,
come era consuetudine in quei tempi, per far fronte
alle spese matrimoniali della sorella dei Pipino,
Agnese.
La disputa tra i cittadini, appoggiati dal loro
vescovo, e Pietro, finì in giudizio. Il re, esaminata
la vicenda, stabilì che fossero eletti maestri giurati
due cittadini di buona condizione, uno di gradimento del vescovo, l'altro del conte, i quali avrebbero avuto il compito di assistere Pipino nella riscossione dei proventi. In cambio, il conte si impegnava, sotto giuramento, a non vessare o gravare di altre tasse i cittadini e, pur conservando il
titolo di conte di Vico, riconosceva di regio demanio la città. Questo patto consentiva ai cittadini di
essere soggetti solo al re e di essere liberi da
qualsiasi ombra di dominio signorile. Pietro Pipino
era stato, praticamente, esautorato del suo feudo.
I fratelli Pipino avevano da poco ereditato i consistenti beni della nonna, Sibilla di Bisceglie, ma
questa eredità era contesa da una loro zia e dal
marito di costei, Gasso Dionisio, conte di Terlizzi,
giustiziere di Terra di Bari. Gasso abusò della sua
funzione per penetrare nottetempo nella casa di
Giovanni Pipino e trafugare i tesori della defunta;
ma non si fermò qui. Sempre di notte, entrò nelle
dispense di Giovanni, a Bisceglie, facendo man
bassa di olio e frumento che vi erano ammassati.
Il giorno dopo si recò nelle stalle del conte di
Minervino per prelevare vacche, cavalli, e maiali
e custodirli nelle sue masserie. Per non essere
incolpato dei furti effettuati, Gasso condusse Nicoletta, dama di compagnia di Sibilla e unica testimone delle sue imprese, prigioniera nel suo castello di Terlizzi.
Al Palatino non si presentava altra strada che
quella di chiedere la protezione del sovrano. Ma le
decisioni di quest'ultimo si rivelarono addirittura
controproducenti. Oltre a negargli il recupero dei
beni maltolti, il re gli impose di restituire alla zia
un debito di duecento once d'oro contratto con la
defunta nonna e mai saldato.
L'allontanamento di Giovanni Pipino da Napoli
cominciava a far sentire i suoi effetti. Nella Corte
si stava affermando un nuovo gruppo di potere, più
strettamente legato alle origini provenzali; del resto, Pipino il Vecchio era un parvenu, cresciuto
dapprima all'ombra di Giozzolino della Marra e in
seguito per il benvolere di Carlo I. Pipino non era
di nobili origini e, tantomeno, un provenzale: la sua
ascesa rappresentava una eccezione alle rigide
regole degli infeudamenti, dei complessi meccanismi del potere della nobiltà. Il suo stemma
gentilizio, consistente in tre ostriche rosse in campo azzurro con in cima il rastrello rosso degli
Angioini, era una invenzione, non un blasone ereditato da eroiche imprese di qualche lontano cavaliere provenzale o normanno.
A Corte, le leve del potere erano passate nelle
mani dei Sanseverino e dei del Balzo che amministravano i poteri militari e giudiziari. Costoro erano
fortemente ostili ai Pipino, avendo preso di mira i
loro feudi.
Giovannella di Altamura cercò di sollevare le
sorti della famiglia e di rafforzare i blasoni dei
propri figli. Fece fronte ai loro debiti prestando, nel
1337, al Palatino e a Pietro milletrecento fiorini in
oro da consegnare ai giustizieri per alcuni loro
feudi siti in Terra di Lavoro e in Basilicata. La
contessa di Altamura, dopo aver ottenuto il permesso del re, intavolò trattative con la regina Sancia
per acquistare alcuni feudi, versando più di novemila once in carlini d'argento, insieme alle spese
annuali per sostenere e mantenere il servizio di
venticinque cavalieri a disposizione del re. Ottenne, così, il feudo di San Severo, che destinò a
Pietro Pipino, mentre quello di Torremaggiore fu
dato in appannaggio a Luigi. Tenne per sé, invece,
il feudo di Miglionico (nei pressi di Matera) per
duemilaseicento once d'oro. Era evidente che Giovannella disponeva ancora di cospicue risorse che
amministrava diligentemente.
Sembrò che i rapporti tra la famiglia Pipino e
la Corte migliorassero sensibilmente: il conte
Palatino si recò in Sicilia per prestare servizio
militare, e il sovrano gli riconfermò le cento once
d'oro rivenienti dai ricavi delle saline di Puglia, che
erano già state concesse al nonno. A Pietro si
consentì di esportare dal porto di Manfredonia
duecentocinquanta salme di granaglie raccolte nelle
sue masserie di Capitanata. Luigi riuscì ad ottenere
giustizia in una lite sorta con i cittadini di un borgo
che avevano occupato le terre di un suo feudo. La
stessa Giovannella si vide accolta una istanza per
verificare i suoi crediti, frutto del possesso di alcune sue terre, crediti che non le erano stati corrisposti dai regi funzionari. Il sovrano sembrò riservare in questo frangente maggiore attenzione nei
confronti dei suoi feudatari pugliesi.
L'anno successivo insorsero gli abitanti di San
Severo che assaltarono il castello della città per
scacciare i soldati del conte Pietro Pipino. Il motivo
della ribellione era causato dall'insofferenza dei
Sanseveresi nei confronti della signoria del Pipino,
preferendo, come tutte le altre città del regno, la
giurisdizione del regio demanio (cioè del sovrano),
meno diretta e quindi più eludibile.
Pietro, che in quel momento si trovava nella
vicina Lucera intervenne, distruggendo orti, vigneti
e campi dei ribelli che giunsero persino a rifiutare
l'ordine del re che imponeva loro di accettare la
baronia del loro nuovo signore. Pietro, per vincere
l'ostinazione dei Sanseveresi, chiese aiuto al fratello Giovanni il quale, aiutato da Niccolò e Alessandro Degattis, intervenne con trecento cavalieri e
molti soldati, utilizzando contro i ribelli macchine
ossidionali, come torri di legno e arieti, con l'approvazione dello stesso sovrano e l'aiuto militare dei
suoi ufficiali. Ma i cittadini si resero protagonisti di
una valorosa e gagliarda resistenza, e così la disputa andò avanti per un anno senza che si arrivasse
ad una soluzione.
Il sovrano decise di intervenire direttamente per
sistemare una volta per tutte la questione. Stabilì
che San Severo tornasse al regio demanio pagando
un riscatto di millecinquecento once per affrancarsi
dalla baronia del Pipino, a cui dovevano essere
restituiti i soldi spesi per l'acquisizione del feudo
dalla regina Sancia. Inoltre, a Pipino venivano assegnate, a titolo di rimborso, le somme dovute dai
cittadini per le gabelle. L'anno dopo i Sanseveresi,
che erano stati anche multati dal re per la loro
disobbedienza, chiesero ed ottennero dal sovrano
la sospensione della sanzione. Pietro Pipino era
stato, praticamente, ridimensionato nella sua
baronia per la seconda volta.
Poco più lontano, a Barletta, era scoppiata una
sanguinosa faida tra le famiglie dei della Marra e
i Degattis. Le campane rintoccavano le ore della
giornata segnate da incendi, devastazioni, sanguinosi agguati tra le due famiglie. Non si risparmiavano le atrocità: piedi, orecchie e nasi troncati ai
nemici venivano inchiodati sugli scudi, a mo' di
trofeo. Tommaso Sanseverino e Raimondo del
Balzo, per ordine del re, intervennero con le truppe
per sedare la rivolta. Giovanni Pipino riuscì ad
eludere le spie angioine e le truppe di Tommaso
Sanseverino e di Stefano e Giacobbe della Marra,
giungendo a conquistare la città di Ruvo, in cui i
della Marra avevano grandi proprietà ed interessi.
Non solo Barletta si trovava in queste condizioni. I registri della cancelleria angioina erano prodighi di notizie su dissidi e scontri in almeno una
trentina di città; da Termoli ad Amalfi, da Foggia
a Reggio, da Potenza a Giovinazzo le famiglie dei
nobili si scontravano nelle piazze con tumulti sanguinosi (nota 4). Il regno, inoltre, era penalizzato da una
terribile carestia che durò sino alla morte di Roberto. La victualia, cioè un insieme di cereali composto da grano, orzo e spelta, era venduta al prezzo
di quattordici tari a tomolo. Da un tomolo si potevano ricavare ottanta buoni pani; considerando
che il reddito medio di un contadino era di cinque
tari al mese, con cui si poteva comprare un solo
pane, si comprende in quali difficoltà si dibattesse
gran parte della popolazione. La pesante condizione finanziaria e alimentare sfociò a Napoli, nel
1339, in uno scontro armato tra i nobili del seggio
del Nido e di Capuano contro il resto della popolazione. Roberto pensò di risolvere la questione
escludendo da qualsiasi partecipazione alla rappresentanza del seggio i popolani minuti e gli
artigiani.
Barletta era la città più florida della Puglia e il
suo porto era il terminale della via del grano,
coltivato intensamente nel Tavoliere. Era molto
forte in città la presenza di potenti feudatari, almeno una decina, e di circa centocinquanta nobili,
milites o burgensatici, con l'inevitabile seguito di
masnadieri professionisti, utilizzati come forza di
dissuasione nei confronti di altri nobili e per imporre un rigido controllo sulle attività dei cittadini.
I della Marra, strettamente legati ed imparentati
ai Sanseverino, costituivano la famiglia più potente
della città, e in quanto maestri portolani, controllavano il traffico commerciale del porto.
La loro carica li rendeva molto influenti e gli
consentiva di controllare tutte le attività commerciali ed interpretare le leggi a proprio piacimento.
A farne le spese furono due mercanti fiorentini, i
fratelli Sinano, giunti a Barletta per acquistare delle
granaglie. Ebbero il torto di non rendere i dovuti
omaggi a Nicola della Marra (sposato con una zia
dei Pipino); costui, aiutato dal fratello Corrado,
assalì con i suoi armigeri gli indifesi commercianti
mentre si recavano al mercato per concludere i
loro affari e li depredò dei loro averi, pari a tre
chilogrammi di monete d'oro.
Lo stesso Nicola della Marra irruppe nella casa
di Robertello de Gualtieri, suo nemico dichiarato
appena deceduto, per appropriarsi dei suoi beni.
Trovati in casa del defunto i suoi due figli, a letto,
ammalati e assistiti dalla sorella, costrinse la giovane donna ad accompagnare i fratelli sull'uscio
di casa per interrogarli. Più volte chiese ai fratelli
di svelargli il luogo in cui era custodito il piccolo
tesoro di famiglia. I giovani a stento riuscivano a
stare in piedi e tenendo il capo piegato, a causa
della febbre, negavano di avere tali tesori. Nicola,
sempre più adirato, impose alla donna di sollevare
per la chioma il capo dei fratelli e, non ricevendo
risposta alle sue ulteriori domande, li decapitò con
un solo colpo di spada, lasciando nelle mani della
terrorizzata sorella le teste mozzate dei due disgraziati. La fama sinistra degli uomini della famiglia non risparmiava le donne: si racconta che
Giovanna della Marra "la terribile" non si fosse
fermata neppure davanti al sangue dei suoi congiunti, pur di bloccarne i disegni ereditari.
Questi erano i comportamenti dei della Marra,
certamente non diversi da molti altri nobili del
tempo.
In Puglia Pietro Pipino, sul finire del 1339, probabilmente insofferente per lo smacco subito nella
vicenda di San Severo, e forse privato della comestabulia di Lucera, assalì, con successo, il castello
della città che era stata affidata dal re a Raimondo
del Balzo.
Anche Giovanni Pipino passò al contrattacco
per inserirsi nelle lotte e contrastare i disegni dei
nuovi padroni della Corte. Trasse spunto da una
disputa sorta con Camilla della Marra (nota 5), nobildonna
barlettana, per muovere da Minervino ed entrare
in Barletta, palleggiando per i Degattis contro i
della Marra, imparentati e sostenuti dai Sanseverino,
del Balzo e Gasso Dionisio.
Il Palatino, con un esercito di circa tremila armati arruolati tra contadini, servi e pochi soldati di
piccoli nobili a lui alleati, espugnò la dimora dei
della Marra e fece presidiare la città da un suo
capitano, un certo Sangermano, con cinquecento
soldati. Nel corso degli scontri fu ucciso Sigismondo
della Marra, mentre si salvò il fratello Ruggero,
assente da Barletta, impegnato a Bitonto in cerca
di alleati per la sua causa.
Il Palatino si aggirava nella dimora marrese con
la spada in pugno cercando il suo nemico Ruggero
quando, ad un tratto, intese i vagiti di un bambino
provenire da una stanza. Aprì la porta e vide la
moglie di Ruggero, Girolmina Del Falco, che nell'estremo tentativo di proteggere i suoi figlioli,
cercava di trattenere il pianto di un bambino stretto
al suo petto, facendo scudo del suo corpo per
proteggere una giovane fanciulla.
Il Palatino ebbe un autentico colpo di fulmine
per Venturina, tale era il nome della giovane, e
tutto fece per sposarla, senza riuscirvi. La ragazza
era intensamente innamorata di Elviro di Altavilla,
un giovane nobile di Trani, il quale, per raggiungere la dimora marrese posta in riva al mare,
utilizzava una barchetta per incontrare segretamente la fanciulla.
Elviro e Venturina incontrarono notevoli difficoltà per i loro progetti matrimoniali. Le famiglie dei
giovani fidanzati erano in odio per via dell'uccisione dello zio di Elviro, tale Paolo d'Altavilla, da parte
dello zio di Venturina. La famiglia della Marra
accusava Paolo d'Altavilla di aver sposato la loro
congiunta Ginevra della Marra, per poi avvelenarla, subito dopo, allo scopo di entrare in possesso
dei suoi beni dotali. Gian Matteo della Marra decise
di vendicare la morte della sorella Ginevra, uccidendo in un agguato, durante la caccia al cinghiale
nel bosco di Toritto, il cognato Paolo d'Altavilla.
Dopo molte peripezie i due giovani riuscirono ad
imporre alle rispettive famiglie la pace e la concordia per unirsi, finalmente, in matrimonio.
Chi non si rassegnò fu Giovanni Pipino che, grazie ad uno stratagemma, riuscì ad insinuare un pesante sospetto sulla fedeltà coniugale di Venturina.
In occasione dell'assenza di Elviro, ormai in uggia
con la moglie, il conte di Minervino riuscì ad entrare
in casa sua e sorprese, nella stanza da letto, la graziosa fanciulla vestita di una camicia da notte, così
seducente da accendere desideri anche in un morto.
Il Palatino non se la sentì di portare a compimento
i suoi insani propositi, lasciandosi convincere dalle
suppliche della fanciulla che invocava la Madonna,
affinchè rinunciasse ai suoi ardenti propositi. E
mentre il bieco conte declamava a Venturina i suoi
migliori sentimenti, mettendo a tacere quello che la
passione reclamava, dicendo: "è amore quello che
cerco, non altro"; i servi della casa, udendo i rumori
provenire dalla stanza della donna, vi irruppero,
sorprendendo il Palatino. Ci fu uno scontro con rumor
di sciabole e Pipino, ancora frastornato dalla dolce
visione del suo desiderio, si diede a precipitosa fuga
attraverso il terrazzo, ferito gravemente ad un braccio, quale giusta e sacrosanta punizione per aver
attentato alle virtù muliebri di Venturina (nota 6).
Se la storia di Venturina è tutta da dimostrare,
invece è più verosimile la vicenda che vide protagonista uno dei componenti della famiglia della
Marra. Il conte di Chiaromonte, Ugo Sanseverino,
innamoratesi della giovanissima Lauretta, moglie
di Enrico della Marra, assalì nottetempo il castello
di Trecchina, in Basilicata. Inutilmente Enrico si
difese; gli fu giocoforza soggiacere, quale suddito
subalterno, all'autorità del potente barone; anzi,
continuando nelle sue rimostranze, fu letteralmente buttato fuori dal castello dall'infuriato
Sanseverino. Il conte, tronfio per il successo, volle
dimostrare tutta la sua virilità all'esterrefatta
Lauretta, costringendola ad accettarlo, nuovo ospite, nel suo letto matrimoniale. Per questa ribalderia,
il conte di Chiaromonte non ricevette alcuna condanna dalla giustizia angioina (nota 7).
Giovanni Pipino, a differenza dei suoi fratelli,
come risulta dai documenti storici finora pervenuti,
non si sposò mai. Forse era troppo preso dagli
eventi bellici, forse si accontentava di fugaci rapporti, dal momento che ai nobili certamente non
mancavano occasioni, o forse volle rimanere fedele a Venturina della Marra che, con la sua bellezza
e la sua pietà, gli aveva conquistato il cuore.
Il sovrano, spinto dagli influenti Sanseverino e
dalla stessa regina Sancia, intervenne per sedare
i gravi tumulti barlettani e, chiamati al suo cospetto i contendenti, i fratelli Pipino e i della Marra,
impose loro la firma di un trattato di pace. Ma,
dopo qualche mese di tregua, ripresero gli scontri,
forse dovuti al fatto che i della Marra, grazie all'aiuto degli Altavilla di Trani, si erano nel frattempo
riorganizzati, infliggendo una sconfitta militare a
Giovanni Pipino.
Roberto, indignato e preoccupato per la sequenza degli avvenimenti, affidò a Raimondo del
Balzo, maresciallo del regno, e a Ruggero Sanseverino il compito di marciare con "potente esercito" contro i Pipino, intimando loro di presentarsi,
entro quindici giorni, a Corte, per essere giudicati,
sotto la minaccia di una pena eccezionale: il pagamento di quattromila once d'oro per Giovanni,
tremila per Pietro e mille per Luigi.
I Pipino decisero di arroccarsi nel castello di
Minervino e da lì resistere all'esercito guidato da
Raimondo del Balzo, Ruggero Sanseverino e Gasso Dionisio. I fratelli, che d'ora in poi saranno
sempre uniti come un corpo solo, resistevano con
successo agli assedianti che erano bloccati ed
impantanati sui pendii della Murgia a causa delle
nevicate copiose cadute nel febbraio del 1341.
Con il fango che arrivava alle ginocchia, il glaciale
vento di tramontana che spazzava le tende dell'accampamento, senza sufficienti vettovaglie, i
cavalieri, immobilizzati nelle gelide corazze, erano
fortemente penalizzati nelle loro operazioni militari.
Giovannella non si estraniò dalla contesa e si
adoperò come poteva per sanare i contrasti con
la Corte: convinse i figli ad arrendersi per recarsi
al cospetto del re, sicura che le loro ragioni sarebbero prevalse.
I fratelli Pipino si diressero verso Napoli, ma
durante il percorso, presso Benevento, i Degattis,
che erano con loro, diffidando delle intenzioni del
re, decisero, invece, di riparare nel Lazio. Questi
ultimi ebbero ragione.
Il Palatino e i fratelli, giunti a Napoli, non ricevettero nemmeno l'udienza dal re, ma furono subito
imprigionati e custoditi in Castel Capuano. Durante il processo i Pipino si difesero argomentando
che le loro ostilità erano dirette solo nei confronti
di Raimondo del Balzo e i suoi alleati, considerati
come loro nemici, e che si erano arresi spontaneamente all'ordine del re. Fu obiettato, però, che
l'esercito inviato contro di loro era stato autorizzato
dal sovrano e che, quindi, operando contro, si
erano messi nella condizione di lesa maestà, pertanto erano ribelli. La sentenza, ovviamente scontata per le pressioni esercitate a Corte dai del Balzo
e dai Sanseverino, fu severissima. I fratelli Pipino
furono condannati a perpetuo carcere in Castel
Capuano e tutti i loro beni confiscati.
Facile intuire che l'esercizio di tale confisca fu
affidato agli avversar; dei Pipino; Raimondo del
Balzo, dopo aver ottenuto il feudo di Minervino, si
precipitò come un falco in Puglia per dar corso alla
sentenza, perseguendo tutti gli alleati dei Pipino,
che dovevano essere molti, sino a giustiziarli o a
ridurli in estrema povertà. Roberto Sanseverino
ottenne il palazzo e i beni che i Pipino possedevano
a Barletta, Niccolò Alunno d'Alife, segretario della
cancelleria angioina, ebbe tutti i possedimenti che
i fratelli pugliesi avevano a Foggia. Ne fece le
spese anche Matteo Villani, che fu dapprima diffidato, poi imprigionato per la restituzione di
duecentocinquanta once d'oro possedute per conto di Pietro Pipino dai banchieri fiorentini dei Bardi.
Solo dopo aver versato la somma a Roberto, Matteo
Villani fu liberato (nota 8).
La sedizione dei Pipino non era direttamente
rivolta contro altri baroni (in questo caso, si usava
assolvere il feudatario ribelle dietro pagamento di
una sanzione, ritenuta sempre molto appetibile per
le casse dell'avaro Roberto), ma costituiva una
sfida agli Angioini e al loro modello di Stato.
I della Marra, sostenuti dai loro alleati, dopo la
dura pena comminata ai loro avversari, si prostrarono ai piedi del re chiedendo perdono per i loro
misfatti, ricevendo così, il 26 agosto del 1341,
l'indulto e la remissione di ogni pena sia corporale
sia pecuniaria. La motivazione di una così favorevole sentenza era dovuta al fatto che le colpe
commesse dai della Marra erano, per il re angioino,
frutto del "calore della gioventù ed opera del diavolo"!
I fratelli Pipino non erano dei baroni qualsiasi e,
sicuramente, godevano di simpatie presso la Curia
avignonese di cui erano, in sostanza e formalmente, fedeli sostenitori. Giovannella di Altamura, donna
instancabile e madre premurosa, sentendosi tradita dalle decisioni del re, riuscì con suppliche ed
insistenze a convincere papa Benedetto Xll ad
intervenire in favore dei figli. In questo periodo,
però, i rapporti tra il papato e il sovrano angioino
non erano tra i migliori; una delle cause era da
ricercarsi nella generosa ospitalità che Roberto
aveva riservato ai fraticelli, ordine mendicante
francescano, di cui era fervente sostenitore, ma
che erano stati condannati come eretici da Bene-
detto XII, il quale ne aveva chiesto, inutilmente,
l'espulsione da Napoli. Roberto, prima di morire,
volle indossare come vestito funebre un saio
francescano.
La dura condanna dei fratelli Pipino era anche il
riflesso delle divergenze politiche tra il re ed
Avignone, e Roberto, per meglio evidenziare il suo
dissapore con il pontefice, imprigionò la stessa
contessa di Altamura confiscando, addirittura, i suoi
beni dotali e ordinò un trattamento carcerario più
duro per i fratelli prigionieri. Il comportamento del
re costituiva la ferma risposta ai tentativi del papa
di inserirsi nelle questioni napoletane.
L'atteggiamento di Roberto nei confronti dei
Pipino non trova riscontri in analoghe situazioni.
Molte zone del regno erano in balìa di baroni irrequieti che avevano tolto la pace a città, borghi e
campagne, combattendosi tra loro e assoldando
mercenari, che scorrazzavano per le terre
angariando, predando e incendiando. Ma tutto si
risolveva con indulti, riappacificazioni ipocrite, pene
pecuniarie; nessun nobile autore di sedizioni e scontri
era stato mai privato della libertà, ne tanto meno si
era visto confiscare i beni. Spesso, la giustizia si
risolveva più che con delle condanne esemplari,
con sonante moneta da porre sui piatti della bilancia; del resto, a Roberto, che minacciava sempre
fulmini e tuoni, importava più riempire i forzieri
custoditi nella Torre Bruna di Castel Nuovo.
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Libro_giovanni_pipino_capitolo_3.shtml page, i miei libri area
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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O colpevoli... astuti e crudeli
O Giovanna, regina dolorosa,
Credete che per molto ancor si celi
La Giustizia di Dio, tuttora ascosa?
Felloni e amari principi di Puglia,
Fra uoi, più che mai lupi rapaci,
Vengono e fuoco e pestilenza e ferro,
Morte e languore e la violenta fine.
(Dalla profezia di fra' Stoppa) |
Con le sbarre della prigione calava il sipario
sulle vicende del conte Palatino e dei suoi fratelli.
Costoro, nella disputa barlettana avevano tentato
di difendere soprattutto i loro interessi per uscire
dall'isolamento in cui li costringevano i baroni di
Roberto. I Pipino non potevano vantare nobili origini, a differenza dei cavalieri provenzali di Roberto, i quali, per questo, si sentivano legittimati nei
tentativi di sottrarre loro potere e feudi.
Il Palatino, insieme ai fratelli, però, era stato
capace di coagulare nobili e popolani scontenti,
che aderirono in gran numero alla sua causa per
reagire anche alle angustie e alle ristrettezze in cui
erano ridotti.
La rivolta dei fratelli pugliesi non aveva certamente un programma definito ne tanto meno disponeva di risorse economiche e militari tali da
poter sostenere una simile guerra, ma tutto lascia
presupporre che il loro atteggiamento andasse ben
oltre le irrequietezze dei soliti baroni meridionali,
famelici ed ottusi.
Per questo, re Roberto prese provvedimenti così
severi ed inclementi nei confronti di Giovanni Pipino;
sapeva che di fronte non aveva il malessere di un
feudatario che voleva risolvere con una scaramuccia
armata la sua avidità di possesso, ma un indomito
cavaliere da umiliare, affinchè nessuno osasse più
ripetere tentativi di ribellione nei confronti dello
Stato angioino.
A differenza dei precedenti dominatori del Mezzogiorno, come i Normanni e gli Svevi, che avevano
organizzato uno Stato accentratore, gli Angioini
avevano sempre più delegato ai loro feudatari compiti amministrativi e di governo dei loro sudditi,
consentendo, così, alle casse regie congrue e più
controllabili entrate tributarie.
Il Mezzogiorno, con l'inizio della decadenza del
regno angioino, diveniva sempre più estraneo ai
mutamenti economici e politici che investivano il
resto d'Italia, dove si andava, nel frattempo, affermando un ceto borghese, costituito da banchieri,
commercianti e artigiani che già avevano dato vita
all'esperienza dei Comuni e, poi, delle Signorie. Lo
stesso papato trattava con crescente distacco il
suo feudo napoletano e si limitava ad un controllo
burocratico.
Il Sud, con la fine delle crociate, incominciava a
decadere nei traffici economici e negli interessi
politici internazionali. Per questi motivi Roberto,
attraverso il meccanismo dei matrimoni di famiglia,
da lui progettati per i suoi famigliari ed eredi, cercava di guardare ad Oriente, sull'altra sponda dell'Adriatico. Il suo obiettivo era di collegarsi, con il
possesso delle regioni della Grecia, Acaia e Morea,
al forte regno angioino ungherese proiettato verso
più solidi e sicuri programmi di espansione.
A causa della politica dei dominatori Normanni,
Svevi e Angioini nei confronti della città, non si era
sviluppata nel Sud una borghesia urbana; c'era solo
un manipolo di commercianti locali insediato sulle
coste, ma surclassato negli affari dai concorrenti
lombardi, veneziani, catalani che monopolizzavano
le attività commerciali ed erano ben attenti a non
ridistribuire sul territorio le ricchezze che accumulavano, speculando sulle miserie della Corte e dei
sudditi. Non c'erano soldi da investire nelle attività
agricole e artigiane; i feudatari, e con loro le grandi
abbazie e i monasteri, avevano impedito lo svilupparsi di qualsiasi forma di attività autonoma dei
piccoli e laboriosi agricoltori o degli artigiani, per
mantenere, invece, invariato il latifondo.
Il disagio sociale e la povertà sfociavano nel
brigantaggio, come fenomeno antistatale, nella
rapina, nella sopraffazione. Il sistema tributario
angioino, per nulla differente da quello normanno-svevo, era congegnato in modo da colpire la
persona più che i beni, il lavoro, qualsiasi ne fosse
la forma, più che la proprietà. Era ovvio che il
maggior onere cadesse sui contadini e gli artigiani,
per i quali la pressione dei tributi indiretti raggiungeva il 90% del totale.
Era sufficiente che il contadino formasse una
famiglia e accendesse il fuoco nel suo monolocale,
per essere tassato con tre tari l'anno (la cosiddetta
tassa del fuoco); non solo, anche panificare, vendemmiare, portare ortaggi nella piazza del mercato, ogni tipo di amo utilizzato per la pesca, l'uso
delle proprie braccia per l'umile lavoro di
facchinaggio nei porti, aveva un peso tributario. Il
contadino custodiva in un sacco di tela i suoi
poveri averi, insieme al corredo matrimoniale, il
quale, come quello della sua compagna era costituito da pochissimi indumenti, per essere sempre
pronto alla fuga nel caso scoppiasse un incendio
o giungesse nel borgo una improvvisa incursione
di predatori.
Erano finiti i tempi che avevano favorito l'affermarsi, a Napoli, di una certa libertà nei costumi; il
re, nel 1335, con un editto minacciò pene severe
per ricondurre i suoi sudditi a costumi più probi
vietando, ad esempio, agli uomini di seguire la
moda delle barbe e dei capelli lunghissimi ed incolti
che nascondevano il viso, di indossare tuniche molto
corte su pantaloni tanto aderenti che evidenziavano
le forme, ma anche le obesità, le malformazioni
delle ginocchia, il baciare le donne per strada. Anche
il modo di cavalcare di alcuni signori, di sghimbescio,
come le donne, senza la protezione delle armature,
fu riprovato dal re. Le donne usavano calze fascianti, con una tunica stretta in vita, la "cipriana", che
aveva maniche larghissime e generose scollature
che a malapena trattenevano gli ubertosi petti, tanto decantati da Boccaccio. Le loro gonne a volte
presentavano seducenti spacchi che arrivavano
all'anca. A nulla era servito il codice suntuario emanato dal re, per frenare l'esibizione e lo sfoggio di
tessuti pregiati e di armature sfavillanti indossate
dai nobili.
Le pratiche esoteriche erano diffusissime nel
Medioevo; questo permetteva ai vassalli di sognare
o sperare situazioni meno deprimenti. Napoli doveva essere un pullulare di fattucchiere, divinatrici,
indovini a cui spesso si ricorreva per filtri d'amore
per guadagnarsi le attenzioni di donne o uomini,
spesso sposati. Vi erano anche strani personaggi
che diffondevano notizie false, come un tale che
girava per il regno con una fasulla bolla pontificia
in cui il re era dichiarato nemico della Chiesa e
spogliatore famelico dei suoi sudditi.
Roberto, nel 1338, per il facile moltipllcarsi di
improvvisati ciarlatani e falsi maghi, minacciò con
un decreto, solenni e pubbliche fustigazioni.
Negli ambienti di Corte si pensava alla successione di Roberto, dal momento che i fratelli, Filippo
di Taranto e Giovanni di Durazzo lo avevano preceduto nella tomba. Caterina di Courtenay e Agnese
di Périgord non soffrivano molto per la loro
vedovanza: la prima si consolava con Niccolò
Acciaioli, la seconda non disdegnava l'attenzione
dei giovani cavalieri, sempre pronti ad accorrere
numerosi alle sue feste e ai suoi giochi di società.
Della bellezza di questa principessa era rimasto
colpito lo stesso Boccaccio che decantò con toni
entusiasti nel suo poemetto l'Amorosa visione. Tra
le due vedove si era aperta una competizione
politica sfociata nella formazione a Corte di due
fazioni per il predominio sul regno. L'imperatrice
Caterina capeggiava quella dei tarantini, Agnese
quella dei durazzeschi. Entrambe tessevano, subdolamente, alleanze ed insidie. Tutti aspettavano
la morte di Roberto come una liberazione, non solo
perché la vecchiaia lo aveva reso più bigotto e
moralista, ma anche per dare corso ai rispettivi
calcoli dinastici. Abili ed insonni, Caterina ed
Agnese tramavano per far sposare Maria d'Angiò,
promessa a Luigi di Ungheria e sorella della designata regina Giovanna I, ad uno dei loro figli.
Caterina di Courtenay si avvaleva dell'opera di
Niccolò Acciaioli, figlio di un banchiere fiorentino,
che non aveva guardato alla sua infermità o alla
sua sfiorita gioventù per le sue numerose gravidanze, per divenirne l'interessato amante. Con lei
erano schierati i Sanseverino, l'ammiraglio Marzano,
Raimondo del Balzo, Gasso Dionisio e la famiglia
De Cabanni, che come un'avida torma gremiva
Castel Nuovo, coltivando desideri di potere, stringendo torbide alleanze in vista di parentadi
principeschi. Agnese si avvaleva, invece, dell'aiuto
del fratello, il cardinale Talleyrand, molto influente
nella Curia avignonese.
Il 13 gennaio 1343, Roberto, sul letto di morte
chiamò a sé la nipotina Giovanna per le ultime
raccomandazioni: riconquistare la Sicilia per rafforzare il regno, rispettare sempre le disposizioni
papali, non associare nessuno all'esercizio del
potere che spettava solo a lei, affidarsi ad un
consiglio di reggenza che doveva aiutarla nel
governo sino alla sua maggiore età.
Giovanna I, appena diciassettenne, divenne la
prima regina governante del Mezzogiorno, della
Provenza e di molti feudi piemontesi. Sposata a
sette anni con il coetaneo Andrea, giovane rude e
guercio, Giovanna riaprì la Corte ad una nuova
stagione di divertimenti, di giostre, di liete danze,
di allegre passeggiate e cacce, e si mostrò munifica
verso coloro che le stavano più vicino; le furono
attribuite ardenti storie d'amore con Roberto d'Artois
e un cavaliere di Corte.
Il matrimonio, nel Medioevo, aveva luogo, di
norma, durante la pubertà, a 14 anni e anche
prima, specie tra i ricchi; l'unione coniugale ricopriva per i nobili e la ricca borghesia, un'importanza notevole in quanto poteva consentire il
mantenimento di strutture di potere e di possesso.
Non erano rari i casi di spose-bambine che come
veri e propri pegni di interessi politici ed economici
venivano trasferite nella famiglia del futuro sposo
e cresciute come figlie. Il matrimonio, considerato
spesso un affare di famiglia, era combinato per
garantire le esigenze di continuità dinastiche, per
consolidare alleanze, per comporre litigi sorti nelle
divisioni dei beni. I sentimenti e le preferenze dei
giovani non avevano alcun peso. Nel migliore dei
casi la vita media di un matrimonio era di dieci-quindici anni, data la mortalità dell'epoca, e non
avendo, spesso, solide basi sentimentali, era considerato più una unione transitoria che definitiva;
non solo, una volta consumato, non era raro che
la moglie o il marito cercassero altrove compagnie
più gratificanti.
Giovanna I, per celebrare la sua incoronazione,
invitò Boccaccio a scrivere un'opera per esaltare
l'eroismo, l'avvedutezza, il coraggio delle donne,
capaci di anteporre la loro stessa vita alle esigenze
del bene comune o dell'amore. Il Certaldese accolse la richiesta e scrisse il De Clarìs mulieribus,
opera in cui è raccontata la storia di tutte le donne
più famose dell'umanità (nota 9).
La giovane regina si dimostrò subito decisa e
volitiva tanto da disporre, dopo un mese dalla
successione, la restituzione della libertà a
Giovannella di Altamura, riconoscendole il diritto
di riavere il suo feudo dotale e, su sollecitazione
del pontefice, impose al recalcitrante Raimondo
del Balzo di restituirle tutti gli animali di cui si era
appropriato. Dovevano essere un bel po', se il
conte Raimondo del Balzo, impossibilitato alla
restituzione, si vide costretto a concordare con
Giovannella un indennizzo pari a ben tremila once
d'oro.
Il regno napoletano era sempre più pervaso da
illegalità e fenomeni di brigantaggio, tanto che alla
stessa regina venne rubato per due volte, da ignoti,
il vasellame d'argento, durante il trasferimento da
Castel Nuovo alla sua residenza estiva, Quisisana,
a Castellamare. Giovanna attingeva a piene mani
dal tesoro della Torre Bruna, grazie alla complicità
dei consiglieri di reggenza, tra cui spiccava la figura del Gran Siniscalco Roberto dei Cabanni.
Quest'ultimo era figlio di Filippa la Catanese, una
ex lavandaia, vedova di un pescatore, conosciuta
da re Roberto durante una sua spedizione militare
in Sicilia: colpito dalla sua particolare bellezza, per
tenerla vicino, le affidò il compito di far da balia
al figlio appena nato.
Filippa si unì in matrimonio con un cuoco, uno
schiavo nero di un nobile napoletano, tale Cabanni.
Morto costui senza eredi, lasciò al suo ex-cuoco
nome, titolo nobiliare e relativi beni. Filippa la
Catanese, rimasta vedova, doveva essere entrata
in modo particolare nelle grazie del re, tanto da
riuscire ad ottenere che il figlio ricoprisse il
prestigioso incarico di Gran Siniscalco (un sovrintendente di palazzo addetto all'amministrazione dei
beni immobiliari e alla cura di stalle e tenute da
caccia regie).
In seguito, a Filippa, donna ignorante, intrigante e furbastra, dedita alle pratiche magiche, fu
anche affidata la cura e l'educazione delle due
nipotine di Roberto, le orfanelle Giovanna, futura
regina del regno, e Maria d'Angiò. Filippa s'inserì
nelle lotte intestine di Corte, cercando di trarne i
massimi vantaggi personali e influì sull'educazione
di Giovanna prestandosi, più tardi, come intermediaria tra la giovane regina e i suoi corteggiatori,
e tra questi lo stesso suo figlio, Roberto dei Cabanni.
Papa Clemente VI, subito dopo la morte di
Roberto, scrisse lettere di circostanza alla giovane
sovrana per sottoporle il caso dei fratelli Pipino
rinchiusi ancora in prigione, senza ricevere risposta. Giovannella d'Altamura, ostinata e infaticabile
nel perorare la liberazione dei suoi figli, supplicò
inutilmente la regina Sancia e si rivolse anche a
suo cugino Roberto de Ponciaco, uno dei vicari del
regno. Alle sollecitazioni del suo vicario Giovanna
I, stizzita, gli intimò di non occuparsi più dei problemi della contessa d'Altamura.
Giovannella non si arrese, probabilmente si recò
ad Avignone per supplicare il papa, che questa
volta scrisse, il 28 agosto del 1343, a Giovanna I
una lettera più pertinente ed incisiva, il cui tenore
era all'incirca:
"[...] il Re Roberto, ingannato da false suggestioni, (si riferisce ai Sanseverino e i del Balzo]
dopo aver chiamato al suo cospetto i fratelli, li
aveva fatti arrestare e privare dei loro beni, i quali
come sudditi fedeli ed obbedienti non avevano
avuto alcun timore di recarsi alla sua presenza. Poi
sol perché si erano appellati al patrocinio papale,
li aveva fatti rinchiudere in più atroce carcere,
arrestando persino la loro innocente madre. Poiché
Re Roberto nel suo testamento ha disposto che a
tutti coloro che avessero ricevuto danno dalla sua
amministrazione [giudiziaria] fossero restituiti i beni
mal tolti e la libertà in remissione dei suoi peccati,
ti prego vivamente di liberare i fratelli tenuti ingiustamente prigionieri in Castel Capuano. Questo ti
prego di adempiere se ci tieni alla salvezza dell'anima del tuo avo e alle mie preghiere".
La cancelleria napoletana questa volta non si
fece attendere; lo stesso Niccolò Alunno d'Alife
curò la risposta che Giovanna I spedì al papa,
rifacendosi al concetto instaurato dal diritto
normanno di guerra non movenda, che sanciva il
divieto a tutti i feudatari di muovere guerra al re.
" [...] Era noto a tutti che i Pipino avevano mosso
guerra nel regno, inquietandone il pacifico stato
con troppa pubblicità, osando portare assedio alla
città di Barletta ed altre terre con trombe, bandiere
dispiegate, provvisti di arieti ed altri mezzi bellici,
menando seco un grosso esercito di banditi e delinquenti. Questa gran moltitudine divisa in squadre, armate a piedi e a cavallo, avevano compiuto
temerari eccessi, giungendo persino a combattere
le milizie e le bandiere regie, incorrendo, così, in
aperta ribellione. Arduo è raccontare tutti i misfatti,
omicidi, incendi e violenze, impudicizie che essi
perpetravano ai danni della popolazione. Il buon
sovrano, però, era stato così clemente dal lasciarli
vivi mentre meritavano la morte. Se tanta pietà era
stata usata nei loro confronti, di cosa si lamentavano i Pipino? E poi la stessa Corte che aveva
rilasciato la madre, trovandola innocente, avrebbe
liberato i figli se fossero stati anche loro tali. A che
vale, dunque, ricordare i meriti dei loro avi se per
i loro servigi furono ben ricompensati? Se fosse
stata concessa loro la libertà questo avrebbe aperto la via a tutti i malintenzionati per sottrarre la
quiete e la pace del regno, e questo non doveva
giammai avvenire, poiché la disposizione di Roberto, che si revocassero tutti i processi non regolarmente giudicati, non riguardava i fratelli che erano
stati debitamente processati"(nota 10)
La lettera della cancelleria angioina conferma
che la ribellione di Giovanni Pipino, avendo mobilitato una "gran moltitudine di gente divisa in
squadre, armate, a piedi e a cavallo... provviste di
arieti... bandiere dispiegate..." aveva assunto tutti
i caratteri di una rivolta, seppure limitata ad un
fatto locale. Inoltre l'azione militare del cavaliere
pugliese era stata ben organizzata sul piano militare ed era più ampia di quella che poteva essere
messa in campo da un semplice barone feudale.
Emerge, in modo anche palese, la volontà della
Corte di non riaprire il processo e di non considerare la possibilità di concedere l'eventuale liberazione ai fratelli. Questo per evitare che i possedimenti a loro confiscati, essendo stati distribuiti tra
i dignitari di Corte, fossero restituiti.
Con la morte di Roberto si era ulteriormente
aggravata l'instabilità politica del regno.
Gli Angioini erano una casata divisa in tre rami:
Giovanni, duca di Durazzo, Filippo, principe di
Taranto, e Caroberto, re di Ungheria. Essendo morti
tutti i fratelli, il testamento di Roberto aveva scontentato gli eredi rimasti, poiché aveva nominato
sua nipote Giovanna titolare del regno napoletano,
e in caso di una sua prematura morte, la sorella
minore, Maria d'Angiò. Roberto, avendo intuito
che solo un più stretto legame con il ramo angioino-ungherese poteva assicurare una prospettiva di
sviluppo alla dinastia, aveva pensato di combinare
i matrimoni delle nipotine con i figli del fratello, re
di Ungheria, Caroberto: Giovanna a sette anni fu
sposata al secondogenito di Caroberto, Andrea,
mentre Maria fu promessa sposa al primogenito,
Luigi. Quest'ultimo matrimonio, però, non fu mai
celebrato
Una soluzione, ovviamente, duramente contestata dagli altri due rami napoletani, i durazzeschi
e i tarantini. I primi, difatti, per un complesso calcolo ed interpretazione delle leggi dinastiche, si
ritenevano legittimi eredi del regno, essendo Carlo
Durazzo il nipote più anziano di re Roberto. Per i
tarantini, invece, l'erede era Roberto di Taranto,
perché primo nipote. Scontenti rimanevano gli Ungheresi, perché unica titolare del regno era solo
Giovanna e, quindi, escluso dal potere il giovane
marito Andrea.
Date queste premesse, era ovvio che scoppiassero lotte dinastiche tra le due fazioni per avere il
sopravvento. Nella guerra, non ancora messa in
atto, tra durazzeschi e tarantini, Giovanni Pipino
rimase estraneo, essendo fedele, per principio ma
anche per calcolo, ai desideri del papato, nella
sottile disputa che aveva visto questo ostile alle
decisioni del re angioino. Nubi minacciose andavano affacciandosi sul regno napoletano.
Il papa era preoccupato, soprattutto, per l'inconsistenza del consiglio di reggenza napoletano
delegato al governo del regno, in attesa che Giovanna I divenisse maggiorenne. Il consiglio di
reggenza si era dato a spese incontrollate e ad
elargizioni fuori luogo. La giovane regina era abilmente distratta nei suoi compiti di governo dalle
iniziative spensierate e dai divertimenti di Corte
che Agnese di Périgord e Caterina di Courtenay,
con la complicità di Filippa la Catanese, organizzavano quotidianamente. Erano queste tre vedove,
in concreto, che manovravano, più o meno occultamente, la situazione politica, approfittando del
fatto che la regina Sancia, moglie di re Roberto,
ormai in piena crisi mistica, pensava più al monastero che alle sorti delle nipotine Maria e Giovanna I, divenute ambite prede matrimoniali delle
fazioni in lotta.
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Alcune note :
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Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Giovanna I, fedele all'impegno testamentario,
era decisa a detenere ed esercitare il potere, e
desiderava bruciare i tempi per essere incoronata
regina prima di divenire maggiorenne. Il consiglio
di reggenza, infatti, aveva potestà sino al raggiungimento della sua maggiore età, fissata a venticinque anni compiuti. Il suo proposito trovava
consenzienti funzionari di Corte, baroni e i principi
suoi cugini che premevano su Avignone con ricche
e insistenti ambasciate. In questa fase degli avvenimenti sembrò prevalere la bella Périgord.
Il venerdì santo, Carlo Durazzo "rapì" la cuginetta Maria d'Angiò, graziosa quindicenne, per
sedurla e poi sposarla nel cortile del suo giardino.
Sembra, però, che la rapita, seppur giovanissima,
fosse stata consenziente: Carlo doveva essere un
giovane biondo e dall'aspetto molto regale ed aveva
colpito la fantasia e i sentimenti di Maria, che non
voleva ripetere l'infelice esperienza matrimoniale
della sorella.
Complico e discreta organizzatrice del rapimento fu la nuora di Filippa la Catanese, Margherita
Ceccano che, da brava ruffiana, favorì gli incontri
amorosi dei cugini. Per il suo servigio, Agnese di
Périgord le donò il feudo di Ceglie. Lo scandalo fu
enorme perché il fattaccio era avvenuto in piena
settimana santa. Giovanna sembrò adirarsi sino al
punto di tramare contro la vita dello stesso Carlo
Durazzo; l'infuriata Caterina di Courtenay, al colmo dell'ira, disertò la cerimonia nuziale riparatrice
e si ritirò nel suo palazzo a meditare un'atroce
vendetta. Raggiunto un compromesso con Giovanna, Carlo Durazzo ne otterrà il consenso per il
matrimonio riparatore e la promessa di una ricca
dote per Maria. Il fratello di Agnese Périgord, il
cardinale Talleyrand, si adoperava ad Avignone
per convincere Clemente VI a concedere la necessaria dispensa per il matrimonio tra i due cugini,
ma il pontefice, forse per non dispiacere ed offendere Luigi d'Ungheria, a cui Maria era stata promessa in sposa, prendeva tempo.
Il clima a Corte era divenuto incandescente,
destando non poche preoccupazioni sia ad
Avignone che in Ungheria. Partirono, quasi contemporaneamente, per Napoli, Francesco Petrarca
inviato dal papa e, da Viségrad, la regina Elisabetta
d'Ungheria, madre di Andrea.
Elisabetta giunse a Manfredonia con un seguito
di circa quattrocento persone e con i forzieri colmi
di danaro. Il primo colloquio con la nuora lo ebbe
subito nel castello di quella città; energica e decisa, Elisabetta rimproverò Giovanna I per il suo
disinvolto comportamento coniugale, indegno per
una regina, e le intimò di dividere il suo potere
amministrativo e politico con il figlio. L'ingente
tesoro custodito nei forzieri di Elisabetta, pari a
circa ventunomila marchi d'oro e ventisettemila
marchi d'argento (che aggiunti a quelli che saranno successivamente versati nelle casse papali per
acquisire la benevolenza di Clemente VI alla causa
di Andrea, fanno un totale di ventidue milioni di
corone-oro, sufficiente ad acquistare tredici volte
la Dalmazia), fu utilizzato da Elisabetta per munifici
doni ai personaggi più influenti di Corte, per opere
pie e regalie, allo scopo di conquistare favori ed
alleanze alla causa di Andrea. Uno sforzo eccezionaie che conferma quanto fossero forti gli interessi
degli Angioini-Ungheresi sul regno di Napoli.
Petrarca aveva l'incarico di preparare la Corte
napoletana all'arrivo imminente del legato pontificio, il cardinale Aimery, il quale avrebbe dovuto
sostituire il consiglio di reggenza nelle sue funzioni
amministrative. Il poeta, però, era investito ufficialmente di un'altra importante missione: la liberazione dei fratelli Pipino.
Petrarca rimase sconvolto dalla situazione del
regno, e nelle sue lettere paragonò i giovani sovrani
a Tolomeo e Cleopatra, e la città a Babilonia. Si
scagliò contro un fraticello di Corte, tutore di Andrea, tale fra' Roberto definendolo horrendum triples
animales( triples perché utilizzava a mo' di scettro
il suo bastone di appoggio per imporre la sua volontà ai cortigiani napoletani), il quale si adoperava
a spingere la regina Sancia verso mistici propositi
monacali per distoglierla dai suoi compiti di controllo dell'attività del consiglio di reggenza. Il poeta
trovò il tempo per assistere, incredulo, all'esibizione di una nerboruta donna napoletana in grado di
sollevare un peso che poteva essere spostato solo
da dieci uomini, e annotò con grande sdegno che
gli stessi sovrani si recavano a piazza della
Carboneria per assistere a cruenti giochi di gladiatori.
Petrarca, però, non si distolse dal compito principale della sua missione, come testimonia la lettera che scrisse al cardinale Colonna:
"[...] tre o quattro volte, salvo errore, sono entrato nel carcere di Castel Capuano, e vidi gli amici
tuoi che nulla sperano fuor che da te: la giustizia
della causa loro ch'essere dovrebbe il loro sostegno, tornò fin qui a loro danno: perché nulla è tanto
pericoloso, quanto il trattare una causa giusta con
un giudice iniquo. Arrogi non aver gli infelici peggior
nemico di chi per quello che venne loro mal tolto
si fece ricco e superbo; il quale desidera naturalmente torsi dagli occhi coloro cui potrebbe una
volta presentarsi l'opportunità di recuperare il
perduto. Alcun non è, a cui toccata non sia una
parte dei beni ad essi rapiti. È come sperare che
ladri dei cosiffatti vogliano alla loro salvezza e
libertà provvedere, se intendono che quindi ridotti
sarebbero a povero stato? Oh quanto meglio per
loro se non avesser mai posseduto nulla, lo li ho
visti in ceppi; oh cosa indegna: oh, volubile e
precipitosa ruota della fortuna! Del rimanente come
orrenda a vedersi è la loro prigionia, così mirabile
ed eccelsa la nobiltà dell'animo loro nel soppor-
tarla. Finché tu viva essi non lasciano di ottimamente sperare del loro caso; in quanto a me non
so sperare nulla di buono, se forza maggiore non
intervenga. Se si confidano nella clemenza è tutto
vano; morranno in carcere. La vecchia regina
[Sancia] già consorte del regno è la più infelice
delle vedove: dice di sentirne pietà, e confessa che
non può fare altro. Cleopatra e il suo Tolomeo
Giovanna I e Andrea] la sentirebbero anch'essi, se
Potino e Achilia lo consentissero".
Il motivo dell'interesse di Petrarca per la sorte
dei "fratelli" non è chiaro, ma era evidente che
questi, grazie all'azione della madre, Giovannella,
erano oggetto di sollecitudine da parte della Curia
avignonese, e che le speranze per la loro
scarcerazione erano vane se affidate ad un atto
autonomo di clemenza della Corte napoletana, ma
realistiche se fosse intervenuta una forza maggiore.
Tale forza maggiore era da intendersi non come un
atto d'imperio del papa, bensì come il risultato di
un abile disegno diplomatico tale da costringere la
Corte napoletana a liberare i fratelli prigionieri.
Clemente VI riceveva forti pressioni dagli Ungheresi affinchè Andrea fosse eletto re al pari di
Giovanna I. I principi napoletani, invece, osteggiavano apertamente tale ipotesi e, seppure divisi,
questo disegno li trovava uniti. È probabile che
Petrarca si sia incontrato con la regina Elisabetta
e abbia affrontato la discussione dell'incoronazione di Andrea. Solo una persona del prestigio e
dell'intelligenza del Petrarca poteva affrontare il
ginepraio della situazione e, seppure in veste non
formale, poteva adempiere allo scopo di avviare
i necessari chiarimenti tra le parti. La liberazione
dei fratelli Pipino rientrava nella complessa strategia diplomatica del papato, il quale intendeva
dimostrare ad Elisabetta che l'autorità avignonese
sulle questioni napoletane rimaneva intatta. Per
raggiungere questo fine si doveva mettere in discussione lo stesso testamento di re Roberto. Il
papa, per minare nelle sue basi giuridiche le volontà del vecchio sovrano angioino, utilizzava la
vicenda dei Pipino, che, se fossero stati liberati,
avrebbe costituito il precedente per interpretare
diversamente le volontà testamentarie dell'Angioino
e rendere così possibile l'incoronazione di Andrea.
La vicenda degli sfortunati feudatari pugliesi diventava il pretesto per azioni politiche di più alto profilo,
con implicazioni giuridiche sulla legittimità del
potere Angioino sul regno.
L'intensa attività diplomatica di Petrarca per la
liberazione dei Pipino non trovava ancora sbocchi
positivi. Il poeta scrisse nuovamente al cardinale
Colonna per informarlo che l'ultima riunione del
consiglio di reggenza non si era potuto o, meglio,
voluto esprimere favorevolmente sulla sorte dei prigionieri, preferendo sciogliersi per evitare i pericoli
e le insidie che la città riservava ai viandanti di notte.
Ma un altro avvenimento scosse il poeta al punto di
consigliargli una precipitosa fuga da Napoli.
Da qualche tempo a Napoli si era in apprensione per una oscura profezia del vescovo di Ischia
che voleva la città esposta ad un grave e luttuoso
evento. La profezia sembrò avverarsi la notte
successiva al giorno di santa Caterina, il 25 novembre del 1343. Un violentissimo maremoto colpì
Napoli e dintorni, distruggendo uomini e cose. Ne
da notizia lo stesso Petrarca, in una lettera al
cardinale Colonna, descrivendo nei minimi particolari la tremenda catastrofe:
"[...] e serrata la finestra mi posi sopra il letto,
e dopo aver vegliato per un pezzo, cominciando
a dormire mi svegliò un rumore di terremoto, il
quale non solo spalancò le finestre e spense il lume
che soglio tenere la notte, ma scosse dalla fondamenta la mia camera dove io stava [presso il
convento di San Lorenzo]. Essendo dunque in
cambio del sonno, assalito dal timore di morte
vicina, uscivo dal chiostro e mentre tra le tenebre
l'uno cercava l'altro, e non si poteva vedere se non
per il beneficio di qualche lampo [...] che gruppi
di acqua! che venti! che tuoni! che orribil bombir
del cielo! che orrendo terremoto! che strepito
spaventevole del mare! [...] ma poi che venne il dì,
benché fosse tanto oscuro il cielo che parea notte,
[...] si levò un grandissimo remore che il terreno
che stava sotto i piedi, cominciava ad inabissarsi,
essendo penetrato sotto il mare [...] mille monti
d'onde, non nere, non azzurre, come sogliono essere
nelle altre tempeste, ma bianchissime si vedevano
arrivare dall'isola di Capri a Napoli [...]".
E mentre Giovanna, scarmigliata e a piedi scalzi, si recava con le sue damigelle in pellegrinaggio
per le chiese ad invocare la pietà del Signore sulla
città martoriata, l'impaurito Petrarca partì per
Avignone, ripromettendosi di non sostare mai più
in città costiere (nota 11).
Subito dopo il maremoto, che aveva distrutto il
porto e invaso d'acqua la parte bassa della città,
un fulmine raggiunse la Corte napoletana: una
bolla papale dichiarava decaduto il consiglio di
reggenza imponendo, come tutore della minorenne Giovanna I, il cardinale Aimery.
Il pontefice sancì nella stessa bolla la nullità di
tutti gli atti di vendita, di concessione di feudi e
investiture emessi dal consiglio di reggenza, e per
rendere più incisiva la sua azione, minacciò di
scomunica la cattolicissima regina Sancia e gli
altri consiglieri che si fossero inseriti nella reggenza dello Stato.
Elisabetta d'Ungheria si trattenne a Napoli in
attesa di provvedimenti a favore dell'incoronazione
del figlio da parte di Clemente VI.
L'autorevole presenza a Napoli del cardinale
Aimery in qualità di legato pontificio, l'impegno
assunto da Caterina di Courtenay di assistere
amorevolmente Andrea, la ritrovata concordia
coniugale dei giovani sovrani, convinsero Elisabetta a far ritorno in Ungheria, nella primavera del
1344. Prima di partire, seppure con un atroce
presentimento nel cuore, affidò il figlio Andrea alla
tutela del Gran Giustiziere Bertrando de Beaux.
Dopo la partenza della madre, Andrea, come
segno della sua ritrovata autorità a Corte, tra il
malumore generale dei baroni, il 24 giugno 1344
dispose finalmente che a Giovanni Pipino e ai suoi
fratelli fossero aperte le porte di Castel Capuano,
negando però la restituzione dei beni a suo tempo
confiscati, che continuarono a rimanere ben saldi
nelle mani degli avversari dei Pipino. Successivamente Clemente VI farà giungere a Giovanna I suoi
più sentiti ringraziamenti per l'avvenuta liberazione
dei fratelli Pipino, e dispose l'incoronazione di
Giovanna, da tenersi nel monastero di santa Chiara con una solenne funzione celebrata dal cardinale Aimery.
Il pontefice, però, non aveva consentito la contemporanea incoronazione di Andrea, forse in
ossequio ad una sua strategia che puntava ad una
soluzione graduale della complessa questione
napoletana. Il conte di Minervino era presente alla
funzione religiosa insieme a tutti i baroni, nobili e
dignitari del regno. Il 28 Agosto 1344 Giovanna
cingeva la corona, e tra la sorpresa generale,
durante la funzione religiosa, la giovane regina,
rompendo il protocollo, esternò a viva voce la sua
volontà di ricevere la corona in base alle convenzioni giuridiche che la volevano legittima erede del
regno (quindi non solo per volontà pontificia).
Questo sottolinea la forte personalità di cui era
dotata la diciottenne regina. Quattro giorni dopo,
però, Giovanna, sempre a santa Chiara, fu chiamata a giurare il suo vassallaggio alla Chiesa, nelle
mani del cardinale Amery, e al pagamento del
censo, pari a ottantamila once, da versare il giorno
dei santi Pietro e Paolo.
Clemente VI, per consentire ad Andrea di uscire
dall'isolamento in cui era costretto dai baroni
napoletani, aveva puntato sul conte Palatino, il
quale, restituito alla libertà, poteva salvaguardare
l'incolumità del giovane principe ungherese dalle
oscure trame di Agnese di Périgord e dell'imperatrice Caterina di Courtenay. Giovanni Pipino, grazie anche all'appoggio del papato e in special modo
dell'influente cardinale Colonna, poteva così ricoprire un ruolo politico significativo nelle tranne della
Corte napoletana.
Non è da escludere che i Pipino avessero in
qualche modo legami con il seguito di Andrea,
poiché la sorella Vannella era sposata con il conte
ungherese Asperch.
Il conte di Minervino, finalmente libero e per
nulla infiacchito dai tre anni di prigionia, riprese
subito a vivere da nobile. Troppo presto, per alcuni, che malignarono di discrete risorse finanziarie nascoste, oppure di probabili generose sovvenzioni di Elisabetta d'Ungheria. Pipino cavalcava
per la città sfoggiando ricche vesti e largo seguito,
e non disdegnava, innalzando il suo vessillo, di
partecipare alle frequenti giostre, misurandosi con
gli avversari con mezzi più competitivi di quelli
degli stessi principi reali e prendendosi le sue
soddisfazioni umiliando nei giochi d'arme gli altri
cavalieri.
Subito dopo la partenza di Elisabetta, complici
Agnese e Caterina, coadiuvate da Filippa la Catanese, i rapporti coniugali della giovane coppia
reale tornarono ad inasprirsi al punto che Andrea
era costretto a chiedere i soldi alla moglie per
comprarsi un abito, e durante i giochi di società
organizzati dai cortigiani, subì l'umiliazione di essere deriso a causa del suo difetto alla vista.
La bella Périgord un giorno si ammalò. Un dotto
medico, esaminate le sue urine diagnosticò una
inaspettata gravidanza che, considerando lo stato
vedovile di Agnese, suscitò stupore e costernazione. Il più indignato era Roberto di Durazzo, primogenito di Agnese, che decise di togliere da ogni
impaccio la madre.
Agnese era vedova da un bei pezzo e lo scandalo era davvero grosso, nessuno doveva conoscerlo. Per farla abortire, secondo gli accorgimenti
in uso in quell'epoca, le venne somministrato un
clistere avvelenato, che risultò fatale.
L'ineffabile imperatrice Caterina trasse subito
vantaggio dalla morte di Agnese, diffondendo la
notizia scandalosa della gravidanza della sua ex
avversaria.
Agnese, si scoprirà dopo, era rimasta vittima della
vendetta della sua rivale. Le sue urine erano state,
infatti, sostituite con quelle di Sancia dei Cabanni,
nipote di Filippa la Catanese, che assisteva la
poveretta. Sancia, una bella bruna coetanea e dama
di compagnia di Giovanna I, era contessa di Morcone,
sposata col nobile Roiano, con una dote di seicento
once d'oro. Gasso Dionisio fu uno dei testimoni del
suo matrimonio, che però, per motivi inspiegati, fu
annullato da Roberto. Sancia era gravida per una
relazione, tra le tante, con il conte di Terlizzi, Gasso
Dionisio, lo zio rivale dei Pipino.
Tra inganni e infide manovre di palazzo, Andrea, già inviso ai baroni napoletani per aver tolto
dalla prigionia i fratelli Pipino, vide finalmente
avvicinarsi il risultato degli sforzi dei suoi congiunti. Il Santo Padre si era convinto ad imporre a
Giovanna l'incoronazione del marito. Non appena
ricevuta la notizia, Andrea pensò bene di esporre
nella sala delle udienze un suo nuovo stendardo
che raffigurava un ceppo ed una mannaia. Nelle
sue intenzioni il giovane principe ungherese voleva
lugubremente avvertire i suoi nemici e denigratori
di Corte, che la sua rivincita era vicina. Ma questa
trovata gli costò cara.
L'improvviso apparire di un'eclisse nella costellazione del Cancro e la congiunzione tra i pianeti
di Marte, Giove e Saturno in Acquario allarmò gli
astrologi che preconizzarono lutti e tragedie, dolori
e sofferenze.
Settembre 1345. Giovanna, al sesto mese di
gravidanza, ed Andrea, accompagnati dalla ristretta cerchia di amici, si recarono ad Aversa per una
vacanza da dedicare alla caccia. Erano ospiti del
convento di San Pietro la Maiella, lo stesso luogo
dove riposavano le spoglie di Pipino il Vecchio.
Tra battute di caccia e danze festose, curavano
anche l'amministrazione del regno. La mattina del
18, Andrea accolse gli ambasciatori di Zara, città
assediata dai Veneziani, che chiedevano un appoggio militare. Giovanna, invece, riceveva una
delegazione di speziali e droghieri che protestavano per il fatto che alcuni di loro, imbarcati sulle
navi per diporto commerciale, erano stati costretti
a prestare servizio come marinai per l'ammiraglio
Marzano, impegnato nella eterna guerra contro la
Sicilia. I malcapitati mercanti, per essere restituiti
alla libertà, dovevano pagare un riscatto ai capitani
delle navi. La regina accolse in pieno le tesi dei
mercanti, ed emanò un editto che impedisse per
l'avvenire un tale sopruso.
Dopo una allegra cena, i reali si erano ritirati
nelle proprie stanze. Andrea fu chiamato per urgenti notizie provenienti da Napoli. Appena uscito,
fu assalito con pugni e calci da un gruppo di
uomini; cercò di rientrare nella stanza, ma qualcuno aveva già serrato la porta. Il principe si difese
strenuamente, fu preso per i capelli, immobilizzato,
soffocato con un laccio e il suo corpo lasciato
penzolare da una balaustra. La leggenda vuole che
il laccio fosse stato intessuto dalla stessa Giovanna, utilizzando i suoi capelli intrecciati con fili d'oro,
sotto il malefico influsso di Filippa la Catanese. A
Corte, difatti, era diffusa l'opinione che Andrea non
potesse essere giammai ucciso dai colpi di spada,
perché immune per un talismano che gli aveva
donato la madre.
Le urla disperate del principe-consorte furono
udite solo da una cameriera ungherese che si
affacciò incuriosita. Il flebile bagliore della sua
lucerna le impedì di riconoscere i congiurati che
lasciarono cadere il cadavere nel giardino
sottostante.
Giovanna, quella notte, aveva il sonno pesante!
Non udì e non si accorse di nulla. Il cadavere del
giovane fu scoperto solo alle prime luci dell'alba.
La sovrana si premurò personalmente, con una
lettera redatta in freddo stile burocratico, di avvertire il pontefice, insinuando che il movente del
delitto fosse da ricercare nell'abitudine di Andrea,
nonostante i suoi richiami, di passare insonni
nottate in compagnia dei suoi amici e amiche
ungheresi.
La tragica morte di Andrea, ordita da più mani
e con la complicità generale della Corte (le persone giustiziate per l'omicidio risulteranno in seguito almeno una ventina, tra dignitari e cortigiani), favorì il sopravvento della fazione dei tarantini.
Un primo indizio del loro coinvolgimento nella
congiura fu la sorprendente coincidenza con la
quale il loro alleato, Tommaso Sanseverino, Gran
Connestabile (capo dell'esercito) scioglieva le truppe in Calabria, lasciando l'ammiraglio Marzano al
largo delle coste, a continuare una guerra persa in
partenza contro la Sicilia, e rientrando a Napoli di
gran carriera, il giorno prima dell'omicidio. Tutto
rende plausibile l'ipotesi che a Giovanna non
potessero sfuggire i tristi disegni della zia impera trice e dei cugini.
Il corpo del giovane ungherese fu lasciato
insepolto presso il convento per alcuni giorni. Dopo
qualche tempo fu pietosamente posto su un feretro
e accompagnato a Napoli dal conte Palatino con
i suoi fratelli, che si erano precipitati ad Aversa alla
notizia dell'omicidio. Durante il corteo funebre si
battevano, in segno di dolore, il viso, con una
frusta esclamando:
"E perché, o Signore, ci hai lasciato nelle mani
dei nostri nemici? Chi, illustre Signore, ci salverà
ora dalle mani dei nostri avversari'? Ecco, la nostra
speranza ci venne meno in tutto!".
Giovanna I, stretta nel lutto, a Natale dell'anno
successivo, metteva alla luce il figlio di Andrea.
"Ma per li più si disse, ch'era il figlio di Andreasso,
e di certi segni li simigliava; e chi diceva no per
la mala fama della regina",
annotò nella sua cronaca Giovanni Villani. Lo stesso papa, in una lettera al vescovo di Cavaillon, da
lui delegato per celebrare il battesimo del bambino, scrisse di
"credere legittimo il figlio di Giovanna, quantunque
alcuni abbiano parere contrario".
Subito dopo il parto, al grido "morte alla regina
puttana", si ribellarono i sudditi napoletani che
invocavano giustizia per l'omicidio di Andrea e la
condanna dei colpevoli. La sedizione aveva poco
di spontaneo ed era stata organizzata ad arte dai
principi cugini, sia durazzeschi che tarantini, con
l'obiettivo di provocare la deposizione della sovrana, o per costringerla a sposare uno di loro. La
ribellione avvenuta nel mese di febbraio costrinse
Giovanna e gli assediati in Castel dell'Ovo a bruciare i mobili per potersi riscaldare. Con Giovanna,
erano asserragliati anche la famiglia dei Cabanni
e un ristretto numero di nobili a lei fedeli. Tra questi
si distinse Enrico Caracciolo, che tentò inutilmente
delle sortite per disperdere i ribelli. Giovanna, alla
fine, dovette cedere e consegnare al Gran Giustiziere coloro che erano ritenuti i colpevoli dell'omicidio di Andrea.
I primi a pagare furono Filippa la Catanese e
suo figlio Roberto, i quali, prima di essere bruciati
sul rogo, furono trascinati per le strade di Napoli
tra mille torture, con ami infilati tra le labbra per
impedire loro di urlare, più che la loro innocenza,
altre compromettenti complicità. La leggenda
popolare vuole che le loro ossa fossero utilizzate
per fabbricare dadi o manici per cucchiai e coltelli. In seguito, anche Sancia Cabanni seguirà la
loro sorte, dopo aver svelato, durante la prigionia,
il retroscena della gravidanza di Agnese di Périgord.
Seguì, subito dopo, la condanna del conte di
Terlizzi Gasso Dionisio, lo zio nemico e rivale dei
Pipino, che ricopriva l'incarico di maresciallo del
regno (capo della polizia), che aveva firmato la sua
condanna recandosi nelle carceri, per tagliare la
lingua al servitore di Andrea, reo e pericoloso
testimone dell'omicidio. Sua moglie, Margherita
Pipino, fu spogliata di tutti i suoi beni e, con suo
figlio Ludovico, si rifugiò in un monastero a Monopoli; l'anno successivo, riconosciuta innocente,
le furono restituiti i feudi di Ruvo, Terlizzi e Loseto.
Grande burattinaia della congiura fu quasi certamente la diabolica Caterina di Courtenay, consigliata dall'amante Niccolò Acciaioli, avventuriero fiorentino e tutore del figlio Ludovico di Taranto (nota 12). Preoccupata dalla piega che prendevano le
indagini e dal rischio di venire smascherata, si
mise personalmente alla testa di un piccolo esercito e marciò verso il castello di Sant'Agata dei
Goti, dove si erano rifugiati gli ultimi due testimoni
dell'omicidio, Carlo d'Artois (nota 13) e suo figlio Roberto,
presunto amante di Giovanna I e autore materiale
dell'omicidio. Entrata nel loro castello con uno
stratagemma suggeritegli dal fido Acciaioli, prima
si fece consegnare le loro ricchezze, poi li eliminò.
Spedì il corpo di Carlo d'Artois, cucito nella pelle
di un bue, al giustiziere Bertrando De Beaux che
indagava sul delitto, invitandolo provocatoriamente, se ne era capace, a interrogare il cadavere.
A Napoli, i durazzeschi e i tarantini trasformarono le piazze in un campo di battaglia con agguati
e scontri. In questo clima da guerra civile, il conte
Palatino, a marce forzate, si recò in Ungheria per
informare direttamente Luigi e sollecitarlo ad intervenire nel regno per vendicarsi dell'uccisione del
fratello. Luigi non si limitò a dargli udienza, ma si
servì di lui per preparare la sua venuta in Italia (nota 14).
ll giovane re ungherese preparò con grande abilità
diplomatica il suo viaggio nella Penisola. Strinse
una alleanza con gli Inglesi per bloccare, così, un
eventuale intervento francese a favore del regno di
Napoli, poi si assicurò la sicurezza delle sue frontiere rinsaldando patti militari con l'Austria e la
Baviera. Trattò la pace con lo zar di Serbia e firmò
un armistizio con Venezia che gli consentiva di
attraversare, con le sue truppe, il Veneto, evitandogli la traversata del mare Adriatico.
Tutte le signorie dell'Italia centro-settentrionale
gli accordarono aiuto e permessi per attraversare
i loro territori. Le truppe, costituite dalla fidatissima
ed esperta cavalleria, pesante e leggera, della
Transilvania, furono divise in piccoli gruppi e spedite ad intervalli di tempo, per non pesare troppo
sulle popolazioni della Penisola e impaurirle. La
fanteria fu costituita principalmente dai mercenari
lombardi e teutonici che conoscevano molto bene
il territorio e le abitudini militari dei Napoletani.
Luigi affidò al conte Palatino Niccolo Gilétfi, alla
testa della cavalleria leggera cumana, il compito
di predisporre il ricevimento e il vettovagliamento
per il regale seguito. La macchina bellica dell'Ungherese era pronta a invadere il regno napoletano.
Ne approfittarono subito alcuni baroni piemontesi
per togliere a Giovanna i feudi che possedeva al
di là del Po.
Luigi (detto il Grande) partì dall'Ungheria nel
mese di novembre accompagnato dal vescovo di
Veszprém, da Stefano, voivoda di Transilvania, da
Giovanni Pipino, e fu ricevuto trionfalmente dai
maggiori signori italiani. L'Ungherese marciava a
tappe forzate preceduto da un grande drappo nero
su cui era disegnata l'effigie di un uomo al capestro, e a dicembre era già a L'Aquila, accolto con
onori dal feudatario della città, Lallo di Camponesco.
Giovanna appariva incapace di reagire, aveva
inutilmente tentato di allestire un esercito capace
di respingere l'invasione ungherese, anche per la
scarsa disponibilità delle sue risorse finanziarie.
Frastornata dagli avvenimenti, politicamente isolata, era sotto la forte influenza di Caterina di
Courtenay, che si era trasferita a Castel Nuovo,
premurandosi di portare con sé il figlio, Roberto di
Taranto, che consolando la giovane cugina regina,
ben presto ne divenne l'amante.
La giovane sovrana attraversava uno dei momenti forse più tristi della sua vita e la notizia della
discesa in Italia di suo cognato, re Luigi d'Ungheria, contribuiva a rendere più incerte le già traballanti sorti del regno. Senza difensori, circuita dalla
zia imperatrice, fu fortemente richiamata dal papa
ai suoi doveri di vedovanza, tanto da essere invitata, perentoriamente, ad allontanare dal castello
il suo amante, Roberto di Taranto e, per ovviare
alla scandalosa condotta, il papa la obbligò a
circondarsi della compagnia di quattro suore
clarisse.
Giovanna, per uscire dalla situazione di debolezza militare che avrebbe reso ardua la difesa del
suo regno dall'invasione ungherese, agì politicamente, tentando di riappacificare i cugini tarantini
e durazzeschl.
Giovanna approfittò della improvvisa scomparsa della terribile zia per chiudere le porte di Castel
Nuovo a Roberto di Taranto che tornava dal funerale della madre, e, tra la sorpresa generale, accolse nelle sue stanze il riluttante Ludovico di
Tarante (nota 15), fratello minore di Roberto di Taranto,
spinto letteralmente nelle sue braccia da Niccolò
Acciaioli (nota 16). La regina lo sposò e sacrificò ogni
sentimento d'amore pur di salvare la sua corona
e l'unità del regno angioino. Anche questo matrimonio di stato, consumato solo per opportunità
politiche, e superare il fermo rifiuto papale, così
come era avvenuto per le richieste di matrimonio
con Roberto, si rivelerà amaro ed infelice.
La pace con la fazione dei durazzeschi fu raggiunta riconoscendo Carlo Durazzo duca di Calabria,
titolo che di solito era attribuito al delfino. A suggellare l'accordo, il figlio di Giovanna, di soli venti
mesi, fu promesso sposo alla cugina nata dal
matrimonio dello stesso Carlo con Maria d'Angiò,
sorella della sovrana.
Tutto questo contribuì ancor più ad aumentare
la confusione che regnava nel Sud dell'Italia. Molti
baroni parteggiavano apertamente per Luigi il
Grande, ormai prossimo ad invadere il regno. Tra
questi era il conte Gaetano di Fondi, cugino di
parte materna di Giovannella di Altamura, e il suo
passaggio alla causa ungherese era in linea con la
posizione, in quel momento, dei fratelli Pipino (nota 17).
Gaetano di Fondi inflisse una dura lezione alle
truppe angioine che erano corse ad assediarlo a
Traetto, vicino Latina. Il conte ordinò agli abitanti
del paese di murare tutti gli ingressi delle case e dei
vicoli e convenne con loro un segnale a cui dovevano rispondere scaraventando sassi e frecce sugli
assalitori. Di notte, poi, abbandonò la città e si
appostò poco lontano. Gli assalitori, la mattina dopo,
trovarono le mura senza difesa e la città immersa in
un silenzio totale. I vicoli del paese, però, erano stati
murati in modo tale che l'unica via percorribile
portasse i soldati angioini, direttamente in piazza.
Quando questi furono giunti, partì il segnale e gli
abitanti di Traetto incominciarono il lancio di pietre
sugli aggressori, mentre il conte di Fondi bloccava
la porta d'accesso alla città, impedendo, così, la
ritirata agli avversar!. La sconfitta degli Angioini fu
inevitabile.
Ma alla sconfitta si aggiunse l'ingiuria. Giovanna vide arrivare a Napoli, da porta Capuana, i suoi
soldati a natiche scoperte e con un cartello sulle
spalle che pressappoco diceva: "Così ci combinò
il conte di Fondi".
Clemente VI si diede un gran da fare per evitare
l'invasione e salvare Giovanna I perché, memore
dei tanti grattacapi che Federico li aveva procurato
al papato con le sue mire espansionistiche, voleva
impedire ad ogni costo la riunificazione del dominio angioino ungherese con quello napoletano.
Giovanna poteva dormire sonni tranquilli: Clemente sarebbe stato sempre un suo interessato soste nitore. Fu inviato un legato pontificio che tentò di
dissuadere il sovrano ungherese dall'invasione, inu tilmente. Lo stesso legato tentò di frenare l'avanzata cercando alleati per Giovanna; solo il conte
Gaetani di Fondi si convinse a sostenere la sovrana
che lo perdonò per la sua precedente ribellione con
un indulto, il 25 settembre del 1347.
Giovanni Pipino si era recato nel Lazio, presso
Terracina e da lì a far leva di soldati a favore del
re ungherese che marciava verso L'Aquila, tenendosi lontano da Roma, governata in quel momento
dal tribuno Cola di Rienzo. Costui, uomo di umili
origini, era divenuto un capopopolo con il programma ambizioso di ricalcare i fasti dell'Urbe
portando a termine una congiura antinobiliare che
culminò con la sconfitta dei famigliari del cardinale
Colonna. Cola imprigionò i cittadini più ricchi della
città, allo scopo di estorcere tesori e danaro e
vagheggiò anche progetti di unificazione dell'Italia
e di riforme che, però, furono smentiti dal suo
atteggiamento ostile e provocatorio verso il popolo
al quale impose, una volta pervenuto al potere,
tasse e gabelle, nonostante le sue promesse di
segno opposto. Come tutti coloro che promettono
benefici e tasse ridotte al popolo senza mantenerle,
finì assassinato dalla rabbia dei cittadini, che,
qualche anno dopo,bruciato il cadavere, ne dispersero le ceneri.
Cola di Rienzo, proclamatesi "Nicola severo e
clemente, tribuno della pace e della giustizia, liberatore della Sacra Romana Repubblica", aveva
ricevuto da Giovanna una ambasciata che gli portò
in dono cinquecento fiorini d'oro e gioielli per la
sua consorte. Il tribuno la ricambiò, invece, parteggiando per la causa del sovrano ungherese in
cambio di cinquecento cavalieri che gli erano tornati
utili per sconfiggere i Colonna.
Ma neanche l'esercito ungherese era al riparo
da colpi bassi e tradimenti. Scoppiò un contrasto
tra i generali di Luigi d'Ungheria e il mercenario
duca Guarnieri, che preferì abbandonare l'impresa
e trasferirsi nel Lazio, cogliendo l'occasione per
distruggere e saccheggiare la città di Anagni.
Giovanni Pipino nel Lazio incontrò, a Montefiascone, in qualità di legato pontificio, Bertrando de
Beaux, che lo invitò ad astenersi dall'appoggiare
l'invasione di Luigi e ad intervenire contro il tribuno
romano (sostenitore della causa ungherese), inviso al papa non solo per i suoi eccessi sanguinari
contro le famiglie dei Colonna e degli Orsini, ma
anche per i suoi tentativi di affrancarsi dal vassallaggio. Pipino era riconoscente al cardinale Colonna, che tanto si era adoperato per la sua liberazione, e ligio come sempre ai desideri di Avignone,
obbedì e si presentò a Roma per affrontare Cola
di Rienzo.
Pipino agì con astuzia, provocando il tribuno
con qualche scaramuccia. Questi subito lo convocò per rendere conto del suo atteggiamento; per
tutta risposta il Palatino si stabilì nella zona di
Roma controllata dai Colonna, al Testacelo.
Nottetempo, sulla porta della chiesa di sant'Angelo della Pescheria fu affisso un invito, rivolto ad
un certo Luca Savelli, affinchè entro quattro giorni,
si alleasse con Pipino. La cosa mandò su tutte le
furie Cola di Rienzo che, fatto strappare l'invito, ne
affisse un altro intimando a Luca Savelli (nota 18) di presentarsi a lui nel giro di tré giorni per essere giudicato.
Giovanni Pipino rafforzò la sua presenza sbarrando il passaggio dell'Arco di san Salvatore in
Pesoli, e chiamò a raccolta i suoi seguaci facendo
suonare a martello le campane di sant'Apostolo
Paolo; Cola di Rienzo accettò la sfida e in risposta
fece rintoccare, a sua volta, le campane della chiesa
di sant'Angelo: Roma doveva essere tutto uno
scampanio. Alla gente impaurila non rimase altro
che rinchiudersi in casa.
Cola inviò cinquecento cavalieri, capitanati da
un certo Scarpetta, un avventuriere tedesco. Pipino
li attese davanti all'Arco di San Salvatore in Pesoli,
respinse l'attacco e, ferito a morte Scarpetta, ne
inseguì i soldati al grido "Viva i Colonna, a morte
il Tribuno!".
Invano Cola di Rienzo ordinò di far risuonare le
campane per chiamare in sua difesa i cittadini
romani, i quali si guardarono bene dal mettere
piede fuori dall'uscio. Il Tribuno, impaurito e incapace di qualsiasi reazione, dopo aver letto un
proclama ai pochi cittadini rimasti fedeli e fatte
squillare le trombe d'argento, ornato il capo dell'alloro, chiese ospitalità agli Orsini, rifugiandosi in
Castel Sant'Angelo, dove lo raggiunse sua moglie,
travestita da frate. Sempre di nascosto e travestito,
a metà del dicembre 1347, fuggì da Roma per
recarsi in un convento di fraticelli in Abruzzo, per
poi riparare a Praga. Dopo qualche anno, ottenuto
dal papa il perdono, tornò a Roma per concludere
la sua vita sul rogo.
Giovanni Pipino celebrò la vittoria proclamandosi "Patrizio, liberatore di Roma e dei Principi Romani, illustre guerriero e difensore della Santa Chiesa".
Il conte di Minervino, avendo confermato di privilegiare gli interessi della Santa Chiesa, piuttosto
che quelli del sovrano ungherese, fu da quest'ultimo bandito dal regno napoletano come suo nemico. Il Palatino, insieme ai suoi inseparabili fratelli,
si stabilì prudentemente a Roma, all'ombra rassicurante di San Pietro, in attesa degli eventi.
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
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Le vicende della Corte, le guerre dei cavalieri,
le ripicche, i tradimenti, interessavano pochissimo
la stragrande maggioranza della popolazione. Il
regno era precipitato in una diffusa e totale miseria
per una carestia che aveva colpito tutta la Penisola, divenuta un luogo dove gli uomini furono
costretti a cibarsi di "quelle cose che ripugnano
alla natura umana".
A Napoli, il popolo non era più in grado di
pagare le esose gabelle; i cittadini erano al limite
della sopravvivenza; rapine, persecuzioni, processi
sommari e.torture erano all'ordine del giorno. Gli
uffici pubblici erano sbarrati, i tribunali chiusi per
settimane, il commercio e le comunicazioni coi
paesi vicini rimanevano insicuri a causa dello
scorrazzare di predoni e briganti.
Un estremo tentativo di Giovanna per riportare
la tranquillità non ebbe risultati, nonostante l'ordine di radere al suolo le case dei delinquenti e dei
facinorosi. Sul piano politico la sovrana concesse
al popolo l'elezione dei propri rappresentanti in un
Consiglio di maestri o "capi d'arti".
La notizia della vittoria di Giovanni Pipino su
Cola di Rienzo fu accolta con sollievo dalla Corte
di Castel Movo, ma servì solo ad accelerare la
marcia di Luigi di Ungheria, giunto, a dicembre,
alle porte di Napoli.
Il 14 gennaio del 1348, Giovanna I, nuovamente
incinta, comprese che la sua posizione era ormai
compromessa. Riunì i baroni a lei fedeli che le
consigliarono di rifugiarsi nei suoi feudi provenzali
per porsi sotto la protezione papale. Si separò dal
figlio avuto con Andrea affinchè fosse affidato allo
zio invasore e, nel silenzio di una notte illuminata
solo dalla luna, s'imbarcò alla volta di Marsiglia,
con pochi averi e accompagnata dal suo fedele
cavaliere, Enrico Caracciolo. Una volta sbarcata
sul suolo della Provenza, la giovane regina non
ebbe accoglienze trionfali, ma fu obbligata a soggiornare presso un castello per più di un mese,
prima che il papa l'ammettesse in udienza, e il suo
accompagnatore, Enrico Caracciolo fu, addirittura, imprigionato.
Il re consorte, Ludovico, tentò una estrema difesa
a Capua, ma accorgendosi di disporre di forze decisamente inferiori al nemico, con il suo consigliere e
tutore Niccolò Acciaioli, preferì, con un viaggio
avventuroso, seguire l'esempio della moglie.
I principi cugini tarantini e durazzeschi si recarono ad Aversa per rendere omaggio all'invasore
Luigi di Ungheria, ormai sicuro vincitore.
L'Ungherese accolse i nobili napoletani con
grande cortesia, cenò e giocò allegramente con
loro. La mattina dopo, giunto nei pressi del convento di San Pietro la Maiella, chiese a Roberto di
Durazzo se sapeva indicargli la finestra a cui era
stato appeso il corpo del fratello Andrea. Roberto
gli rispose che ignorava la circostanza e Luigi,
adirato, gli rispose:
"Traditore e complice tu fosti della morte di
Andrea, tuo signore e mio fratello, e ti adoperasti
alla Corte del papa presso tuo zio cardinale
Talleyrand, per impedire la sua incoronazione! Tu
ti recasti ostilmente in Aquila per impedirmi il
passaggio; tu con frodi ed inganni ti facesti dispensare dal papa per sposare Maria, mentre per testamento di re Roberto era stata a me promessa
e questo con la mira di succedere al trono non
appena morto Andrea e della regina di lui consorte; questo non potrai negare, perché qui è la lettera
con il tuo sigillo e indirizzato a Carlo d'Artois con
cui annunciavi il regicidio...; ora è giusto che tu
muoia, ove facesti morire mio fratello".
Roberto fu decapitato, ma non fu solo una crudele vendetta. Sopprimendolo, Luigi eliminava uno
dei più pericolosi pretendenti al trono napoletano;
il gesto, però, lo rese politicamente impopolare tra
i signori italiani e i regnanti d'Europa. Gli altri
principi angioini furono imprigionati e spediti nel
castello di Viségrad.
Il re entrò a Napoli preceduto dal drappo nero,
spada in pugno, vestito con una lunga tunica di
sciamilo rosso costellato di perle, non nascondendo le sue intenzioni bellicose. I suoi soldati furono,
però, scoraggiati dal commettere violenze e saccheggi per la ferma reazione dei Napoletani, che
minacciarono di sollevarsi.
Giustiziò con feroci supplizi i responsabili sopravvissuti dell'uccisione del fratello, e si guadagnò l'alleanza di potenti baroni, tra i quali
Sanseverino e Raimondo del Balzo a cui furono
riconfermati i propri feudi. Lasciati nella città
numerosi soldati, si diresse verso la Puglia.
Notizie preoccupanti giungevano, infatti, dalla
terra natale circa la ripresa delle ostilità con i
Veneziani, ma anche per l'infuriare della terribile
peste nera, che ridusse di almeno un terzo le
popolazioni europee. Il morbo fu devastante anche
a Napoli, che vide la sua popolazione decimata.
L'Ungherese, per vendicarsi dell'atteggiamento
di Bertrando de Beaux, considerato da lui giudice
iniquo nel processo contro gli assassini del fratello,
arrivò nelle terre di quest'ultimo, ad Andria. Inutilmente la cittadina si difese: fu posta a ferro e
fuoco. Le donne furono stuprate in massa e gli
uomini torturati con tenaglie incandescenti, sino a
confessare dove avessero nascosti i loro beni. Luigi
giunse persino a violare un convento di suore per
rapire una monaca, sorella di Bertrando de Beaux.
Le sue intenzioni sulla donna non ebbero successo
poiché la malcapitata, imprigionata nel castello di
Melfi, riuscì a fuggire.
L'Ungherese arrivò alle porte di Bari e i cittadini
di questa città, per non subire la stessa sorte di Andria,
invitarono il re a porgere omaggio alle sacre reliquie
di san Nicola, al quale la famiglia angioina era particolarmente devota, e accettarono - per non rischiare
la confisca dei beni se non avessero deposto le armi
- la sua signoria. Luigi, successivamente, alla chetichella, prese il largo da Manfredonia, facendo vela
verso l'Ungheria, affidando il comando delle sue
truppe in Puglia a Stefano, voivoda (una sorta di
governatore) di Transilvania.
Giovanna I giunse ad Avignone nel momento in
cui si seppellivano, per la peste, migliala di morti,
e si sottopose al giudizio del collegio cardinalizio
per la morte di Andrea. Uscì trionfalmente assolta
da tutte le accuse di regicidio, perché non furono
riscontrate prove a suo carico.
La regina napoletana cedette Avignone a Clemente VI per ottantamila fiorini d'oro, forse come
segno di riconoscenza per l'assoluzione ricevuta
dal collegio cardinalizio, forse per ottenere la necessaria dispensa papale in modo da legittimare
spiritualmente il suo matrimonio con Ludovico, al
quale fu costretta, per volontà papale, a riconoscere il diritto di compartecipare al governo del regno.
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La partenza di Luigi d'Ungheria incoraggiò i
Napoletani a chiedere il ritorno di Giovanna, la
quale, dopo aver partorito una bambina, rientrò,
accolta festosamente dalla popolazione e con
qualche risorsa finanziaria in più, grazie agli
ottantamila fiorini ricavati dalla vendita di Avignone.
Nel frattempo, Niccolò Acciaioli e l'ammiraglio
Marzano avevano avuto un incontro con Giovanni
Pipino, rimasto a Roma, inoperoso, a godersi i
frutti del ritrovato prestigio ottenuto con la vittoria
su Cola di Rienzo.
La natura bellicosa di Giovanni Pipino non poteva
rimanere indifferente all'occasione che gli si presentava per riprendere le armi, ma, soprattutto, gli
offriva una concreta possibilità di reinserirsi nel
gioco politico e acquisire, in prospettiva, benefici
e feudi. Il titolo di Patrizio, liberatore di Roma, e via
dicendo, lo gratificava dal punto di vista delle
onorificenze, ma era privo di sostanza, non avendo
feudo alcuno su cui esercitare la sua signoria.
Il 10 giugno del 1348, Giovanni Pipino, vestito
della sua armatura più sfavillante, insieme al
mercenario duca Guarnieri e al conte di Asperch,
entrava, accolto trionfalmente, nella città di Napoli, con millecinquecento barbute teutoniche (nota 11), innalzando il vessillo dei gigli d'oro con la croce di
Gerusalemme di Giovanna I insieme a quello
pontificio. Ancora una volta il Palatino si adeguava
alle esigenze politiche della Curia avignonese, schie rata a sostegno della sovrana, e confermando la
buona reputazione che godeva per le sue riconosciute capacità militari.
Giovanna e Ludovico avviarono subito una
campagna militare per riconquistare i territori
controllati dalle residue truppe ungheresi.
La regina si preoccupò di riprendere Castel
Nuovo e Castel Sant'Elmo, ancora in mano del
nemico e pur di aver ragione dei soldati nemici
asserragliati a Castel Nuovo, utilizzò ogni mezzo,
lecito e illecito. Si arrivò persino a lanciare carogne
putrefatte all'interno del castello, nel tentativo di
provocare una pestilenza. Non riuscendo ad ottenere risultati utili, Giovanna invitò a cena il capitano ungherese Ulrico Wolf, che difendeva il castello. Si racconta che, per l'occasione, si fosse
presentata con una seducente e trasparente veste
subendo l'indifferenza del rude ufficiale ungherese
che rifiutò di renderle il castello.
Ludovico, invece, si avviò verso Manfredonia,
divenuta la roccaforte del comando ungherese.
Giovanni Pipino, con il cognato conte di Asperch,
seguì il re nelle terre della Capitanata. Molte città
daune erano rimaste fedeli agli Ungheresi:
Manfredonia, Monte Sant'Angelo, Serracapriola,
Ortona, Trivento, Guglionisi (località dove risiedeva un altro generale ungherese, fratello di Ulrico,
Corrado Wolf, detto Lupo). Il re tarantino riuscì a
conquistare Apice, dove le sue truppe si abbandonarono al saccheggio e agli stupri. Successivamente riuscì ad entrare anche a Barletta, città
difesa dalla famiglia Degattis, alleata degli Ungheresi.
Ludovico giunse, poi, a Lucera, mentre contro
di lui marciava Corrado Lupo. Toccò al Palatino
sbarrare il passo alle bande del generale ungherese, ma quest'ultimo lo aggirò, presentandosi sotto
le porte della città. I soldati di Ludovico, asserragliati
nel castello di Lucera, pur essendo in numero
quattro volte superiore agli avversari, subirono
alcune sconfitte in scontri isolati. Il re napoletano
si guardò bene dall' affrontare in una battaglia risolutiva l'avversario, il quale, stanco di aspettarlo,
marciò verso Foggia.
I Foggiani si rifiutarono di rifocillare le truppe
ungheresi, che ebbero, così, il pretesto per assediarli. Per avere ragione dei cittadini che si difendevano valorosamente, i soldati li costrinsero a
combattere ininterrottamente, senza dare loro tregua neanche nelle ore notturne e, alla fine, li presero per stanchezza. Inutilmente i Foggiani avevano inviato richieste di aiuto a Ludovico, che era a
Lucera, distante pochi chilometri dalla città. Foggia fu devastata da Corrado Lupo, con il solito
rituale di violenze su cose, uomini e donne. In tanta
atrocità si distinse il conte di Trivento, Nicola di
Eboli, per aver impedito ai soldati di usare violenza
alle donne che si erano rifugiate nella cattedrale
della città. Successivamente le aiutò a trasferirsi
ad Ascoli Satriano. Il bottino fu notevole, almeno
ventiduemila once d'oro.
La successiva diserzione del duca Guarnieri,
che ritornò nelle file ungheresi, indusse Ludovico
a ritirarsi a Napoli, lasciando ai fratelli Pipino
l'immane compito di difendere i suoi interessi in
Puglia. Questa regione diventava il luogo dove più
violentemente erano in luce le contraddizioni e lo
sfacelo del regno angioino; ancora una volta, qui
si decidevano le sorti della monarchia meridionale.
Nella difficile vita della popolazione che abitava
i borghi della Puglia, tra torride estati e freddi
inverni, nei campi devastati dalle guerre, nella
mortale pestilenza, Giovanni Pipino e i suoi fratelli
si trovarono a combattere una guerra con un drappello di cinquecento barbute, comandato da abili
capitani teutonici e lombardi.
Fu giocoforza che i reali si affidassero al valore
dei fratelli pugliesi per affrontare un nemico molto
deciso e ben organizzato militarmente. Giovanna,
per ricompensarli del loro impegno, restituì loro la
dignità di cavalieri: Pietro Pipino riebbe il titolo di
conte di Vico, la comestabulia di Lucera e la signoria di San Severo, Luigi ritornò ad essere conte
di Potenza e signore di Troia e Torremaggiore e,
probabilmente su suggerimento della stessa regina, sposò Margherita Ceccano, vedova di Roberto
dei Cabanni.
A Giovanni Pipino, invece, non fu possibile
restituire la contea di Minervino, saldamente tenuta dai del Balzo, e nemmeno gli altri feudi in mano
ai suoi avversari di sempre: gli fu riconfermato il
possesso del feudo materno di Altamura. È legittimo, però, pensare che il Palatino pretese, ed
ottenne, che gli fosse riconosciuta in pieno la
titolarità delle operazioni militari, per cui ebbe dalla
sovrana il titolo di principe di Bari. E per meglio
motivarlo nella guerra, gli furono promessi i feudi
di Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo e Monopoli; ma
le prime tre città erano filo-ungheresi e per entrare
in loro possesso il neo-principe doveva prima sconfiggere i nemici e riportare quelle località sotto le
bandiere degli Angioini.
Essere nominato principe di Bari, non significò
affatto per Giovanni Pipino ottenere la signoria della
città, che si mantenne autonoma e schierata con
chi comandava nel regno; era, il titolo di principe,
solo un appellativo altisonante a cui il Pipino sembrava particolarmente sensibile? O forse prefigurava
una sua visione di futuri domini, di un ruolo, fosse
anche politico, che egli pensava di svolgere nelle
terre pugliesi, non appena le cose del regno si fossero evolute in meglio? Oppure poteva aprire le
porte ad una sua futura prestigiosa dinastia? Comunque, era evidente che lo scopo principale di
Giovanni fosse quello di essere elevato ad un rango
tale da competere dall'alto con i suoi avversari,
anche se, ancora una volta, titolo e feudi li doveva
conquistare sul campo di battaglia.
Interessante è la lettura di un documento del 19
gennaio 1349, sottoscritto da Pietro Pipino, che
conferma il ritrovato potere dei fratelli pugliesi:
"...presentandosi a noi il venerabile e religioso
frate Angelo de Risola, di Aquila, vice priore del
nostro convento, ci espose che nel febbraio del
1348, presso Lucera, prima che questa città, ora
nostra, ci fosse data in consegna dal re e dalla
regina, noi, spinti dal volere divino e dai grandi
servizi e ossequi portati dai monaci ai nostri avi,
donammo al monastero in perpetuo il latifondo
denominato Ripaletta... Essendo noi stati, per grazia
di Dio e delle Reali Maestà, elevati al grado di
contea di Lucera, avendo ottenuto il possesso della
terra e il giuramento di fedeltà dagli abitanti, vassalli e feudatari, alla presenza della sacra Maestà,
principe Ludovico di Taranto, re di Sicilia e di
Gerusalemme e dell'eccellente uomo, Giovanni
Pipino, Palatino di Altamura, Principe di Bari, conte
di Minervino,... concediamo il nostro privilegio
munito e rafforzato del grande suggello..." (nota 20).
"Tutto questo dimostra la singolare personalità
del nostro feudatario alla ricerca di ogni elemento
anche di esteriore grandezza. Ma va osservato che
non è semplice debolezza umana, un segno della
vanità, e comunque sempre un aspetto significativo della sua psicologia. Noi crediamo che si celi
qualcos'altro, una lungamente sognata realtà di
dominio, una presunzione di regalità, che in ogni
occasione può disporre e tradurre in potere effettivo. L'ambiente, la mentalità non erano tali da
appagarsi della mera onorabilità di un emblema,
ed il Pipino, in particolare non era un uomo da
sentirsi soddisfatto del velleitario fregio di essi, ove
non fosse emersa una corrispondente ragione di
incidenza sui valori della struttura feudale del regno, a garanzia di ulteriori avanzamenti" (nota 21).
Le vicende del regno, però, non facevano sperare nulla di buono. Il matrimonio tra Giovanna e
Ludovico si rivelò, ben presto, foriero di altri guai.
A Corte, ripresero i litigi. Il principe tarantino,
consigliato e sostenuto dall'Acciaioli, premeva sulla
moglie per condividere, con lei, il potere. Giovanna
gli rinfacciava le sue scarse capacità militari e
Ludovico, accusandola di avere relazioni extraconiugali, la ingiuriava "e come vii femmina, in gran
vituperio della corona, la battea". È accertato che
Ludovico non fu affatto fedele alla regina ed ebbe
almeno due relazioni adulterine, da cui nacquero
due bambine, Esclabonda e Clemenza. La presunta infedeltà di Giovanna poteva essere, quindi,
giustificata, anche per il suo carattere poco remissivo e orgoglioso.
La condotta del re tarantino non fu esemplare
e il giudizio nei suoi confronti da parte dei suoi
contemporanei ne risentì. Boccaccio lo definì stultus
puer, Petrarca affermò che era un uomo che alle
"manchevolezze della gioventù aggiungeva i vizi
dell'età matura", il cronista Matteo Villani lo definì
"violento, incapace sul piano militare e tanto
proclive alla menzogna da farsene addirittura un
vanto". Sul piano politico si era praticamente rimesso all'iniziativa e alle capacità del fidato Niccolò
Acciaioli.
Giovanna fu costretta a scrivere al Santo Padre
invocando la sua protezione nei confronti delle
prepotenze del marito e per smentire le voci maligne
che circolavano a Corte su una sua presunta
passione per Enrico Caracciolo. Non ci sono riscontri sull'amore di Giovanna per questo giovane,
ma è pur vero che Enrico come suo camerlengo
(preposto all'ufficio della cassa del tesoro) le era
stato sempre vicino, nei giorni terribili dell'assedio
al castello, quando il popolo napoletano lo assalì
per invocare giustizia nei confronti degli uccisori
di Andrea, e durante la sofferta fuga ad Avignone.
Ludovico, complice l'Acciaioli, intentò un processo per tradimento nei confronti di Enrico che,
il 23 aprile del 1349, finì sul patibolo. Non fu, come
si potrebbe pensare, un cruento atto di gelosia, (un
sentimento sconosciuto a Corte), bensì una operazione politica per privare Giovanna di uno dei
suoi sostenitori più fedeli.
Giovanni Pipino, intanto, combatteva e resisteva in Puglia. Si era stabilito nel castello di Bisceglie
e da lì, efficacemente, controllava la costa sino a
Manfredonia e la via che portava alla sua Altamura: da questa città era in posizione strategica, poiché
vi passavano le strade che conducevano in
Basilicata e, quindi, ad ovest, verso la Campania
e a sud-est, attraverso Matera, a Taranto. Questo
consentiva al principe di Bari di portare agevolmente lo scompiglio a Barletta, Molfetta e
Giovinazzo.
Gli Ungheresi e i loro alleati si erano concentrati
a Barletta per approntare un esercito, allo scopo
di riportare sotto il loro controllo le terre del centro
e del sud della Puglia. Il generale ungherese Stefano voivoda, però, non era stato in grado di
esaudire la richiesta di aiuto dei cittadini gravinosi,
accorsi da lui per sollecitare l'invio di un drappello
di cavalieri che li difendesse dall'arrivo imminente
del conte Sanseverino. Era evidente che gli Ungheresi avevano qualche lacuna nella loro organizzazione militare e questo li costrinse più a cercare
un'alleanza che uno scontro con il principe di Bari.
Stefano voivoda chiese una tregua a Giovanni Pipino
e propose un incontro, a metà strada tra Bisceglie
e Trani, nei pressi di un torrente asciutto.
Erano presenti con Stefano voivoda, il duca di
Guarnieri, Corrado Lupo e il conte Nicola di Eboli.
Il Palatino si presentò scortato da due suoi cavalieri
e con il suo nuovo stendardo, in cui le tre ostriche
da rosse erano divenute color oro.
Stefano voivoda ricordò al Pipino i benefici ricevuti dagli Ungheresi per la sua liberazione dalla
prigionia, grazie all'intervento di Andrea in suo
favore, cosa che gli costò la vita. Quindi lo richiamò ad essere fedele al sovrano di Ungheria e lo
invitò a non recare più danni e fastidi ai cittadini
di Molfetta e di Giovinazzo, città che erano sotto
la protezione degli Ungheresi. Giovanni Pipino, per
nulla intimorito, rispose:
"Nobilissimi cavalieri, abbiamo ben compreso
le parole da voi pronunciate; e crediamo che a voi
siano ben note le cose che vi diciamo. Forse
sapevate che quando il Signor re di Ungheria venne
la prima volta, noi fummo suoi alleati e nella sua
speranza venimmo sino in Ungheria per indurlo ad
intervenire affinchè si vendicasse dei suoi traditori.
Egli dopo essere entrato nel regno ed essersi
vendicato dei traditori, perdonò ancora di più i
nostri nemici e su loro indicazione stabilì di farci
uscire dal regno; cosa a cui ci dovemmo adeguare
con grande dispiacere, non essendo noi così potenti da contrastare la sua volontà. Ora ci chiedete
di passare al suo servizio. Giammai! Non avete
alcun diritto di chiedercelo in quanto da lui non ci
è stato concesso alcun feudo. Ma alla vostra cortese e amichevole richiesta, vogliamo promettere
per il futuro di vivere in pace con voi e con una
duratura tregua. Desideriamo che sulle terre di
Giovinazzo e Molfetta non ci rechiate danno, consentendo insieme di governarle. Dopodiché, sul
nostro onore, vi promettiamo che, acquisite quelle
terre al nostro dominio, vivremo in pace, astenendoci da qualsiasi ostilità nei confronti dell'onore
della regia maestà. Se qualora da parte vostra
voleste impedirci questo, noi con i nostri soldati vi
resisteremo da nemici".
La risposta del Palatino provocò il risentimento
di Stefano voivoda che s'incollerì al punto di ordinare ai suoi cavalieri di arrestare Pipino. Corrado
Lupo e il conte d'Eboli, cognato di Pipino, si adoperarono per convincere l'Ungherese a rispettare
la tregua, che vietava di far prigionieri i propri
interlocutori e di accettare le proposte del principe
di Bari, a condizione che lo stesso s'impegnasse
a rispettare le città alleate agli Ungheresi. L'accordo fu giurato sui Vangeli e ognuno ritornò donde
era venuto.
La spregiudicata condotta del Palatino nell'incontro con i suoi avversari poteva sembrare fuori
da ogni ragionevole prudenza, ma sottolineava
ancora una volta la sua coerenza nel perseguire un
proprio disegno tendente a ripristinare l'antico
patrimonio feudale in piena autonomia, senza essere
debitore, per questo, nei confronti di alcuno. È
probabile che Giovanni fosse, però, a conoscenza
dei disegni di Ludovico, che aveva deciso di trarre
in una trappola gli Ungheresi, distogliendoli dalla
Puglia.
Il voivoda, difatti, subito dopo il colloquio con
il principe di Bari, si avviò verso la Campania per
sostenere le richieste che gli erano giunte da parte
di alcune città del Casertano, che dichiaravano di
volersi alleare contro Napoli. Erano, però, tali richieste, il frutto di un inganno ordito dallo stesso
Ludovico.
Non appena il voivoda partì, Giovanni Pipino,
rimangiandosi l'impegno assunto con i generali
ungheresi, riprese le ostilità; contemporaneamente, Roberto Sanseverino entrava in Puglia e si
affacciava sotto le mura della filoungherese Gravina,
con mille cavalieri e numerosi fanti. Tutto lascia
intuire che i Napoletani avessero organizzato una
manovra militare in grande stile. Una volta attirato
nella trappola campana, al voivoda si sarebbe resa
difficoltosa la ritirata verso la Puglia.
I cittadini di Gravina, feudo di Maria d'Angiò,
riuniti in assemblea avevano deciso di schierarsi
con gli Ungheresi, ma l'arrivo di Roberto Sanseverino consentì al partito filonapoletano di ribaltare
la posizione consentendo, a chi la pensava diversamente, di lasciare la città per non incorrere nelle
prevedibili vendette. Diversi furono tuttavia gli atti
di ritorsione: una povera donna, che aveva l'unica
colpa di essere moglie di un avversario politico,
mentre transitava per strada portando una fiammella per accendere il fuoco in casa, fu passata
a fil di spada; un partigiano degli Ungheresi fu
imprigionato e impiccato. Altri furono costretti a
cedere i loro beni in cambio della libertà. Ma anche
i vincitori dovettero ben presto conoscere la dura
legge del più forte. I soldati del Sanseverino, una
volta entrati in città, requisirono tutte le vettovaglie
disponibili senza distinguere tra amici e nemici e
"si toglievano seco le donne, le vergini bellissime
precipuamente". La stessa giovane e aggraziata
moglie di Domenico di Gravina, prezioso cronista
di quel secolo, inventò una infermità causata da
un recente parto per evitare di essere violentata e
un'altra donna, per sfuggire alle voglie dei soldati,
si nascose a bagnomaria per molti giorni in un
pozzo d'acqua; neanche Alessandra, la meretrice
del paese, fu risparmiata e, forse per non aver
distinto nelle sue funzioni tra amici e avversari, fu
condannata al rogo e bruciata viva.
A Gravina, intanto, si procedeva con sommari
processi nei confronti dei filoungheresi, e per dare
un'idea di quale penosa situazione si fosse creata
nel regno di Giovanna I illuminante è l'argomentazione difensiva del giudice Martuccio, capo del
partito filo-ungherese della città, accusato, ingiustamente, dal cognato:
"Dunque, Signore [rivolto al Sanseverino], se
per questa cagione devo morire, tutti gli uomini
di questo regno meritano di morire di atroce morte;
perché tutto il regno dopo la morte di Andrea,
nostro signor duca, si diede al dominio degli
Ungheresi, e dopo il ritorno di Ludovico e della
regina e di sua sorella duchessa di Durazzo [Maria
d'Angiò] ognuno si diede al loro dominio. E dopo
la seconda venuta degli Ungheresi, novellamente
il regno si fu diviso, e a tutti gli uomini di questa
città piacque di darsi al dominio degli Ungheresi".
La verità del povero giudice, così toccante nella
sua semplicità, servì a ben poco; finì appeso, a
testa in giù, dall'alto di una torre e, tra mille torture,
impiccato. Il cadavere straziato fu lasciato per dieci
giorni esposto nella piazza. La verità era solo quella
dei vincitori, non importa se ottenuta con la forza,
con l'inganno, con le false suggestioni.
Le città meridionali non furono estranee ai primi
tentativi di autonomia nelle decisioni politiche della
comunità, come è dimostrato dalle vicende di
Gravina, anche se le apparenze sembrano confermare quanto le popolazioni fossero pronte a seguire le bandiere dei vincitori. I baroni contribuirono,
con la loro ottusità, a frustrare, in molti casi, ogni
tentativo di emancipazione municipale e seppero
sempre avere buon gioco nel respingere le istanze
autonomiste delle città.
Giovanni Pipino, con cinquecento cavalieri
teutonici e con una moltitudine di cittadini arruolati
nelle campagne e nelle città sue alleate, muoveva
contro Molfetta.
I Molfettesi si difendevano risolutamente, ma
caddero in un tranello che il Palatino aveva preparato. Fingendo una fuga, si lasciò inseguire dai
cittadini che, giunti ad un miglio dalle mura della
città presso la chiesa della Madonna dei Martiri,
furono accerchiati e sconfitti. Un centinaio di pri-
gionieri, tra i quali molti nobili cavalieri, furono
trasferiti nelle carceri della vicina Bisceglie per
essere poi rilasciati, dietro il pagamento di un riscatto e della resa della città, ai vessilli del principe
di Bari. Sanseverino, invece, lasciata Gravina, si
era portato verso la costa e, prima di attaccare
Trani, espugnò la città di Ruvo, mettendola a ferro
e fuoco.
"Oh quanto terribili urli e pianti di uomini, di
donne e d'infanti fanciulli dell'uno e dell'altro sesso! [...] e moltissime donne, precipuamente le
vergini, sono prese da empi carnefici e molte di
loro a carnali vituperi sono trascinate".
La città fu saccheggiata e incendiata e i suoi
abitanti emigrarono in Basilicata, trascinando le
loro povere masserizie lungo i sentieri della Murgia
che costeggiavano Castel del Monte e il Garagnone.
Sanseverino proseguì la sua marcia, conquistando Cerato e Terlizzi, per poi presentarsi sulla
costa, alle porte della filoungherese Trani. Giovanni Pipino, dopo aver conquistato Molfetta, marciò
contro Giovinazzo. La cittadina fu assediata dal
mare e da terra. Ad aiutare il Palatino erano giunte
da Bari quattro galee napoletane e gli abitanti, non
vedendo alcuna via di scampo all'assedio, decisero di arrendersi, innalzando il vessillo di Giovanna
I. Pipino ottenne dalla città cento once d'oro e otto
ostaggi, ciascuno in rappresentanza delle classi
sociali cittadine, a garanzia della totale e completa
fedeltà. Gli ostaggi furono imbarcati sulle galee e
custoditi nel castello di Bari.
L'assalto di Sanseverino alla città di Trani fu
respinto, le scale dei soldati angioini appoggiate
alle mura vennero rigettate nel fossato e il conte
Sanseverino, colpito da una freccia, rimase seriamente ferito ad una coscia. Il conte, immobilizzato
dalla ferita e in difficoltà per la mancanza di vettovaglie, decise di ritirarsi a Gravina, per poi, di lì,
raggiungere Ludovico di Taranto che si preparava
ad affrontare le truppe ungheresi a Melito, nei pressi
di Aversa.
Il conte di Minervino, instancabile, continuò nella
sua guerra. Con l'impiego di torri, baliste e arieti
si rivolse contro la fortissima città di Bitonto che
si difese con un migliaio di abili balestrieri. Lo
stesso Palatino rischiò la morte, per una freccia
scagliata dalle mura della città, fortunosamente
evitata per aver piegato il capo al momento giusto.
I Bitontini, dopo tre settimane di assedio, compresero di non poter resistere a lungo e gli inviarono
ambasciatori con un messaggio:
"Dite al Palatino che non ci molesti e aspettiamo, invece, di vedere chi sia il vincitore di questo
Regno, se il re di Ungheria o la Regina, in quanto
è ovvio che il Cielo ad uno di loro darà la vittoria".
Per tutta risposta il principe di Bari, arruolati i
cittadini di Palo del Colle, si diede alla sistematica
devastazione degli uliveti e dei trappeti. I baresi
alleati di Pipino, accorsi in gran numero, si davano
da fare a spiantare cipolle negli orti, e agli assediati
che dalle mura assistevano impotenti a tanto scempio, gridavano: "oh valorosi Bitontini, perché non
venite a raccoglierle?".
I Bitontini, stremati, chiesero una tregua al
Palatino, e la ottennero dietro il pagamento di
cento once d'oro e con la concessione di alcune
settimane di riflessione per decidere da che parte
schierarsi. L'incontro risolutivo fra le parti fu fissato
per metà luglio, presso il campo di san Leone.
Giovanni, poi, si diresse verso Bari, ma la città
rifiutò di aprirgli le porte forse per non legittimarlo
come suo principe e mantenere così la sua autonomia.
Tornato a Bisceglie, dopo aver sostato a Monopoli per un breve periodo di riposo, riprese le sue
operazioni militari prendendo di mira Barletta.
Nell'estate torrida del Sud (fu tale il caldo, che il
cronista annota la morte di tre robusti cavalli
ungheresi nel dì del Corpus Domini), si riaccese
a Barletta lo scontro tra i Degattis, partigiani degli
Ungheresi, e i filoangioini della Marra.
Nel frattempo, Ludovico di Taranto tentò, con un
inganno, di sorprendere le truppe ungheresi a Melito;
purtroppo, la sua astuzia si risolse in una immane
disfatta. Vennero fatti prigionieri un migliaio di
Napoletani, moltissimi nobili, tra i quali i Sanseverino
e Raimondo del Balzo, che furono sottoposti a crudeli torture; costoro, per essere rilasciati, pagarono
un riscatto di trentatremila fiorini d'oro.
La sconfitta di Ludovico fu talmente grave che
si rese necessario l'autorevole intervento di Clemente VI per impedire che si trasformasse,
irrimediabilmente, nella fine del regno di Giovanna. Il papa riuscì ad imporre una tregua dietro il
pagamento di un riscatto di duecentomila fiorini
d'oro da versare ai generali ungheresi per liberare
i prigionieri napoletani. La notizia della sconfitta di
Melito si propagò come un fulmine per tutto il
regno; lo stesso cronista notar Domenico di Gravina
annota che il risultato dello scontro, avvenuto il
sabato, arrivò la domenica sera al castello di
Garagnone (situato sulla Murgia, tra Altamura e
Gravina, di cui ancora oggi sono visibili, confusi
tra le rocce, resti delle mura), distante dal campo
di battaglia almeno cento miglia.
Pipino risentì immediatamente le conseguenze
della disfatta di Ludovico; il voivoda, tornato in
Puglia, forte del danaro ricavato dal riscatto dei
baroni sconfitti, offrì mille fiorini ai mercenari del
principe di Bari, senza stipendio da tre mesi, in
cambio della loro diserzione. La somma fu subito
accettata dagli abili capitani mercenari di Giovanni
(tra cui Hebniger, connestabile di Lupisce) che
passarono dalla parte ungherese e inviati a difendere Bitonto.
I Bitontini, forti del sostegno degli uomini di
Hebniger, nel giorno concordato con Pipino, si schierarono presso il campo di san Leone, per affrontarlo
in battaglia. Il Palatino, ovviamente, si guardò bene
dal presentarsi. Al capitano bitontino, dopo aver
proclamato solennemente l'assenza di Giovanni
Pipino, non rimase che rientrare in città, per festeggiare. La mattina dopo, Bitontini e Ungheresi si
scatenarono furiosamente contro i paesi vicini, radendo al suolo la contrada di Auricarro. Toccherà,
subito dopo, alla vicina Palo che si difese come
poteva in una giornata rovente di fine luglio. I Bitontini
tornarono all'assalto della città preferendo le ore
serali per ovviare agli inconvenienti dell'ardente
sole pugliese. Ci vollero due giorni per caricare sui
carri tutte le vettovaglie e i beni predati e portarli a
Bitonto. Poi si diressero verso Bari per restituire ai
suoi abitanti la cortesia delle cipolle spiantate.
Gli Ungheresi e i loro alleati assalirono altre
città, saccheggiando e stuprando, inseguendo i
contadini sin dentro i boschi per torturarli. All'inferno si aggiunse l'inferno.
Giovanni Pipino, insieme ai fratelli, tentò di
reagire. Si precipitò ad Altamura, si appellò agli
abitanti della città, convinse i contadini che al
terrore bisognava reagire, e raccolta una moltitudine di gente armata di mazze, forconi e qualche
spada, con pochi cavalieri, scese verso la pianura
per tentare di sorprendere e contrastare l'avanzata
degli Ungheresi.
La sorpresa sfumò. Alcuni abitanti di Balsignano
(borgo situato nelle vicinanze di Modugno, dove
sono ancora visibili i resti di una abbazia benedettina) avvertirono gli Ungheresi, i quali, seppure
inferiori di numero, erano militarmente meglio
preparati. Divisero la cavalleria in tre squadre e
attaccarono, con successo, i coraggiosi contadini
del Palatino, nella pianura di Bitritto. Lo stesso
principe, a cavallo di un bellissimo baio di nome
Boccadoro, fu catturato da Hebniger.
I fratelli di Giovanni Pipino non si persero d'animo e si lanciarono all'inseguimento di Hebniger
che stava conducendo di gran carriera il prigioniero verso Bitonto. Luigi Pipino riuscì a raggiungere
la scorta ungherese e liberò il fratello, per poi darsi
ad una precipitosa fuga e riparare nel vicino castello di Loseto dove, nel frattempo, i soldati e i
contadini sconfitti si erano rifugiati.
Scese la sera; Pipino con le sue truppe rifugiate
nel piccolo castello di Loseto, disponeva di poche
vettovaglie. La condizione degli assediati era tragica, ma gli Ungheresi, dopo aver devastato le
campagne dei contadini losetani, decisero di ritirarsi a Modugno, nel timore che dalla vicina Bari
potessero giungere rinforzi a favore del Palatino.
Ferito nell'orgoglio, compromesso il suo ascendente verso la popolazione che lo aveva sostenuto
- vedendo in lui l'uomo della possibile salvezza - pieno di tormento e di rabbia, Giovanni Pipino si
recò nella cattedrale di Bisceglie per fare un singolare voto, quello di togliersi un calzare che
avrebbe dovuto indossare nuovamente solo quando l'onta subita fosse stata riscattata.
Giovanni Pipino, con il piede scalzo, si accinse
ad affrontare nuovamente i suoi nemici.
Le città di Terra di Bari furono nuovamente
sottoposte agli assalti ungheresi. Corato respinse
l'assedio grazie al geniale impiego di rudimentali
ordigni incendiari, costituiti da orci colmi di olio e
rami secchi accesi, che venivano scagliati sui nemici
per bruciarne le torri e i trabucchi.
La popolazione si era stancata di tanti eccessi;
gli stessi contadini andriesi, barlettani e tranesi che
appoggiavano l'esercito ungherese decisero di ritirarsi. Gli Ungheresi li apostrofarono: "Vi liberammo dai latini, dividemmo con voi le prede dei
nemici, ora che la vittoria è vicina, voi così ci
ricompensate, con il tradimento?". Alle rimostranze
per la loro diserzione improvvisa, i contadini-soldati risposero: "Ormai siamo stanchi di combattere. Chi vuole combatta. Noi vogliamo ritornare alle
nostre case per riposare". Sembrerebbe vigliaccheria, ma la verità è un'altra. Si era avvicinato il
tempo della vendemmia e i contadini non volevano
perdere l'unica risorsa ancora disponibile per la
loro sopravvivenza. Un duro inverno era alle porte,
i raccolti erano stati compromessi da incendi,
devastazioni, e la peste aveva decimato la mano
d'opera.
Pipino piede scalzo, nottetempo, con circa duecento cavalieri, si diresse verso Barletta sapendo
che la città era sguarnita di soldati. Ordinò ad alcuni
dei suoi di nascondersi in un vigneto e, all'alba,
mandò una sparuta avanguardia verso la città, con
il compito di provocare e predare i cittadini e i
contadini di Barletta, per poi fingere una rapida
ritirata. I Barlettani inseguirono l'avanguardia inviata contro di loro da Pipino, cadendo in pieno nella
trappola; oltre cento di loro furono fatti prigionieri.
Pipino si diresse verso la città ritenendo che i suoi
abitanti, alla vista dei loro concittadini prigionieri, si
arrendessero; invece i Barlettani chiusero le porte
delle mura e si difesero con nutriti lanci di frecce,
aiutati anche dai frati minori del vicino monastero
di S. Francesco. Pipino piede scalzo ripiegò e, giunto nella vicina chiesa di S. Maria delle Monache,
pago del risultato, decise di sciogliere il voto: fatte
squillare le trombe, innalzato il vessillo, si rimise il
calzare.
I Barlettani decisero di reagire alle continue
vessazioni del Palatino arruolando alcuni mercenari al seguito delle truppe ungheresi; costoro, avendo saputo che un centinaio di cavalieri del Pipino
si erano recati nelle terre di Andria per far razzie,
organizzarono una imboscata, attendendo i soldati
del principe nei pressi di un bosco, alle porte di
Bisceglie. L'agguato riuscì e tutti i cavalieri del
Palatino furono fatti prigionieri; per farli rilasciare,
Pipino fu obbligato a liberare tutti i Barlettani da
lui precedentemente catturati.
I colpi di scena di questa guerra si susseguivano
senza tregua. Questa volta a farne le spese fu lo
stesso voivoda. Ad Aversa, dopo la vittoria di Melito,
i mercenari del conte Lando e del duca Guarnieri
chiedevano, con minacce e a gran voce, gli stipendi arretrati di due mesi più una doppia paga, promessa in caso di vittoria, per un totale pari a ben
centomila fiorini. Il voivoda non poteva far fronte
alle loro richieste, perché privo delle necessarie
risorse finanziarie attese dall'Ungheria.
A toglierlo dall'impaccio ci pensò lo stesso
Ludovico di Taranto che, venuto a conoscenza
dello scontento dei mercenari ungheresi, offrì loro
duecentomila fiorini in cambio della diserzione.
Stefano voivoda, fiutando il tradimento, si ritirò in
gran fretta a Manfredonia.
Mentre il voivoda si preoccupava di come
affrontare la diserzione dei suoi avventurieri, nei
porti di Manfredonia e Barletta, inaspettatamente,
arrivarono moltissime navi, provenienti dalla sponda opposta. Era giunto Luigi di Ungheria con il suo
esercito, per invadere nuovamente il regno di
Giovanna I. Il re, appena sbarcato, si insediò nel
castello di Trani dove si recarono i baroni a lui
fedeli per rinnovargli l'atto di vassallaggio. Informato degli atteggiamenti del Palatino, ordinò di
assediare Bisceglie inviando parte del suo esercito
e due galee per circondare, da mare e da terra, il
castello dove erano arroccati i fratelli Pipino.
Al Palatino non rimase che la resa, che fece nel
modo più spettacolare e originale; cavalcando
un'asina, vestito solo di una camicia si presentò
a Luigi d'Ungheria, con un grosso capestro al collo.
Lo stesso re fu sorpreso, e apprezzando la
solenne umiliazione, lo perdonò reintegrandolo nel
suo feudo di Minervino. Al Palatino non sembrò
vero di poter riprendere quel feudo a cui tanto era
legato e si precipitò subito sulla Murgia per dare
l'assalto al castello della città, difeso dai soldati di
Raimondo del Balzo. Non riuscendovi, chiese ed
ottenne da Luigi di Ungheria trabucchi, baliste ed
arieti che gli resero più facile espugnare la città.
Il sovrano ungherese, però, memore della volubilità del conte di Minervino, prese le sue precauzioni
tenendo in ostaggio, nel castello di Barletta, Pietro
Pipino.
In Puglia ripresero i saccheggi, le violenze, gli
incendi. Gli Ungheresi conquistarono numerose
località: Fasano, Villanova, Putignano, Casamassima. La sorte più dolorosa toccò ad Andria, che
fu rasa al suolo. Prima, però, si ebbe l'accortezza
di chiudere le porte di accesso alla città, per
impedire la fuga ai cittadini. Furono strappati i
denti agli uomini, e le donne - ritenute dal nostro
notar Domenico tra le più belle di Puglia - subirono
l'ennesimo stupro di massa.
La presenza del forte esercito di Luigi di Ungheria, pare fosse costituito da circa sessantamila
soldati, doveva rendere abbastanza problematica
la convivenza con le popolazioni. A Barletta, città
che nelle alterne vicende di questo periodo era
stata fedele alla causa ungherese, scoppiò un
tumulto causato da una banale rissa tra cittadini
e soldati i quali, giocando a dadi in una osteria,
avevano litigato, per poi mettere mano ai coltelli.
Un cittadino rimase ferito e tanto bastò per dare
la stura all'insofferenza nei confronti delle truppe.
Re Luigi, che risiedeva in quel momento nel castello della città, dopo aver rimproverato i suoi
capitani, a cui aveva dato precisi ordini di non
molestare in alcun modo l'ospitale popolazione,
intervenne direttamente nella contesa e, armi alla
mano, placò gli animi dei suoi soldati.
Sedato il tumulto, Luigi si avviò con l'esercito
verso Napoli, deciso a chiudere la partita con
Giovanna I. Questa volta la sua marcia, però, non
fu spedita come la prima, a causa di resistenze e
opposizioni di alcune città. Giunto ad Aversa, Luigi
incontrò alcuni ambasciatori napoletani che gli
proposero il matrimonio con Maria d'Angiò, rimasta vedova per mano dello stesso re ungherese.
L'ambasciata era stata .segretamente organizzata
dalla stessa Maria, che da tempo tramava contro
la sorella. Il matrimonio con il presunto vincitore
della guerra non poteva che rafforzare la sua
posizione personale. Luigi d'Ungheria rifiutò la
proposta.
Giunto sotto le porte di Napoli, l'Ungherese, in
una sortita, rimase ferito seriamente ad un piede
e nel delirio della febbre sognò di morire tragicamente. Nel suo accampamento si erano accesi
focolai di peste, e a preoccupare ancora di più il
sovrano furono le notizie che giungevano da
Viségrad, dove alcuni nobili si erano ribellati, anche
a causa della sua assenza. L'ennesimo intervento
di Avignone a favore dei regnanti napoletani contribuì a rafforzare la convinzione del giovane re ad
abbandonare l'impresa; in cambio, Luigi pretese
dal pontefice la celebrazione di un secondo, e più
equo processo contro Giovanna per l'assassinio di
Andrea. Poi si recò a Roma per il giubileo e, tornato
in Puglia, fece vela verso l'Ungheria, lasciando
parte dei suoi soldati sul territorio, in attesa degli
sviluppi del nuovo processo a Giovanna.
Giovanna I partì subito dopo per Avignone, dove
affrontò il nuovo giudizio. Nella sala della Grande
Udienza dalla volta celeste affrescata da infinite
stelle della turrita chiesa avignonese, fu pronunciata la definitiva sentenza del sacro collegio:
"Il regicidio di Andrea non era avvenuto per
corrotta intenzione o volontà della regina, ma a
causa di malìe o fatture che le erano state fatte;
alle quali la sua natura fragile femminile non aveva
saputo, ne potuto, riparare".
Giovanna, per il sacro collegio, era vittima delle
circostanze, forse delle pratiche magiche della
fattucchiera Filippa la Catanese e per questo le si
riconosceva, di fatto, la condizione di chi era incapace di intendere e volere. E seppure si lasciasse intendere che fosse stata complice, in qualche
modo, del delitto, fu nuovamente e definitivamente
assolta.
Luigi il Grande, vedeva, così, frantumarsi il sogno
di costruire un grande Impero che unisse l'Ungheria, la Polonia e l'Italia meridionale e, anche se
poco soddisfatto della sentenza di Avignone, liberò
i principi napoletani tenuti in ostaggio a Viségrad,
che ritornarono a Napoli, con notevoli risentimenti
verso i cugini regnanti.
A tirare le somme, l'impresa dell'Ungherese,
nonostante gli sforzi finanziari e le ripetute spedizioni militari, si rivelò un fallimento e la vera
vincitrice risultava Giovanna I. Il conto più salato
di questa guerra dinastica lo pagarono, però, i
cittadini e i contadini, ridotti in uno stato di maggiore indigenza dalla peste e dalla carestia.
Ma il peggio doveva ancora venire.
A Napoli, Giovanna, dopo l'assoluzione di
Avignone, fu abilmente esautorata dei suoi poteri
dal marito, Ludovico, e dall'Acciaioli. Clemente VI
non abbandonò la sua pupilla e, ancora una volta,
intervenne in suo aiuto; dalla Provenza partirono
otto galee, comandate da Ugo del Balzo che, giunto nel regno, impose a Ludovico di restituire alla
consorte le sue prerogative di governo.
Ugo del Balzo, dopo aver ripristinato i poteri di
Giovanna, approfittando dell'allontanamento dei
sovrani dalla reggia, si recò a Castel dell'Ovo per
rendere omaggio a Maria d'Angiò. La visita nascondeva un secondo fine. Improvvisamente Roberto, figlio di Ugo del Balzo, trascinò l'ignara
principessa nella camera da letto e la violentò per
imporle il matrimonio riparatore. Fu il pegno che
doveva pagare Giovanna in cambio dell'aiuto ricevuto dai Provenzali? Fu un modo per impedire
definitivamente il disegno di Maria di coniugarsi
con il re di Ungheria? Fu un piano di Clemente VI
per dare Maria d'Angiò in moglie a un del Balzo
e per porre fine, così, alle lotte sotterranee dei
principi? Probabilmente non lo sapremo mai.
Acciaioli, però, non si dava per vinto e, corrotte
alcune sentinelle delle navi provenzali, consentì a
Ludovico di salire sulle galee francesi per affrontare e uccidere in duello Ugo del Balzo. Il tarantino
si giustificò con il papa rammaricandosi dell'omicidio, compiuto per vendicare l'onore della nuora
violentata. Questo consentì a Ludovico di riprendersi il potere e costringere Giovanna a sottoporsi
ad umilianti condizioni, togliendole i sigilli e le
chiavi della cassa.
Fu la stessa Maria, qualche mese dopo, a vendicarsi del suo violentatore; si recò nella stanza in
cui era sorvegliato e lo fece decapitare sotto i suoi
occhi; poi ordinò di gettare in mare il corpo dilaniato
dall'alto delle torri di Castel dell'Ovo. Nell'estate
del 1353, approfittando dell'assenza di Giovanna,
la vendicativa principessa, deposte le vesti da lutto,
si recò in casa di Filippo di Taranto, fratello di
Ludovico, e lo fece suo sposo.
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| Copyright(c) . Created: Saturday 4 August 2001 Updated: Saturday 7 July 2007 at 20.05.32 |
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Libro_giovanni_pipino_capitolo_7.shtml page, i miei libri area
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Clemente VI non abbandonò Giovanna e si
adoperò per riavvicinarla al marito. Venne stabilito
un compromesso secondo il quale alla sovrana fu
restituita una delle due chiavi del tesoro e il sigillo
per gli atti amministrativi e, in cambio, Ludovico
poteva cingere la corona e compartecipare al
governo del regno. Nel giorno della Pentecoste,
Ludovico, con uno scettro d'argento dorato, vestito
di seta bianca, con una tunica rossa fregiata di gigli
d'oro, in una solenne funzione nella chiesa di santa
Chiara, fu incoronato re. Ma la sua gioia fu turbata
da un incidente: durante il corteo, il suo cavallo si
imbizzarrì, cadde e tre fregi della corona si spezzarono. Non fu un buon presagio. Il regale ricevimento si svolse a Castel Nuovo, con danze e canti,
suoni di liuti e ricche vivande e con straordinarie
esibizioni di un funambolo, mentre in una stanza
della reggia una bambina ammalata, Francesca,
nata dal matrimonio dei due sovrani, moriva senza
che la festa fosse interrotta.
Giovanna e Ludovico, il 7 aprile del 1352, per
imporre la pace nel regno, così pesantemente
provato dalla guerra, decisero di amnistiare tutti i
baroni che si erano schierati con gli Ungheresi,
perdonando loro tutti i delitti e tradimenti commessi. Il popolo delle campagne, purtroppo, continuò
a pagare gli strascichi della guerra, perché angariato
dagli abusi e dalle violenze di bande organizzate
dai mercenari rimasti nel regno.
Tra i baroni filoungheresi perdonati e riammessi
nei loro antichi feudi, vi era anche Pietro Pipino a
cui fu riconosciuta la comestabulia sulla città di
Lucera e il diritto di ricevere tutti i frutti e i redditi
della città di Sansevero, così come era stabilito
nello stesso testamento della regina Sancia, che
dichiarava legittimo proprietario del feudo il Pipino;
gli fu, inoltre, concesso di esercitare il "mero e
misto imperio" - cioè il diritto di giudicare i suoi
sudditi - nelle terre di Torremaggiore.
In questa atmosfera di riconciliazione, Giovanna
e Ludovico non erano in grado di pagare il censo
dovuto alla Curia avignonese, segno di come le
casse regie fossero vuote, e invitarono inutilmente
lo stesso Clemente ad amministrare direttamente
il regno. Per far fronte alle sue esigenze, Giovanna
si vide costretta a vendere Prato ai Fiorentini per
diciassettemilacinquecento fiorini d'oro.
Tutto lasciava presupporre che per il regno si
prefigurasse un periodo di pacifica e tranquilla
esistenza. Non fu così: il ritorno dall'Ungheria dei
principi cugini, tarantini e durazzeschi, riaprì vecchi e nuovi contenziosi. I principi pretendevano
ricche donazioni, come ricompensa per la prigionia subita, e per ottenerle non lesinarono atteggiamenti di sfida nei confronti dei sovrani. Roberto di
Taranto, che non aveva dimenticato l'affronto subito
per essere stato sostituito come consorte di Giovanna dal fratello, ridicolizzò pubblicamente la
regina non presentandosi al suo cospetto per renderle i dovuti omaggi. Roberto Durazzo, appena
mise piede sul suolo napoletano, inopinatamente
lanciò il guanto di sfida a Luigi di Ungheria che,
informato, minacciò una nuova invasione. Ludovico
fu costretto ad adoperarsi con un grande sforzo
diplomatico per chiudere l'incidente senza conseguenze. Ludovico Durazzo, ancora più inquieto,
preferì ritirarsi nelle sue fortificazioni del Gargano,
a Monte Sant'Angelo, per meditare la sua personale vendetta.
Un episodio di violenza giunse a turbare l'opinione pubblica napoletana. Giannotto Stendardo, un
importante feudatario napoletano, si era invaghito
di sua nipote: più che delle sue grazie, delle ricchezze ereditate per la morte del padre Jacopo Cantelmo.
Rapì la fanciulla, non ancora quindicenne, e la violentò, facendola poi sua sposa.
Il pontefice invitò i sovrani ad un atto di giustizia
favorevole agli eredi di Cantelmo, ma Giannotto fu,
invece, difeso e giustificato da Ludovico. Il padre
della ragazza, violentata, Jacopo Cantelmo, era
infatti divenuto cognato di Giannotto avendo rapito, a sua volta, la sorella di questi, quando la
fanciulla aveva solo tre anni!
Giovanna riuscì a trovare una intesa con i cugini
tarantini. Filippo, già sposato con Maria d'Angiò,
fu nominato giustiziere dell'Abruzzo. Chi fece le
spese di questa decisione fu il feudatario di L'Aquila, Lallo Camponesco. Filippo, infatti, era andato
a trovarlo nella sua città, ospitato con grandi onori.
Lallo Camponesco, alla fine della visita, si offrì di
riaccompagnare Filippo sulla strada del ritorno, e
giunto il momento del commiato il principe tarantino, a tradimento, lo uccise.
Sembra che Giovanni Pipino, in questo frangente, fosse stato catturato in uno scontro con truppe
residue ungheresi, insieme al conte Ruggero
Sanseverino, e che entrambi fossero tenuti prigionieri, per breve tempo, a Viségrad.
Giovanna e Ludovico ne approfittarono e il 23
maggio del 1353, affidarono a Roberto di Taranto
gli importanti feudi di Bari, Giovinazzo, Molfetta,
Bisceglie e Potenza. Proprio quelli che erano stati
precedentemente concessi ai Pipino, in cambio
della loro alleanza contro gli Ungheresi: ancora
una volta Giovanni Pipino si vedeva privato, senza
apparente motivo, dei feudi a lui concessi. Di questo
certamente ne gioivano, e probabilemnte non ne
erano nemmeno estranei, i Sanseverino e i del
Balzo, che invece, grazie all'appoggio di Acciaioli,
consolidavano a Corte il loro potere e la loro influenza.
Ludovico Durazzo, che insieme al fratello Roberto, nulla aveva ottenuto, si era adirato per il
matrimonio di Filippo di Taranto con la cognata
Maria d'Angiò. Più volte il Durazzo scrisse al papa
per ottenere la tutela dei figli della cognata, nati
dal matrimonio con il fratello Carlo Durazzo, e
tenuti letteralmente in ostaggio da Ludovico di
Taranto.
Clemente VI, strenuo difensore di Giovanna, che
tanto si era impegnato per mantenere unito il regno
napoletano, morì. A succedergli fu Innocenzo VI,
papa severo ed austero che volle moralizzare l'ambiente avignonese, troppo incline a soddisfare le
esigenze temporali e personali di papi e cardinali.
Giovanna, nonostante il parere contrario del
nuovo pontefice, non avendo mai abbandonato la
sua aspirazione di riconquistare la Sicilia, affidò a
Niccolò Acciaioli, nominato Gran Siniscalco, il
compito di riconquistare l'isola.
Il Fiorentino, più per una serie di fortunose circostanze che per abilità, riuscì nell'impresa, e il 20
aprile del 1354 conquistò Palermo. Giovanna, ricevuta la notizia, volle coinvolgere i sudditi napoletani
nella sua gioia, invitandoli ad accendere una candela, da porre nella notte, sui davanzali delle finestre. Le cronache dell'epoca non dicono, però, con
quello che costavano le candele e la poco florida
situazione economica del regno, se tale iniziativa
ebbe successo.
I Durazzo, che nulla avevano ottenuto dai sovrani, continuarono a coltivare i loro sentimenti di
rivalsa, decidendo di ribellarsi.
Roberto Durazzo si recò in Provenza e, con soli
ottanta uomini, conquistò l'imprendibile castello di
Le Beaux, dei del Balzo, alleati fedeli dei tarantini.
Fu una impresa notevole non solo per l'esiguo
numero di soldati di cui disponeva il principe
durazzesco, ma anche perché quel castello, oggi
ancora visibile, è situato su una ripida e scoscesa
rocca.
Ludovico Durazzo, invece, lasciò Monte Sant'Angelo per attaccare le città pugliesi fedeli a
Giovanna e recuperare il feudo di Gravina, che era
sempre appartenuto ai Durazzo, e che, grazie al
matrimonio di Maria d'Angiò con Filippo, era ora
controllato dai tarantini. Ludovico Durazzo cercò
alleati alla sua causa e ne trovò uno nello scontento Giovanni Pipino: tornato dalla sua breve prigionia dall'Ungheria, il Palatino si era trovato
destituito dei suoi feudi, passati nelle mani di
Roberto di Tarante.
Giovanna e Ludovico sembravano, però, preoccuparsi poco delle inquietudini durazzesche, tanto
che si guardarono bene dal sospendere le feste di
carnevale, pur avendo le frontiere del regno minacciate dalla terribile compagnia di ventura del
conte Lando, richiamato dal ribelle Roberto Durazzo
e da Giovanni Pipino.
Innocenzo VI non nascondeva i suoi dissapori
con la Corte angioina, causati da questioni non
marginali: era rammaricato per l'atteggiamento del
re tarantino che aveva perdonato Giannotto Stendardo per il rapimento della figlia di Jacopo
Cantelmo; era, altresì, stufo delle continue sollecitazioni di Giovanna, tendenti alla restituzione di
Avignone. I tentativi, inoltre, della Corte napoletana
di ritoccare i confini del ducato di Benevento, che
il papato riteneva inviolabili (essendo questo feudo
direttamente amministrato da Avignone) provocarono il fortissimo risentimento del papa, che si dispose a dare una severa lezione ai suoi regali vassalli.
La ribellione dei Durazzo trovò, inizialmente,
largo favore ad Avignone, grazie anche all'opera
dello zio, il cardinale Talleyrand, che aveva persuaso il pontefice ad appoggiare la rivolta.
In occasione di una visita alla basilica di san
Nicola di Bari, i sovrani avevano tentato, in vista
dell'impresa siciliana, una riappacificazione con il
Durazzo, ma il tentativo non ebbe successo per il
fermo rifiuto di quest'ultimo a presentarsi al loro
cospetto. Ludovico e Giovanna inviarono Giannotto
Stendardo e il vescovo di Trani, quali loro ambasciatori, al conte Palatino per invitarlo ad un incontro. Giovanni accettò, però chiese, per salvaguardare la sua incolumità, che gli stessi ambasciatori
rimanessero ostaggi nel suo castello di Minervino,
sino al suo ritorno. L'incontro non sortì alcun risultato. Il Palatino, difatti, voleva in cambio della
pace, il feudo di Monopoli e il ducato di Bari,
impegni che Ludovico di Taranto non era in grado
di assumere, essendo queste città sotto la giurisdizione di suo fratello Roberto. Le pretese di Pipino
erano state formulate, probabilmente, con il preciso scopo di ottenere un rifiuto.
Durante la trattativa tra il re e il Palatino, a
Barletta, furono rubati sessanta muli, con tutto il
carico, furto che fu interpretato come un affronto
architettato per screditare i sovrani.
Il 25 aprile del 1355, giunse a Napoli l'annuncio
della scomunica a Giovanna e Ludovico, con relativa interdizione. Il severissimo provvedimento,
giustificato dal papa con il mancato pagamento
del censo dovuto alla Curia, favorì politicamente
l'insurrezione dei Durazzo e di Giovanni Pipino. La
notizia raggiunse i sovrani proprio durante gli ennesimi svaghi di Ludovico in quel di Pozzuoli. Il
disegno papale era chiaro: la scomunica serviva
a delegittimare i sovrani, che, come era già successo in passato a Federico II, dovevano umiliarsi
e osservare fedelmente, per conservare il regno, le
volontà di Avignone.
Ludovico Durazzo e il Palatino ne approfittarono
subito per innalzare le insegne pontificie, per legittimare politicamente la loro sollevazione e perseguitare le città costiere pugliesi, fedeli al partito
dei tarantini.
La ribellione dei Durazzo riprese con più vigore.
Mentre Roberto portava lo scompiglio in Provenza,
Ludovico, con i fratelli Pipino, agiva in Puglia. Gli
insorti disponevano di discrete risorse, se furono
in grado di assoldare le truppe mercenarie del
conte Lando e di Annichino di Baumgarten. Riuscirono anche a fare proseliti portando dalla loro
parte il conte di Caserta, Francesco Della Rath, al
quale furono offerte cinquecento barbute e il feudo
di Montecassino. Il barone Della Rath, accettata
l'offerta, estese la rivolta in Terra di Lavoro e in
quella di Otranto. Lo stesso Palatino non disdegnò
di scrivere a Luigi di Ungheria, invitandolo ad
intervenire nuovamente nel regno. Le sue missive,
però, furono intercettate dalle spie angioine e consegnate al papa, che si preoccupò non poco, poiché
tutto poteva tollerare, tranne un nuovo
coinvolgimento del sovrano ungherese nelle faccende napoletane.
Ad Avignone, però, le cose mutarono. Il cardinale Talleyrand aveva preso posizione in favore dei
giovani principi cardinali, la cui condotta morale e
relativi privilegi avevano suscitato l'ira di Innocenzo VI. La cosa sfociò in uno scontro, tanto che il papa
fu costretto a lasciare Avignone e, attraversato il
Rodano, a rifugiarsi a Villeneuve. Alla fine, l'energico pontefice prese il soppravvento e riuscì ad
imporre la sua volontà, ponendo fine ai lussi e alle
gaie compagnie dei giovani cardinali avignonesi.
Dopo lo scontro con il cardinale Talleyrand,
Innocenzo VI mitigò il suo dissenso con Ludovico
e Giovanna, revocando la scomunica, ma non
l'interdetto, e inviò l'inquisitore Francesco da
Messina per colpire Ludovico Durazzo, che aveva
aperto le porte alla eresia dei fraticelli: il principe
durazzesco aveva ospitato a Monte Sant'Angelo il
loro vescovo, con l'ambizioso obiettivo di unificare
i vari movimenti che si ispiravano a san Francesco.
I fraticelli costituivano un ordine minore dei Francescani e godevano, come ordine mendicante, il
favore delle genti più povere; per questo il Durazzo
li favoriva in quanto gli consentiva di rendere più
popolare la sua insurrezione. L'ordine si ispirava al
poverello di Assisi ed era considerato un movimento eretico dalla Curia di Avignone, a causa delle loro
severe critiche al potere temporale. In tema di ortodossia teologica, i fraticelli ritenevano che un sacerdote caduto in peccato non potesse ne confessare,
ne celebrare l'eucarestia, ne, tantomeno, pretendere l'obbedienza da parte dei fedeli. Tesi che non
potevano assolutamente essere tollerate dal clero
avignonese, in gran parte poco incline ad osservare
i voti di castità e povertà. La scomunica per eresia,
nel Medioevo, costituiva la più severa condanna che
il clero potesse comminare, e poteva comportare
pene e torture atroci. In molti casi, significava essere
cancellati dalla società. Gli Angioini, molto devoti a
san Nicola e san Francesco (non è un caso che
Ludovico d'Angiò, canonizzato, fosse un francescano), diedero sempre ospitalità ai fraticelli, difendendoli dalle accuse di eresia.
Luigi di Taranto aveva affidato all'Acciaioli il
compito di contrastare la ribellione del Pipino e dei
suoi alleati. Il Gran Siniscalco si presentò con tremila barbute nella pianura di Barletta ma, a sua
insaputa, il re era sceso a patti con il conte Lando,
proponendogli il pagamento di circa centomila
fiorini d'oro in cambio della sua partenza dalle terre
del regno. Il sovrano, però, non disponeva di tale
somma e pensò di recuperarla imponendo una
tassa di dieci carlini su ogni tomolo di sale; il
popolo napoletano si ribellò, ritenendo ingiusto il
tributo, che fu subito soppresso.
Il 23 maggio del 1355, Innocenzo VI, dopo aver
precedentemente sollecitato (nel mese di febbraio)
i sovrani napoletani affinchè si adoperassero per
la restituzione del feudo di Minervino a Raimondo
del Balzo, e quale segno del mutato clima politico
ad Avignone, inviò una missiva a Giovanni Pipino
e ai suoi fratelli:
"Sono stato informato che per ignote ragioni
siete scontenti del re e della regina, per questo non
solo favorite ma siete i principali direttori delle
scellerate genti straniere le quali, pur essendo di
diverse nazionalità, si sono riunite in compagnia
spinte dalla cieca avidità. Sono meravigliato di
questo vostro agire, poiché in epoche precedenti
avete combattuto a favore dei sovrani, avendo
sopportato a causa loro le tribolazioni della prigionia. Ed ora che serve di più il vostro aiuto, data
la misera condizione in cui è ridotto il regno, ora
che avreste dovuto più strenuamente combattere
contro le orde straniere per cacciarle dal regno,
non solo avete abbandonato i reali, ma vi siete
schierati contro. Se volete evitare le pene spirituali
e temporali, serve che mutiate atteggiamento per
difendere la patria, per la quale Catone diceva che
bisognava morire! E mio desiderio, comunque, la
vostra salvezza a onore del vostro nome, e pregandovi di abbandonare l'errore interverrò a vostro
sostegno per quello che ritenete giusto chiedere ai
sovrani. Vi raccomando di esporre i vostri desideri
al Vescovo di Trani scelto quale mio referente".
Dalla lettera, nella quale il papa riconosce i
Pipino come "principali direttori" della ribellione
durazzesca, si può ipotizzare che Innocenzo VI era
seriamente preoccupato dalla piega che avevano
preso gli avvenimenti e che potevano degenerare,
sino al punto di riaprire gli interessi degli Ungheresi
sulle vicende del regno napoletano. Di qui l'esortazione ai fratelli pugliesi di desistere dal loro atteggiamento, affidando al vescovo di Trani, vice
cancelliere del regno, il compito di svolgere una
intermediazione tra i Pipino e la Corte.
Ludovico Durazzo, forte dell'appoggio delle truppe del conte di Caserta e dei mercenari del conte
Lando, era entrato, senza nessun contrasto, in Terra
di Lavoro, giungendo sotto le porte di Napoli. Gli
insorti erano tanto sicuri di avere ormai in pugno
la situazione che, in attesa degli eventi e del pagamento di un notevole riscatto chiesto a Ludovico
di Taranto, si dilettavano ad uccellare.
Nel marzo del 1356, l'insurrezione era ancora
attiva, lo si deduce da una lettera di Acciaioli
inviata a suo fratello:
"Là dove io pensavo che dovessimo possedere
queta pace, ne converrà fare guerra. Ma se lo re
vorrà faticare un poco e venire qua, siccome io ho
scritto, tutto sarà per lo meliore; perché a li ordini
che si prenderanno, si castigherà la pazzia e li
tradimenti de lo Palatino; e ipso castigato, sarìa
reformato tutto questo reame; ma se lo re volerà
questo negligere, ipso ne sarà lo primo ripenituto".
E ancora evidente che Giovanni Pipino, nella
contesa, rappresentava una parte rilevante, difatti
anche la lettera di Acciaioli sembrava assegnargli,
nella vicenda della ribellione dei durazzeschi, un
ruolo centrale.
Con l'aiuto del legato pontificio, il cardinale soldato Egidio di Albornoz, l'Acciaioli riuscì a
raccogliere delle truppe e ad accamparsi a ridosso
dei ribelli, attendendo che da Napoli Ludovico si
decidesse ad uscire, per stringere in una morsa
l'esercito nemico. Il re angioino, invece, preferì
continuare a rallegrarsi con divertimenti e danze e,
nuovamente, tentò l'accordo con il conte di Lando;
accordo che, questa volta, fu raggiunto con un
esborso di trentacinquemila fiorini, subito, e altri
settantamila da consegnare in due rate.
Ludovico, che di faticare aveva poca voglia,
assoldò dal Lando ottocento barbute e le inviò
contro il Palatino. Si scontrarono a Barletta, in una
drammatica battaglia dalle alterne vicende; infine,
grazie al coraggio di due mercenari del Palatino,
Muscherada e Matarazzo, le truppe regie e i mercenari del di Lando subirono una disfatta.
Acciaioli, dopo questa sconfitta, aveva fretta di
intavolare trattative di pace con il forte Pipino,
poiché la ripresa della guerra in Sicilia lo richiamava a nuovi e urgenti compiti. In una lettera
inviata a suo fratello nel luglio del 1356, il Gran
Siniscalco affermava:
"Non posso estimare ancora lo fine, [della guerra] imperò che nulla cosa infirma potè essere firma, e lo Palatino è costante in inconstantia e in
ogni perditione".
L'accordo fu raggiunto con Acciaioli, con la
cessione di due suoi importanti feudi a Giovanni
Pipino, Matera e Ginosa.
Il Durazzo, vistosi isolato, pervenne a più miti
atteggiamenti e il mercenario conte Lando, alla
fine del 1356, passava i confini del regno
"con le sue oltre duemila barbute, ben montate e
ben in arme, e gran quantità di cavallari saccomanni
in ronzini e somieri, e barattieri [giocatori o saltimbanchi], femmine di mondo, più altra gente sudicia
e vile, bene più di seimila".
Si comprende quale forza d'urto rappresentassero queste bande per il regno e, in modo particolare, nei confronti delle popolazioni. Sembrava,
così, che alla fine dell'anno la pace fosse stata
ristabilita, anche se alcuni mercenari del conte
Lando saccheggiarono le città di Rapallo e Venosa.
Acciaioli, nel mese di novembre, raggiunta la
pace con Giovanni Pipino, lasciò la Puglia per conquistare Messina dove, il 24 dicembre, fu raggiunto
dalla regina e da Ludovico. Il successo fu effimero.
A Catania, la flotta angioina si fece sorprendere da
quella aragonese e venne completamente affondata. Per la corona angioina la Sicilia ancora una volta
fu fonte di lutti, dolori ed amarezze.
Durante la ritirata, Ludovico di Taranto passò
per la Puglia. Si rese conto che ormai Giovanni
Pipino poteva costituire un serio pericolo per la
corona. Non solo rappresentava il dissenso dei
piccoli baroni pugliesi, ma anche le loro aspirazioni autonomistiche e, soprattutto, contribuiva in
modo determinante a rafforzare politicamente la
ribellione dei durazzeschi. L'Angioino nominò vicario per la Puglia il fratello Roberto, affidandogli
il compito di sconfiggere il Palatino.
Roberto comprese che avere ragione del conte
di Minervino non era cosa semplice e, certamente,
comportava rischi affrontarlo in aperta battaglia.
Preferì usare l'arma della corruzione intessendo
rapporti con alcuni mercenari del conte. Roberto
riuscì nel suo intento affidando ad un suo cavaliere
fiorentino, Betto de Rossi, il compito di comprare,
riuscendovi, la fedeltà di alcuni capitani di Giovanni. Questo consentì di sorprendere il Palatino,
costretto a rifugiarsi nel castello di Matera, subito
assediato dalle ingenti truppe angioine. Per la
seconda volta, Giovanni tentò audacemente la carta
della solenne umiliazione. Si presentò al principe
angioino in camice e con un cappio al collo,
sperando di ottenere il perdono.
Invano. Roberto lo fece legare sul dorso di un
mulo per condurlo ad Altamura. Sul suo capo
venne posta una corona di legno verniciata in oro
e al collo un cartello, con su scritto "re di Puglia".
Giunto ad Altamura, il principe angioino decise,
dopo una sommaria sentenza, di impiccarlo sui
merli delle mura. Il Palatino ebbe un moto di orgoglio, non voleva morire impiccato:
"Non sono di legnaggio di essere appeso, moneta falsa coniata non ho, ne devo portare mitria;
se dato è per il mio malaffare che io mora, tagliatemi il capo"
Il principe rispose:
"Per le tue stomacherie il re Roberto ti imprigionò in perpetuo carcere; lo re Andrea ti liberò e
funne amaramente morto; da le mani de li regali
campare non potevi; solo Roma ti recepeo e ti
salvò; tu le togliesti suo buono stato e tornasti in
grazia dei regali; poi ti facesti capo di Grande
Compagnia; arcieri e arrobatori allocavi in tue terre;
tutto il reame consumavi e derubavi et predavi; re
di Puglia ti facevi. Dunque degna cosa è che tua
vita fine aggia laida e vituperosa, come hai meritato".
Giovanni Pipino non vide il Natale del 1357.
Venne impiccato sui merli delle mura di Altamura
e, dopo qualche giorno, il suo cadavere fu squartato e le sue parti esposte sulle quattro porte della
città. I resti non trovarono sepoltura e furono dispersi nella campagna. Sulla porta della città orientata verso Matera, venne scolpita la coscia di Pipino,
che lì era stata appesa, a perenne ammonimento
dei sudditi pugliesi.
La ribellione del conte di Minervino, Palatino di
Altamura, principe di Bari, si concluse nella maniera più tragica, senza processo e con una vittoria
dell'Angioino, frutto dell'inganno.
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Pipino, ormai vicino ai sessant'anni, aveva giocato tutte le sue carte appoggiando la ribellione dei
durazzeschi nella vana speranza, forse, di divenire
"re di Puglia", anche se, probabilmente, quel titolo
gli era stato appioppato solo per irriderlo. La sua
alleanza con i durazzeschi, che rivendicavano il
loro diritto al trono di Napoli, era una scelta obbligata; difatti nel partito dei tarantini, vi erano i
del Balzo, Sanseverino e l'influente Acciaioli, tutti
a lui ostili. Niccolò Acciaioli era il vero detentore
del potere di Corte e ispiratore occulto, anche se
questo non è possibile provarlo, dell'omicidio di
Andrea. Mettersi contro la politica e il potere
dell'Acciaioli, per Pipino fu un gravissimo errore.
Le vicende dei fratelli Pipino vanno, quindi, interpretate e inserite nella più ampia e complessa
situazione politica del regno napoletano e non
possono essere semplicemente ridotte ad un episodio di "anarchia feudale", uno fra i tanti che si
verificarono nell'Italia Meridionale.
Giovanni Pipino era espressione del partito guelfo
nella Corte angioina, legato al riconoscimento dei
diritti feudali del papa sul regno, e costituì, più o
meno consapevolmente, una rilevante pedina nella
strategia diplomatica del papato, e a questa sua
collocazione politica si mostrò fedele, sino a pagare
prima con la prigione, poi con la morte (nota 1). Nessuno,
oggi, può dire esattamente cosa egli pensasse veramente; alcuni storici lo hanno tratteggiato come
un personaggio triste, sanguinario e turbolento.
Nella cultura popolare locale, l'immagine di Giovanni Pipino ha risentito del giudizio dei suoi avversari, e quindi oggetto di biografie e riferimenti
non corrispondenti al vero. Per esempio:
"... di brutte forme costui, ambizioso e crudele,
ricattatore di fuoriusciti, e di altra gente maligna,
malvagio egli stesso, sovra ogni credere..." (nota 2).
In altri casi vengono confusi gli avvenimenti:
"...costei [la regina Giovanna] una sedicenne
dispotica e capricciosa, essendo venuta in contrasto con il marito, Andrea di Ungheria, aveva, tra
le sue tante leggerezze, liberato dal carcere Pipino
di Barletta, un prepotente e feroce feudatario già
avverso alla corona, per farlo suo socio contro il
marito..." (nota 3).
Che il Palatino fosse di "brutte forme" nessuno
lo può affermare, poiché non esistono ne iconografie
ne descrizioni in alcuno dei documenti storici a noi
pervenuti; più probabilmente doveva essere persona atletica, considerando che Giovanni partecipava ai tornei cavaliereschi della Corte e agli assalti;
non fu nemmeno "socio" di Giovanna per combatterne il marito, da cui, invece, ottenne la liberazione dalla prigionia di Castel Capuano.
Lo stesso notar Domenico, di Gravina, testimone
degli avvenimenti e avversario dichiarato di Giovanni, non addebita mai al cavaliere pugliese l'atrocità degli stupri di massa e le torture del tipo "strappar i denti" che, invece, erano largamente e
ignominosamente praticati dalle regie truppe, sia
angioine che ungheresi, nei confronti dei cittadini
pugliesi.
Con questo non si vogliono assolvere gli atteggiamenti di un barone medievale, che certamente,
come tutti i baroni, vessava i suoi sudditi e assediava le città avversarie, pretendendo riscatti e
vincendo le loro resistenze con lotte e devastazioni.
Semplicemente, si vuole ristabilire una interpretazione più aderente alla realtà di quei tempi, definendo meglio il ruolo che, indubbiamente, il Palatino
ebbe nelle vicende del regno: la ribellione per consolidare i suoi spazi dalle interferenze degli altri
baroni; l'interessamento di Petrarca e del papa alle
sue vicende, la cacciata del tribuno Cola di Rienzo
da Roma. Avvenimenti che danno una dimensione
storica alle sue azioni e sottolineano aspetti certamente meno ristretti e angusti di quelli che caratterizzavano, in generale, la vita di altri baroni del
regno, seppure influenti.
Giovanni fu uno spirito inquieto. Passò la sua
esistenza sempre combattendo, sempre destreggiandosi tra le fazioni, avversato dagli altri baroni
di Corte, "condottiero e signore napoletano" lo
definisce Emile Léonard, autorevole ed indiscusso
storico del periodo angioino napoletano, che conferma come non corrette alcune interpretazioni sul
cavaliere pugliese (nota 4).
Morì da eroe o da ribelle? Fu un "sovversivo"
per le decadenti istituzioni angioine, o un "rivoluzionario" che voleva, magari, fare della Puglia un
feudo autonomo, affrancandosi dal vassallaggio
dei regnanti napoletani?
L'aspirazione del feudatario pugliese di affrancarsi dal vassallaggio angioino era tanto forte, che
rende plausibile l'ipotesi, sostenuta dai suoi avversari, di voler dominare la sua terra con il titolo di re.
Nell'azione di Pipino, difatti,
"non è impossibile ... cogliere intenti o obiettivi non
soltanto più ambiziosi, ma anche più calcolati,
quali la costituzione di una signoria indipendente
su basi territoriali ampie quanto la stessa Terra di
Bari, della cui omogeneità strutturale e delle cui
tendenze il Palatino sembra consapevole almeno
quanto delle proprie forze" (nota 5).
Impresa che, invece, un secolo più tardi, riuscirà in parte a Raimondello del Balzo-Orsini, coraggioso e valoroso cavaliere pugliese, seppure per un
breve periodo, concluso con la sua prematura
morte, e con l'amaro destino che toccò a sua
moglie, la nobile regina salentina Maria d'Enghien.
Questa, però, è un'altra storia.
Una cosa è certa: i dominatori che diedero la
morte al cavaliere pugliese non erano affatto migliori di lui, anzi contribuirono sempre più, con il
loro inesorabile declino, a peggiorare le sorti delle
genti pugliesi (e meridionali), già compromesse
dalle precedenti dominazioni.
Federico II, entrato nel mito come un "Grande
Imperatore", grazie anche ad una sapiente operazione di rivalutazione dei suoi storici, impedì ai
baroni meridionali qualsiasi autonoma gestione dei
loro feudi, a differenza degli Angioini che furono,
in questo, più tolleranti, ma si distinsero, almeno
durante la seconda metà del Trecento, per
mediocrità e abulia politica. Se con Federico II, il
Sud fu avviato alla subordinazione storica e politica, gli ultimi Angioini ne consolidarono i presupposti per quella economica e sociale.
Luigi Pipino, venuto a conoscenza della sorte
del fratello, si rifugiò nel castello di Minervino, ma
non passò qualche mese che anch'egli fece una
tragica fine. Tradito da uno dei suoi capitani,
corrotto da Roberto di Taranto, fu fatto precipitare
dalla torre del castello.
Pietro Pipino trovò, invece, rifugio e ospitalità ad
Avignone, dove morì nel 1361. Innocenzo VI scrisse
ai sovrani angioini affinchè riammettessero nel regno il figlio di Pietro, Giacomo, insieme alla madre,
Margherita Ceccano e a Vannella Pipino. Giovanna
acconsentì al loro rientro, aiutandoli con una provvigione di cento once d'oro.
Altamura passò nelle mani del principe Roberto,
e altri feudi finirono per essere donati ad Arcuccio
da Capri, altro presunto amante di Giovanna, il
quale, nel 1376, si accordò con gli eredi dei fratelli
Pipino, che avanzavano pretese. Fu raggiunta una
transazione bonaria per millecinquecento once
d'oro, con l'approvazione della regina.
Poi, di loro non vi è più traccia nei documenti.
Tutti gli attori principali di questa tragedia non
subirono sorte diversa.
Ludovico di Taranto, pochi anni dopo, fu annientato da un male incurabile, forse peste o
malaria.
Ludovico Durazzo, dopo un altro tentativo fallito di ribellione, morì imprigionato ed avvelenato
in Castel dell'Ovo, per mano dei suoi cugini rivali.
Giovanna I, dalla tiepida bellezza, "ne magra ne
robusta, con il viso tondetto", non riuscì mai a
caratterizzare politicamente il suo governo ed ebbe
una vita sentimentale assai travagliata. Si difese
come poteva, in una situazione di tragici avvenimenti e lotte fratricide, contesa e ambita da baroni
e principi, che volevano divenire suoi amanti con
l'unico scopo di sottrarle il potere. Tutto sommato
fu una donna infelice. Soltanto in età matura, con
il quarto marito, Ottone di Brunswick, un attempato e valoroso cavaliere senza feudi, conobbe un
compagno fedele e disinteressato; ma anche quella fase della sua vita fu densa di guerre e combattimenti.
La Chiesa si trovava in pieno clima scismatico,
e la regina dovette scegliere, schierandosi con
l'antipapa francese Clemente VII, contro l'italiano
Urbano VI, vescovo di Bari. Fu una scelta sofferta,
ma obbligata che si rivelò, purtroppo, sbagliata, e
le procurò una fine tragica. Finì i suoi giorni soffocata tra due cuscini di piume ad opera di soldati
ungheresi, per ordine di suo cugino, Carlo III Durazzo, da lei designato quale suo erede. Giovanna non ebbe tomba, non ebbe ricordo (nota 6).
E per cancellare dalla memoria le imprese di
Giovanni Pipino, cavaliere piede scalzo, i dominatori
angioini lo consegnarono alla Storia, con la peggiore delle accuse, quella di eretico (nota 7), proprio lui,
"Patrizio, liberatore di Roma e dei principi romani,
illustre guerriero e difensore della Santa Chiesa".
Note:
- G. CONIGLIO, Feudatari di Puglia in un diploma di Roberto d'Angiò, "Archivio Storico Pugliese", voi. Vili, 1958, pag. 658.
- G. FIRRAO, Cenni stona sulla città di Altamura, Andria 1880, pag. 27.
- M. COSMAI, Stona di' Bisceglie, Molfetta 1960, pag. 37.
- E. LÉONARD, Gli Angiomi di Napoli, Varese 1937, pag. 444 e nota 19 di pag. 458.
- F. PORSIA, Le province, in "Storia del Mezzogiorno", voi VII, Roma 1986, pag. 480.
- C. ANGELILLIS, Nuove luci sulle vicende della regina Giovanna I, Monte Sant'Angelo 1977. L'autore sostiene suggestivamente la collocazione della tomba della regina nel castello di Monte Sant'Angelo, all'epoca roccaforte dei durazzeschi.
- G. CONIGLIO, op. cit., pagg. 660-65.
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Giovanna, figura controversa, sensibile e femminile, ma altrettanto determinata nel mantenere
il suo potere politico, per ragioni di stato, sacrifica
ogni esigenza sentimentale per le nozze con
Ludovico di Taranto. Le si attribuiscono avventure
ed amanti, ma era probabilmente una donna che
viveva sola, senza figli e senza eredi; una donna
nella solitudine, nello splendore e nella miseria
della sua Corte, circondata solo da una fedele
nana, Agnessina, da tre servi tartari e da un bianco
pappagallo. A lei tocca il merito di aver indotto il
Boccaccio a scrivere, con il De Claris Mulieribus,
la prima storia "al femminile".
Maria d'Angiò si vendica del suo stupratore ricambiando violenza con violenza, per riacquistare
la sua libertà, che è vero libertà di donna, ma
anche libertà politica, perché anche lei aspira a
fare del suo matrimonio un "evento politico", per
contrastare la sorella. Si sposa, alla fine, con Filippo di Taranto, dopo aver tentato di unirsi a Luigi
d'Ungheria, l'uccisore del suo primo marito, pur di
contrastare in ogni modo l'autorità di Giovanna. Il
matrimonio di Maria si rileva infelice. Dall'unione
con il principe-cugino nascono solo piccoli gibbosi,
figli malaticci che muoiono prematuramente contribuendo, così, a spegnere ogni possibilità di
successione al regno per il ramo dei tarantini.
Più poliedriche e complesse le vicende delle
donne-madri, che hanno in comune il loro stato
vedovile.
L'esemplare Giovannella di Altamura, che si sacrifica in tutti i modi per assicurare ai suoi figli feudi
e prestigio, non lesinando le sue risorse finanziare
pur di sostenerli. Instancabile nel suo impegno per
ottenere la libertà dei figli prigionieri dell'Angioino,
sollecitando l'intervento della regina Sancia, del
vicario del regno e dello stesso pontefice.
La regina ungherese Elisabetta non esita a dar
fondo ai suoi averi, pur di sostenere la causa del
figlio.
La ex lavandaia Filippa la Catanese, ascesa
miracolosamente ai livelli più alti della Corte, tenta
di fare sposo della regina il figlio Roberto de
Cabanni. Ma, a differenza di Giovannella e di Elisabetta, accetta di diventare uno strumento nelle
mani della Corte, sino a scegliere la complicità
nell'assassinio.
L'ineffabile imperatrice Caterina di Courtenay,
regista dell'omicidio della sua rivale, Agnese di
Périgord, e stratega indiscussa nel complotto dell'assassinio di Andrea, sceglie la strada del sangue
pur di assicurare il successo della sua dinastia. Non esita un istante ad indossare le vesti di guerriera, ponendosi alla testa di un drappello di soldati, per annullare la pericolosa testimonianza dei suoi complici. Tutto il suo luttuoso impegno si rivelerà vano,
effimero, e i suoi avversari, i durazzeschi, alla fine
prevarranno, seppure per poco.
Figure eroiche ed anonime, le donne del popolo, costrette a subire gli stupri degli eserciti invasori. Le ragazze della piccola nobiltà sacrificate
dalla logica deprimente del contrattualismo matrimoniale. L'insignificante Alessandra, povera e
innocente meretrice di una piccola città agricola
e pastorale, giustiziata sul rogo come oggetto di
rivalsa politica tra le fazioni paesane in lotta.
Se da un lato è manifesto il tentativo di emancipazione della donna, almeno di quella ricca e potente, dall'altra si intravede un mondo di completa
subordinazione femminile. Se da un lato c'è la trasgressione, quale può considerarsi l'adulterio sistematico, come ribellione allo stato inferiore della
donna, dall'altro c'è la celebrazione dell'amore, come
in Matilde di Hinault, che tenta una fuga dal matrimonio, al quale è stata costretta, per amare, senza
riuscirvi, il suo eroico cavaliere Ugo de La Palisse.
E di mezzo c'è la grande tragedia della peste
che, certamente, influisce sui comportamenti, sugli
schemi tradizionali della vita e del sesso, perché
la procreazione diventa esigenza primaria ai fini del
riequilibrio demografico.
Tutti gli avvenimenti del regno napoletano sono
scanditi coi tempi di queste donne: sono loro che
gestiscono il potere e segnano la tragedia e il
declino della dinastia angioina.
In questa vicenda gli uomini, volenti o nolenti,
sono solo semplici attori.
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Alcune note :
Benvenuti nel sito di Pino Gadaleta. L' obiettivo del sito e' quello tra l' altro di avere informazioni sul ceppo Gadaleta e di passare ai posteri alcune informazioni in mio possesso, dopo accurate analisi di ricerca sulla storia del medioevo in Puglia e in particolar modo nella Provincia di Bari, la mia citta' ........
Tutto qui. Spero di aver fatto un buon lavoro (non ancora finito ...).
Commenti sono ben accetti.

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Fonti
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- G. BOCCACCIO, Amorosa visione, a cura di V. Branca, Bari
- De claris mulierìbus, a cura di M.D. Casentine, Napoli 1836
- Carmen bucolicum, trad. A.F. Massera, Bari 1928
- La caccia di Diana, a cura di A.F. Massera, Città di Castello 1914.
Letteratura storiografica
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- SANTORO D., Memorie di Altamura, Altamura 1985.
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- SUMMONTE G., Historìa del regno di Napoli, Napoli 1646.
- TANFANI L., Nicola Acciaiuoli, Firenze 1863.
- TIRELLI V., La Universitas Hominum Altamure, in "Archivio Storico Pugliese", VII (1956), pp. 51, 144.
- Un feudatario nella crisi della monarchia angioina alla metà del sec. XIV, in "Archivio Storico Pugliese", XI (1958), pp. 108,155.
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- TORRACA F., Giovanni Boccaccio a Napoli, in "ASPN", XXIX (1914), pp. 25,80.
- TOTINI C., Della varietà della fortuna, Napoli 1643.
- VILLANI M., Cronica, Trieste 1858.
- VILLANI G., Cronica, Coen, Firenze 1845.
- VITTO N., Un episodio della feudalità nel regno angioino, Bari 1912.
- ZENARI R., Saggio Storico. I primi anni del regno di Giovanna I di Napoli, Massa Marittima 1925.
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- II censo pagato dalla città di Napoli era, all'incirca, di 692
orice d'oro. Ai tempi di re Roberto, l'ammontare delle tasse, nel
regno napoletano, era pari a 120-168 mila once d'oro.
- Un'oncia corrispondeva a 30 tari, un tari equivaleva a 20 grana.
- Un'oncia d'oro pesava circa 28 grammi.
- I registri della cancelleria angioina oggi non sono più
consultabili, perché bruciati dalle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, per ritorsione ad un'azione dei partigiani napoletani.
- Vedi GIRELLI, Il Regno delle Due Sicilie, descritto e illustrato, vol. 1, pag. 67, s.d.
- La storia romanzata, con alcune inesattezze storiche, è stata scritta da CARLO DE CESARE, /Il conte di' Minewino, Napoli
- Vedi F. TORRACA, Giovann
- Vedi N. VITTO, Un episodio della feudalità nel regno angioino, Bari 1912, pag. 76.
- L'opera è stata poi dedicata ad Andreisca, sorella dell'Acciaioli. Vedi G. BOCCACCIO, Buccolicum Carmen, illustrata da G. Lidonnici, Città di Castello, 1914, pag. 352, nota 2.
- Vedi N. VITTO, op. cit., pagg. 86 e segg.
- Gli avvenimenti dovettero susseguirsi molto rapidamente. Il maremoto avviene nella notte del 25 novembre; il 28 novembre, il papa scrive la bolla con cui dichiara di sciogliere il consiglio di reggenza; il 29 novembre, Petrarca comunica al cardinale Colonna di aver visitato i prigionieri e il 1° dicembre segnala allo stesso cardinale che il consiglio di reggenza non ha deliberato nulla sulla liberazione dei Pipino.
Questo può far presupporre che Clemente VI avesse già preso le sue decisioni, indipendentemente dalla liberazione dei fratelli Pipino che, invece, diventava più probabile con ladelegittimazione del potere della Corte.
- Niccolò Acciaioli fu armato cavaliere da re Roberto che gli affidò la tutela del quindicenne Ludovico di Taranto.
- Carlo d'Artois era cognato di Acciaioli avendone sposato la sorella Andreisca.
- Le opinioni degli storici no n sono tutte concordi sul reale svolgimento della missione di G. Pipino in Ungheria. Non è da scartare l'ipotesi, però, che il cavaliere pugliese facesse parte degli ambasciatori inviati in Ungheria dalla stessa Giovanna, per calmare le prevedibili ire di quella Corte, considerando che Pipino potesse essere relativamente credibile presso gli Ungheresi per aver sostenuto gli interessi di Andrea.
- In una lettera di Giovanna, si attesta l'esistenza di forti dissidi con Ludovico di Taranto, tanto che quest'ultimo, scrive la sovrana, attenta al suo "onore". La lettera è del 4 aprile 1346, ed è pubblicata per intero da G.M. MONTI, Alcuni documenti sconosciuti di Giovanna I, Samnium, voi. IV, 1936, pag. 61.
- Sorpresa sino ad un certo punto. Nel complesso calcolo dinastico, Roberto di Taranto poteva vantare maggiori pretese sulla corona napoletana. Sposando il minore dei fratelli, Luigi di Taranto, Giovanna eliminava una delle cause che avevano impedito a Clemente VI di dare la necessaria dispensa matrimoniale con Roberto e mitigare, così, ulteriori contrasti tra il papato e la Corte ungherese.
- La madre di Giovannella era Mattaleona, sorella del conte Riccardo di Fondi.
- Luca Savelli, insieme all'Orsini, verrà poi nominato senatore da Bertrando de Beaux.
- Le barbute erano elmi provvisti di setole che coprivano parzialmente le guance del cavaliere. Configuravano un cavaliere e un sergente come assistente.
- II privilegio è pubblicato per intero in M. CAMERA, Elucubrazioni storìco-diptomatiche su Giovanna I, regina di Napoli e Carlo III di Durazzo, Salerno 1889, pag. 189.
- V. TIRELLI, Un feudatario nella crisi della monarchia angioina alta metà delsecoloXIV, in "Archivio Storico Pugliese",
XI (1958), pag. 141.
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| Copyright(c) . Created: Saturday 4 August 2001 Updated: Sunday 15 June 2008 at 19.50.32 |
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